Le tradizioni della Medicina Popolare in Sicilia.

  • In Sicilia tutti avevano (e hanno) la tendenza a sentirsi un po’ medici.
  • In tempi antichi quasi si faceva più affidamento sui consigli di un parente, che su quelli di un medico.
  • Giuseppe Pitrè ha approfondito l’argomento, fornendoci tantissime informazioni interessanti.

I rimedi delle nonne e la medicina popolare costituiscono una pagina fondamentale della storia della cultura siciliana. Soprattutto in passato, ci si affidava ciecamente a soluzioni che oggi, solo a sentirle, ci fanno accapponare la pelle. Eppure quelle soluzioni erano tenute in grande considerazione. Per comprendere meglio le caratteristiche della medicina popolare siciliana, possiamo affidarci al grande Giuseppe Pitrè, che gli ha dedicato un saggio. Ha raccolto tradizioni, pensieri, gesti e opere della vita sanitaria siciliana, nell’ambito della raccolta “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”. Secondo quanto afferma Pitrè in Sicilia, in un certo senso, tutti hanno l’abitudine di sentirsi un po’ medici. Così, quando una medicina veniva considerata inutile, magari ci si rivolgeva ad un erbaiolo, che possa procurarne un’altra. Il medico, sostanzialmente, non riscuoteva molta ammirazione dal popolo. Se un malato guariva, infatti, era più per opera di quel particolare santo a cui ci si era rivolti. Se, invece, moriva, la responsabilità era del medico.

Il ruolo del medico siciliano

In passato in Sicilia, spesso le parole, le erbe, le pietre e addirittura gli animali valevano per efficacia, più di una normale medicina. C’è per esempio un proverbio siciliano che dice: “C’è tanti erbi all’ortu, ca risurgina l’omu mortu”. Una delle convinzioni più particolari, era che spesso il malato era più rassicurato da una persona potente e conosciuta, che da un medico. C’era chi addirittura affermava di saper guarire ferite, esclusivamente attraverso la sua saliva. Nell’antico immaginario collettivo siciliano, il vero medico doveva essere vecchio, il farmacista ricco e il barbiere (chirurgo) giovane. Proprio il barbiere si occupava della maggior parte degli atti pratici (salassi, fratture, ascessi, lussazioni e malattie veneree). Il più delle volte il barbiere era anche un medico. Burocraticamente parlando, però, il potere decisionale di praticare salassi o particolari tipologie di intervento, spettava al medico. Il barbiere si sarebbe dovuto preoccupare solo dell’esecuzione di tali cure.

Per quanto concerneva la vita del medico, essa assumeva connotazioni diverse, in base a dove era vissuta. Il medico delle grandi città era, a quanto pare, mal retribuito. Il medico di paese conduceva una vita migliore, probabilmente perché la paga di una visita non era solo fatta di denaro, ma anche di cibo. Altro aspetto di rilievo è che il medico era spesso visto come una persona alla quale non bisognava nascondere nulla, neanche una lite, un problema morale o di scarso significato.A lui, come al confessore, bisognava dire tutto.

L’importanza dell’erbaiolo

Sempre nell’ambito della medicina popolare siciliana, rientra la figura dell’erbaiolo. Questi, con la sua “lattata di mennule” (latte di mandorla), il decotto di malva e di orzo e tante altre bibite e medicine, rinfrescava e purifica il sangue a moltissime persone. Attraverso i suoi medicinali, offriva rimedio a molte malattie, come la blenorragia, curata attraverso la “cannavusata” o alcuni tipi di irritazioni. Un elemento curioso è che la stragrande maggioranza delle botteghe di erbaioli, in Sicilia, erano gestite da donne.

Le malattie e le loro cause

Secondo quanto riportato da Pitrè, la maggior parte delle malattie, secondo il cittadino siciliano, era provocata da irritazione e la bocca ne era la principale manifestazione. Subito venivano reuma e nervi e, infine, dall’aria che si respirava. Le epidemie erano causate proprio da aria cattiva. Se un ammalato moriva per un’epidemia, se ne bruciavano i vestiti e tutti i suoi oggetti. Qualunque malessere fosse legato allo stomaco, era causato da acidità. Un particolare tipo di patologia, se così può essere definita, era la iettatura: chi ne è colpito ha scarsissime probabilità di guarigione. Spesso la natura di alcune malattie era ancora attribuita al cattivo sangue ed agli umori in generale.

Per chiudere questo piccolo approfondimento, riportiamo alcuni antichi rimedi popolari siciliani. Il morso di una vespa si curava applicando una lama alla ferita. Il morso di un ragno adagiando il ragno ucciso sulla parte lesa. Chi soffriva di itterizia doveva odorare fiori gialli di una zucca. Contro il prurito dell’orticaria si applicava un cordone di lana attorno alla vita. Tutte le malattie difficili da diagnosticare o da curare andavano contrastate applicando i salassi, in parti diverse dell’organismo: se il dolore era cardiaco si effettuava sulla mano, se al fianco al piede, se alla testa nella spalla.

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