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Gangi Vecchio è il nome di un centro cittadino sorto a pochi chilometri di distanza da Gangi, attuale centro turistico alle porte di Palermo, e “Borgo dei Borghi 2014”.

Gangi Vecchio è stata interessata da una imponente campagna di studi archeologici, voluta dal professor Francesco Giunta dell’Università di Palermo, negli anni Settanta, che ha portato alla luce anche un prezioso volume documentale, che raccoglie in sé le importanti testimonianze redatte e raccolte nel Seicento dai vari archivi del tempo (dall’Arcidiocesi di Messina, all’Archivio della Corona e dei Ventimiglia), dall’economo della nota abbazia intitolata a Santa Maria di Gangi Vecchio, che riportano i primi cinquant’anni della storia della struttura, dalla sue edificazione, fino al titolo di abbazia.

Le origini dell’edificio monastico sono ancora avvolte nel mistero, ma dagli studi che sono stati effettuati, permangono due elementi principali: l’esistenza di un antico centro abitato, e di una chiesa dedicata alla Vergine Maria.
Gli eruditi, soprattutto del Cinquecento e del Seicento, ripresi poi da studiosi moderni, sembrano concordi nel confermare che molto probabilmente, l’insediamento benedettino, prese vita da strutture già presenti nel XIV secolo, e probabilmente risalenti all’antico abitato di Engyon, a cui molti fanno risalire la storia antica della città odierna di Gangi.
La struttura sita in Gangi, come molte altre della storia benedettina, devono la loro edificazione ai frati devoti a Benedetto da Norcia, che dal noto monastero di Montecassino, in provincia di Frosinone, dettò le regole dell’Ordine, già nel V secolo d.C.; regole che si fondavano sul noto motto ‘ora et labora’, ovvero su un misto di attività lavorative e contemplative, al riparo dalla vita turbinosa del mondo secolare.
Il monachesimo latino, vide il suo sviluppo in Sicilia solo un secolo più tardi, con Gregorio Magno. Papa di origine siciliana, fu colui che si incaricò di erigere e diffondere l’Ordine benedettino sull’Isola; sotto la sua egida, sorsero molte strutture monastiche, e nonostante la conquista bizantina dell’Isola, anche le strutture basiliane (a rito non latino) sembravano ricondurre tutte all’Ordine introdotto dal Papa.

Nel periodo della conquista musulmana di Sicilia, molti monaci furono costretti a scappare; molti si recarono soprattutto in Calabria, mentre altri, soprattutto quelli insediatisi nella zona Settentrionale, rimasero sull’Isola, tanto che, con l’avvento di Ruggero I, molti cenobi risultavano ancora abitati. Ai Normanni si deve la conseguente espansione dell’Ordine, e la fondazione di nuove strutture religiose, nonché la continua elargizione di privilegi ed esenzioni, che portarono gli Abati ad essere considerati al pari degli aristocratici del Regno di Sicilia.
Ma fu il Trecento ad essere caratterizzato da un periodo di fiorente attività edilizia, dedicata alla realizzazione di priorie ed abbazie, su tutto il territorio dell’Isola. La struttura del monastero dedicato a Santa Maria di Gangi Vecchio, si fa risalire appunto a questo contesto storico, in cui gli insediamenti benedettini facevano parte anche di quello che era il tessuto politico della Sicilia.

L’edificio religioso venne edificato nel 1364, non molti anni dopo la rifondazione del noto monastero di San Martino alle Scale, principale abbazia benedettina siciliana assieme al noto complesso di San Nicolò l’Arena sito nei pressi di Catania, che venne edificato inizialmente su ordine di Gregorio Magno in persona, già nel 590 d.C.
La sua rifondazione, realizzata ad opera di Angelo Sinisio, portò anche alla realizzazione del monastero di Sant’Aloisio di Calonerò, altro edificio benedettino di rilievo isolano, sito nei pressi di Messina, che venne elevato nel 1369 ad abbazia, proprio da Papa Urbano V. Pochi anni prima, a Catania, vide la luce anche il cenobio benedettino di Santa Maria di Nova Luce, eretto grazie all’intervento di Artale Alagona, conte di Mistretta e Maestro Giustiziere del Regno.

