La fiaba siciliana di Tridicinu (Tredicino).

  • Si tratta di una delle antiche fiabe siciliane più famose.
  • La si trova nella celebre raccolta “Fiabe novelle e racconti” di Giuseppe Pitré.
  • Il protagonista è un bimbo di nome Tredicino: ecco la sua storia.

Si cunta e si boncunta (questo è il modo classico in cui cominciano le favole siciliane, il nostro “C’era una volta”) che in un paesino siciliano viveva una famiglia molto povera. Il papà era un onesto lavoratore che cercava di impegnarsi per  mantenere i suoi cari, purtroppo senza grande successo. La mamma sapeva fare di tutto: pulire, cucinare, impastare il pane, raccogliere le verdure commestibili, tagliare e cucire i vestiti… Erano, però, una famiglia troppo numerosa e il tempo e i soldi non bastavano mai. La coppia aveva messo al mondo quasi un bambino all’anno ed ora avevano 13 figli di cui l’ultimo si chiamava proprio Tridicinu. I bambini erano tutti belli, sani ed educati ma per sfamarli la mamma doveva usare un pentolone fuori misura e per vestirli comprava intere pezze di stoffa al mercatino del sabato. Insomma le spese non finivano mai ed il lavoro spesso mancava o non era sufficiente.

Un brutto giorno il padrone disse al papà che la sua bottega andava male e che  quindi non poteva più permettersi un aiutante.  Il poveretto tornò a casa quasi piangendo, ma non voleva rattristare i figli e con loro cercava di essere sempre sereno e tranquillo. Insieme alla moglie, cercarono una soluzione. Così, una sera, decisero che la domenica seguente avrebbero portato i bambini nel bosco, con la scusa di una gita, e poi li avrebbero abbandonati là. Il motivo per cui volevano lasciarli era semplice: lì vicino c’era il palazzo del re. Spesso i nobili andavano nel bosco per passeggiare o cacciare: incontrando i bambini, avrebbero avuto compassione e li avrebbero sicuramente portati con loro, dandogli una vita migliore.

Tredicino, però, aveva capito tutto

Tridicinu, che era molto sveglio e furbo, aveva capito che c’era qualche problema. Si era nascosto per ascoltare i discorsi dei genitori e, senza dire niente a nessuno, aveva trovato un modo per non rimanere nel bosco. Si era riempito le tasche di ciottoli e pietrine bianche che aveva raccolto sulla spiaggia. Quando arrivò il giorno della gita, i genitori uscirono con tutti i bambini. Si erano avventurati nel bosco ed erano tutti molto allegri. Tredicino, di tanto in tanto, lasciava cadere uno dei suoi ciottoli, in modo da ritrovare la via di casa quando li avrebbero lasciati nel bosco. Arrivati in una radura, si fermarono per il pranzo, quindi i bambini si addormentarono sotto gli alberi. I genitori, con le lacrime agli occhi, li abbandonarono. Al risveglio, quando era già sera, i ragazzini si spaventarono, ma Tridicinu li calmò. Spiegò loro cosa era accaduto e gli disse che li avrebbe riportati a casa la mattina dopo.  Per quella notte avrebbero dormito sugli alberi, per difendersi dagli animali del bosco.

I genitori, nel frattempo, si erano pentiti di quello che avevano fatto e, piangendo, avevano deciso che la mattina seguente sarebbero tornati nel bosco a riprendersi i figliuoli. Il giorno seguente, di buonora, Tridicinu svegliò i fratelli. Tutti insieme  si misero in cammino, cercando attentamente i ciottoli di mare bianchi che aveva lasciato cadere il giorno prima. Così, dopo qualche ora di cammino, si ritrovarono senza difficoltà ai margini del bosco dove incontrarono i genitori che, nel frattempo, erano usciti a cercarli. Tutti si abbracciarono e baciarono e giurarono che non si sarebbero separati mai più… Ma non era così. Si sa che i buoni propositi degli uomini sono fragili come le nuvole del cielo.

Un nuovo problema da risolvere per Tridicinu

Qualche mese dopo la situazione finanziaria della famiglia peggiorò nuovamente. Tridicinu si rese conto che i suoi genitori avevano deciso di nuovo di affidarli alla sorte. Questa volta, però, non riuscì a trovare ciottoli o altri oggetti da portare con sé per segnare la strada, e dovette accontentarsi di mettere in tasca dei pezzetti di pane raffermo. Di nuovo accadde ciò che era già accaduto: i genitori lasciarono nuovamente i fili nel bosco. I bambini, però, non ebbero paura, certi che Tridicinu avrebbe risolto il problema. Il ragazzino, però, non fu fortunato: gli uccelli e le formiche avevano divorato tutte le briciole che aveva fatto cadere. I ragazzi si guardarono intorno molto preoccupati: non c’era nulla che indicasse loro la direzione da prendere, solo alberi, alberi e alberi. In fondo c’era una piccola altura, una specie di collinetta: Tredicino spiegò loro che da lì avrebbero visto la strada verso casa.

