Ci sono parole ormai scomparse anche dal nostro vocabolario popolare e di cui credo solo in pochi si ricordano. Parole o modi di dire che hanno in qualche maniera fatto la storia della nostra infanzia; o almeno di quelli che, come me, hanno già qualche anno sulle spalle. Mi riferisco in questo caso al linguaggio che le mamme o le nonne anticamente usavano quando si rivolgevano ai bambini.
Il neonato, almeno fino all’età di un anno, non era infatti u picciriddu o u nutricu ma, almeno dalle mie parti, lo si chiamava “u vavà”. Se poi lo si voleva amorevolmente rimproverare gli si diceva: “Ti dugnu tetè”; mentre le sue scarpette erano “i pepè”. Quando u vavà stava male aveva “a bbubbù” e se andava di corpo faceva “a ppuppù”; e se poi allattava al seno materno si pigghiava “a nennè”. Se il piccolo dormiva faceva “a vovò” e se lo si portava a spasso andava “a ddiddì”. Curioso vero?…Ma almeno fin verso la fine degli anni cinquanta, e soprattutto fra il ceto dei contadini, era proprio così. E chissà poi perché tutte quelle parole avevano la vocale finale accentata; che verrebbe quasi voglia di farne uno scioglilingua….magari accussì !

Vavà, vovò
bbubbù, ppuppù,
pepè, tetè
ddiddì, nennè

Provateci e buon divertimento !

Di Nando Cimino

Da Sicilia il Meglio