Per secoli è rimasta in silenzio, appesa alle pareti del potere accademico, attraversando riforme, rettorati e trasformazioni istituzionali senza mai svelare fino in fondo la propria identità.
Oggi, dopo un complesso e meticoloso intervento di restauro, un dipinto custodito dall’Università degli Studi di Palermo torna finalmente a raccontare la sua storia. E lo fa con una rivelazione di grande valore storico e artistico: l’opera è una delle quindici copie conosciute al mondo della “Madonna del velo”, capolavoro perduto di Raffaello Sanzio.
La presentazione ufficiale dell’opera restaurata si è svolta nella Chiesa di Sant’Antonio Abate, all’interno del Complesso monumentale dello Steri, uno dei luoghi simbolo della storia culturale palermitana. Un evento che segna non solo il ritorno di un dipinto alla fruizione pubblica, ma anche una nuova pagina nel racconto del patrimonio artistico dell’Ateneo.
Per l’Università di Palermo si tratta di un momento particolarmente significativo, perché il restauro ha permesso di riaccendere l’attenzione su un’opera rimasta a lungo in una sorta di zona d’ombra, conosciuta ma non pienamente studiata.
La tela, databile alla fine del Cinquecento, raffigura la Vergine nell’atto di adorare il Bambino, mentre San Giovanni Battista infante assiste alla scena. Una composizione intima, delicata, che richiama direttamente l’invenzione raffaellesca, pur senza poterne attribuire con certezza la paternità.
Ed è proprio questa incertezza, lungi dall’essere un limite, a rendere l’opera ancora più affascinante.
“Una giornata importante”: le parole del rettore Midiri
A sottolineare il valore simbolico e culturale dell’evento è stato il rettore Massimo Midiri, che ha parlato apertamente di una svolta nella conoscenza del patrimonio universitario.
Secondo Midiri, “è una giornata importante”, perché “ritorna alla luce un dipinto con una storia non completamente definita, di scuola raffaellita, la cui origine resta ancora oggetto di studio”.
Il rettore ha chiarito che molte domande restano aperte:
“Non sappiamo chi sia l’autore, né dove l’opera sia stata realizzata: qualcuno parla della Sicilia, qualcuno del Veneto”.
Ma proprio questo alone di mistero, unito alla qualità pittorica, rende il dipinto “comunque straordinario”.
Un’opera sempre presente allo Steri
Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda la collocazione storica del dipinto. Come ha ricordato Midiri, l’opera è sempre stata nei palazzi dello Steri, addirittura “nella stanza del Rettore”.
Un dettaglio che racconta come, per secoli, questo quadro sia stato parte integrante della vita istituzionale dell’Università, senza tuttavia essere pienamente valorizzato come opera d’arte di rilievo internazionale.
Il restauro ha cambiato radicalmente questa prospettiva.
Cultura e terza missione dell’università
Nel suo intervento, il rettore ha ribadito anche il ruolo pubblico dell’Ateneo:
“Noi crediamo molto nella cultura e nella terza missione dell’università: informare la comunità cittadina sulle cose belle che possediamo è un messaggio che le persone e i ragazzi apprezzano”.
In questa ottica, la restituzione dell’opera non è solo un fatto accademico, ma un gesto rivolto alla città. Un modo per rafforzare il legame tra l’università e il territorio, rendendo visibile un patrimonio che spesso resta nascosto.
Il dipinto sarà accessibile gratuitamente
Un altro punto centrale riguarda la fruizione pubblica. Midiri ha annunciato che il quadro sarà accessibile gratuitamente, inserito all’interno di un percorso museale strutturato.
“Cercheremo di creare percorsi di visite guidate: tutto il Palazzo Steri è un impianto museale evidente e inseriremo anche questo quadro nei percorsi di visita, come avviene per gli altri ambienti del Rettorato“.
Una scelta che va nella direzione di una cultura aperta e condivisa, in linea con le più moderne politiche di valorizzazione del patrimonio pubblico.
Il ruolo di UniPa Heritage
Un contributo decisivo al progetto è arrivato dal sistema museale di Ateneo, UniPa Heritage, che coordina la gestione e la valorizzazione delle collezioni universitarie.
Il presidente Michelangelo Gruttadauria ha ricordato che “il compito del sistema museale dell’università è proprio quello di valorizzare il ricco patrimonio dell’Ateneo“.
E ha aggiunto un dettaglio fondamentale:
“Questo quadro fa parte della collezione universitaria da sempre. Gli indizi storici ci dicono che appartiene all’università sin dalla sua fondazione“.
Un’eredità che, secondo Gruttadauria, non può restare invisibile.
Un restauro lungo e complesso
Il recupero dell’opera non è stato semplice. Il restauro, avviato diversi anni fa, ha richiesto tempo, competenze specialistiche e grande cautela.
“L’intervento è stato complesso”, ha spiegato Gruttadauria, “perché la tela aveva bisogno di un lungo e delicato lavoro conservativo“.
Nel corso dei secoli, il dipinto aveva subito interventi di restauro non documentati, che hanno complicato il lavoro dei tecnici, costretti a una vera e propria ricostruzione critica oltre che materiale.
La ricerca scientifica dietro il restauro
Fondamentale è stato anche il contributo scientifico e didattico, come ha sottolineato Giuditta Ermio, autrice della tesi di laurea dedicata proprio al restauro dell’opera.
Secondo Ermio, “la natura di copia del dipinto ci ha permesso di collegarlo a un’opera perduta di Raffaello Sanzio“.
Grazie al confronto con altre versioni note dello stesso soggetto, è stato possibile avviare uno studio approfondito sulla pratica della copia, centrale nella diffusione dei modelli rinascimentali.
Copia non significa minore valore
Un passaggio chiave del lavoro di ricerca riguarda il significato stesso della copia. Come ha spiegato Ermio, “il restauro è stato un’occasione per analizzare la tecnica esecutiva, comprendere il ruolo della copia nel suo senso più autentico“.
Nel Rinascimento, copiare un maestro come Raffaello non era un esercizio minore, ma un atto di studio, trasmissione e reinterpretazione.
In questo senso, il dipinto palermitano diventa una testimonianza preziosa della fortuna critica e artistica dell’invenzione raffaellesca.
Un’opera restituita alla città
Per l’Università di Palermo, la presentazione dell’opera restaurata è stata vissuta come “un giorno di festa”, per usare le parole del rettore Midiri.
“Recuperiamo un’opera di straordinaria bellezza e la restituiamo alla città, rafforzando il legame tra Ateneo, patrimonio e comunità“.
Un messaggio che va oltre il singolo dipinto e che parla del ruolo delle istituzioni culturali nel custodire, studiare e condividere la memoria collettiva.
Lo sapevi che…?
La “Madonna del velo” di Raffaello è considerata una delle invenzioni più raffinate del maestro urbinate, tanto da essere stata copiata decine di volte già nel XVI secolo.
FAQ – Le domande più cercate
L’opera è di Raffaello?
No, è una copia di scuola raffaellita ispirata a un originale perduto.
Quante copie esistono al mondo?
Sono note circa quindici copie dello stesso soggetto.
Dove si può vedere il dipinto?
Nel Palazzo Steri, a Palermo, con accesso gratuito.
Chi ha finanziato il restauro?
Il progetto è stato curato dall’Università di Palermo tramite il suo sistema museale.
