La chiamano Villa dei Mostri, ma il suo vero nome è Villa Palagonia. Si trova a Bagheria, in provincia di Palermo ed un edificio affascinante, avvolto da un alone di mistero. Lo spaventoso soprannome di questo edificio deriva dalla presenza di alcune statue, veri e propri guardiani di pietra, sulle mura di cinta.

La villa venne costruita a partire dal 1715, per conto di Ferdinando Francesco I Gravina Cruyllas, principe di Palagonia, ad opera dell’architetto Tommaso Maria Napoli. Questi, con l’aiuto di Agatino Daidone si occupò, nel 1737, delle strutture basse che circondano la villa e, nel 1749, delle decorazioni interne ed esterne, su incarico di alcuni successori del principe.

In particolare all’omonimo nipote Ferdinando Francesco II, detto Il negromante (1722-1788), si deve la realizzazione dell’estesa sequela di figure mostruose che ne cingono le mura. Era figlio di Ignazio Sebastiano e di Margherita Alliata.

Villa dei Mostri Leggende

Le leggende che aleggiavano circa l’influenza malefica dei mostruosi «guardiani» di pietra sugli uomini (in grado di provocare, fu credenza a lungo diffusa, aborti o parti mostruosi alle gravide) ed il costo elevatissimo di tutto il progetto architettonico, unito alle mille bizzarrie notorie anche dentro le mura, concorsero tutte ad alimentare la fama di follia e quell’aura maledetta del principe che non propriamente parve corrispondere al vero.

Gli archivi storici restituiscono, anzi, il profilo di un uomo particolarmente lucido, ciambellano personale del re di Napoli e grande di Spagna, che ricoprì cariche politiche di notevole responsabilità, come già il nonno, e che, nella senescenza, si occupò di opere misericordiose.

È il Principe di Palagonia, disse il bottegaio, che gira di tanto in tanto per la città, facendo la colletta per il riscatto degli schiavi prigionieri in barbarie», scriveva Bartels. Sposato, a detta di chi lo udisse parlare, avrebbe dato prova di una saggezza e di una sobrietà per nulla conciliabili con la mattanza della sua opera. Il conte di Borch lo stimò così: «Sono stato veramente meravigliato dal suo tratto e dal modo giusto e corretto con cui ragionava di ogni cosa».

E ancora Goethe lo descriveva: «Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo; tutti gli occhi erano appuntati su di lui.» Rimanendo, tuttavia, fondata la notizia che non avesse un bell’aspetto, studiosi e psichiatri come i due amburghesi Helen Fisher e Wilhelm Weygandt, ipotizzarono una patologia psicotica dell’aristocratico che lo avrebbe portato a esorcizzare il complesso della sua bruttezza, circondandosi di «amici» turpi quanto lui.

Anche Emil Kraepelin si interessò alle sculture della villa, rilevandone affinità con i disegni dei catatonici ed esemplificandole in una fotografia inserita nel primo volume del suo trattato di Psichiatria. Ma era l’età del fervore scientifico positivista, l’epoca delle grandi classificazioni sintomatiche descritte in assenza di una chiara visione eziologica delle malattie mentali. La rivoluzione freudiana era agli inizi, e l’inconscio era ancora costretto dagli argini coscienziali. Era anche il tempo in cui stava per essere pubblicata l’opera di Hans Prinzhorn sull’attività plastica dei malati di mente, sulla specificità della Gestaltung schizofrenica riassunta nelle seguenti caratteristiche formali: gioco sfrenato, monumentalità ornamentale, ambiguità, frammentarietà della figurazione.

Recenti studi ipotizzano, invece, una precisa matrice alchemica del XVIII secolo – come per altre ville bagheresi – alla base di questo edificio. La ripartizione dei cosiddetti mostri in due settori laterali della villa (musicanti da una parte e creature deformi dall’altra, con la costante presenza del dio Mercurio, fautore della trasmutazione della materia) significherebbe la ricerca dell’armonia partendo dalla musica (Nigredo) sino alla materia (Rubedo).

L’Architettura della Villa

Il corpo di fabbrica centrale della villa, del tipo tradizionale a blocco chiuso, senza cortili interni, ha una pianta articolata in due elementi quadrati congiunti da una parte centrale curvilinea. Il piano terra è attraversato al centro da un passo carraio, che si allarga al centro in uno spazio ovale senza luce diretta. Il primo piano presenta quattro torrioni agli angoli e al centro un vestibolo ovale, che ripete lo spazio del piano inferiore.

Da questo si accede al salone delle feste, riccamente affrescato e con il soffitto coperto da specchi. Oltre questo è presente la cappella gentilizia. Dal lato opposto si trova una sala da biliardo e sui lati gli appartamenti privati, costituiti da un serie di stanze l’una dietro l’altra. Al piano nobile si accede dal piano di campagna per mezzo di una scalinata a doppia tenaglia, con balaustre in pietra che ne accompagnano l’articolato disegno. Alla base è affiancata da due sedili in pietra, con schienali a linee spezzate di gusto barocco. A conclusione del prospetto, al di sopra della trabeazione, vi è un attico con elementi decorativi, tanto alto da nascondere le falde del tetto, mentre gli spigoli della fabbrica hanno il piano terra bastionato.

Le basse costruzioni che circondano l’edificio sono riccamente decorate da statue in calcarenite d’Aspra, che raffigurano vari personaggi uniti ad animali fantastici e figure caricaturali, dette mostri. A metà del viale d’ingresso si trova il cosiddetto Arco del Padreterno; fu invece demolito alla metà del XX secolo il grande Arco dei Tre Portoni (in dialetto Tri Purtuna).