I bambini si misero a camminare ma, nel frattempo, si fece buio. Alcuni dei bambini avevano cominciato a piagnucolare quando Tredicino vide una luce: pensò subito che fosse una casa e che qualcuno li avrebbe ospitati. I ragazzi, rincuorati, raggiunsero quell’abitazione. Gli aprì un uomo grande e brutto, che appena li vide ne afferrò un paio cercando di mangiarli: era lu Vecchiu Dragu (il Vecchio Drago)! I bambini si misero ad urlare, ma inutilmente, nella casa non c’era nessun altro che potesse aiutarli. Allora Tridicinu cercò di farsi ascoltare dal mostro. Disse: «Un momento, signor Drago, voi siete grande e potente ,ma noi siamo piccoli e magri e sicuramente non riuscirete a saziarvi mangiandoci adesso. Teneteci un po con voi, fateci mangiare delle cose nutrienti… Ci mangerete dopo, quando saremo diventati grassi e morbidi come piace a voi!». Il brutto orco si lasciò convincere e decise di tenerli con sé per ingrassarli. I bambini quella sera cenarono col Vecchiu Dragu che aveva appena sfornato il suo cibo: un intero vitellino da latte. Poi, subito a nanna.

Tredicino e il Vecchiu Dragu

Quando il vecchio si addormentò, Tredicino spiegò ai fratelli che era il momento di fuggire. Gli disse che dovevano arrivare alla collinetta per vedere la strada di casa  e che, una volta fuggiti, non dovevano mai voltarsi indietro.  Aprì la porta e i fratelli uscirono ma, chiudendo la porta, fece un rumore che svegliò lu VecchiuDragu. L’orco svegliò e fece in tempo ad afferrare il ragazzo ed a richiudere la porta con un calcio. Gli altri erano fuggiti come concordato. «Ah – urlò il Vecchiu Dragu- mi volevi ingannare eh? Ora a te ci penso io, seguirò il tuo consiglio, ti farò ingrassare, ma dove e come voglio io!». E così lo chiuse in una cassapanca,ne inchiodò il coperchio, vi fece due buchi, per l’aria e per il cibo e decise di sottoporlo ad una supernutrizione a base di passula e ficu (uva passa e fichi). Ogni giorno gli chiedeva di inserire il dito in un buco per vedere se si era ingrassato abbastanza.

Ma Tridicinu aveva trovato dentro la sua prigione una codina di topo e la mostrava al posto dl dito con grande delusione e rabbia del Vecchiu Dragu. Un brutto giorno, però, il gatto di casa, convinto che si trattasse di un topo intero, afferrò al volo e mangiò la codina e Tridicinu dovette mostrare il suo vero dito che si era fatto grasso come un salsicciotto. «Ah – urlò il Vecchiu Dragu – mi volevi imbrogliare! È giunta la tua ora, domani ti cucinerò nel mio forno!». Il giorno dopo, come promesso il Vecchiu Dragu schiodò la cassa dove aveva chiuso Tridicinu, che ne uscì  florido e sorridente e apparentemente disponibile.  Il Vecchiu Dragu gli chiese di  fare n’apocu di stiddruzzi pi famiari (Un po’ di pezzi di legna da ardere per accendere il forno) e lui tagliò e segò alla perfezione un grosso ramo secco. Portò i pezzi accanto al forno, raccolse i resti della cenere e aiutò l’orco a sistemarli. Ad un certo punto, quando il forno era ben caldo, il giovane si fermò di soprassalto con espressione stravolta e gridò: «Fermu… fermu… Ma chi c’è?». E si avvicinò a   guardare dentro il forno.

Per fortuna arriva il lieto fine

Il Vecchiu Dragu si chiese cosa dovesse guardare e Tredicino disse: «Dentro… a destra… in basso…più giù… quella cosa nera!». L’orco di avvicinò al forno e, a quel punto, il ragazzo lo chiuse dentro con un masso pesantissimo, che si poteva aprire solo dall’esterno. Tredicino si avvicinò dunque al letto del vecchio e tirò fuori tutti i soldi che il mostro aveva rubato e nascosto lì. «Mio padre non avrà più bisogno di lavorare», pensò. Mise tutto in un sacco e si avviò verso la collinetta da cui individuò facilmente la strada da seguire per tornare a casa. Prima di arrivare si fermò a comprare dolci e vino, per festeggiare con la sua famiglia…e arristaru felici e cuntenti e natri cca ca unn’avemu nenti (“E rimasero felici e contenti, e noi qua che non abbiamo niente”, la tipica frase di chiusura delle fiabe siciliane).

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