Agli otto religiosi giunti nella vasta contea di Geraci, sita sotto il dominio dei Ventimiglia e nelle intendenze della diocesi di Messina, si aggiunse il figlio del nobile de Marchesi, che cedette all’Ordine tutti i suoi beni. Con il documento dell’8 febbraio del 1864, il Vescovo di Messina sancì l’edificazione del monastero di Gangi Vecchio.
L’elezione del primo priore risale al 1366, e la costruzione degli ambienti occupò interamente i due anni successivi. In quel periodo, venne ordinato l’ampliamento del monastero, che il Vescovo Dionisio ordinò con l’annessione della ‘grancia’, un’abitazione fatta costruire da egli stesso in città, e del pre-esistente oratorio di San Pietro, che divenne poi la Batìa, presidio esclusivo delle monache benedettine.
La struttura acquisì immediata importanza per tutto il territorio della contea e delle Madonie, e quindi dei Ventimiglia, padroni di Geraci, che ai religiosi concedettero molti terreni e beni immobili. Questo non solo perché il monastero faceva parte storicamente e da sempre della contea, assieme al castello di Regiovanni, sin dall’insediamento dei Normanni sull’Isola, ma anche perché all’interno del Parlamento Siciliano, nato con Ruggero I, gli Abati avevano la stessa importanza dei nobili; i Ventimiglia, in particolare, rappresentavano il Braccio Militare dell’organo istituzionale, e al priore del monastero di Gangi Vecchio era affidato il 56esimo posto nel Braccio Spirituale.

Nel 1372, alle terre dell’abbazia, si unì anche il feudo di Camporotondo, che Federico II da Ventimiglia donò, con il diritto alla gestione anche dei corsi fluviali e degli acquedotti, ai religiosi benedettini; un vallone che procedeva lungo il fiume, per abbracciare le odierne contee di Santa Venere, Casal Grande e Stazzone, il cui toponimo deriva dall’antico forno, ceduto dai nobili ai religiosi, che veniva utilizzato per la cottura della terra volta alla fabbricazione di tegole e mattoni.
Pochi anni più tardi, il lavoro di Benedetto Parrinello venne ricompensato: fu chiamato dal Vescovo di Palermo a far parte del monastero di Santa Maria di Monreale, assieme a nove frati giunti dal cenobio di San Martino alle Scale, e ad uno proveniente dal monastero di Calatamauro.
L’abate visse fino al 1398; sotto il regno di re Martino I, l’edificio religioso di Santa Maria di Gangi Vecchio poté godere di molti privilegi economici, tra cui anche la completa esenzione della dogana e del dazio, che portò i frati a poter acquistare e produrre, per tutto il Quattrocento e in qualsiasi parte dell’Isola, qualsiasi bene materiale senza dover pagare alcuna tassa al Regno. Nel 1413, a seguito della sempre più crescente fama produttiva del monastero, che ne frattempo si era arricchito di fabbriche e opifici, il Vescovo di Messina elevò l’edificio ad Abbazia, proprio poco prima della nota legge che portò all’abolizione degli ordini monastici dell’Isola.

Il monastero di Santa Maria di Gangi Vecchio prosperò però molto probabilmente, anche per una buona parte del XV secolo, soprattutto grazie alle donazioni dei cittadini, nobili e meno nobili, che apprezzarono il lavoro svolto fino a quel momento dai religiosi. Tra loro anche Agata Ventimiglia, moglie di don Antonio Ventimiglia, barone di Regiovanni, che chiese di essere sepolta proprio presso la chiesa del convento, nel 1496.
Di quel grande complesso oggi rimangono le testimonianze degli affreschi cinquecenteschi del Refettorio, e il grande fonte posto all’esterno della struttura. L’imponente corte, a pianta quadrata, fungeva da anticamera dell’edificio principale che ospitava anche gli ambienti della biblioteca, della sala capitolare, del calidarium, del dormitorio dei frati, e il quarto dell’Abate, oltre che della chiesa e del refettorio, secondo quelle che erano le regole che stabilirono la costruzione delle antiche strutture monastiche dell’Ordine dei benedettini.

Autore | Enrica Bartalotta

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