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C’è un’età scritta sui documenti e un’altra, più sfuggente, che ognuno porta dentro di sé. Quando inizia davvero la vecchiaia? E coincide con il momento in cui sono gli altri a considerarci “avanti con gli anni”? Una nuova ricerca nazionale ha provato a misurare questa distanza, e una città siciliana emerge tra quelle in cui lo scarto è più marcato.

È Messina: qui le persone iniziano, o si aspettano di iniziare, a sentirsi “vecchie” a 41,5 anni, mentre ritengono che la società consideri qualcuno anziano soltanto a partire dai 58,7 anni. Una differenza di 17,2 anni, il terzo divario più ampio tra tutte le città analizzate.

Messina oltre la media nazionale

Su scala italiana, la soglia attribuita alla società si colloca intorno ai 60 anni, mentre quella personale scende a circa 50: una decina d’anni di distanza. A Messina il divario supera i diciassette anni, quasi il doppio.

Il dato messinese va oltre anche quello della Gen Z, la generazione che a livello nazionale mostra lo scarto più ampio: i più giovani pensano che la società inizi a considerare qualcuno avanti con l’età a 52 anni, ma immaginano di potersi sentire così già a 37, con una distanza di circa 15 anni. Tra i Baby Boomers, invece, le due soglie quasi si toccano: 64 anni per quella sociale, 61 per quella personale.

Cosa preoccupa (e cosa rassicura) del tempo che passa

A livello nazionale, la preoccupazione più citata è la salute fisica e la mobilità (50%), seguita dalla salute cognitiva, come memoria e concentrazione (35%). Vengono poi i cambiamenti nell’aspetto fisico e il timore di perdere l’indipendenza.

Pesano anche le aspettative sociali: più della metà degli intervistati ritiene che l’invecchiamento sia visto in modo negativo, e quasi quattro persone su dieci sentono la pressione di mantenere un aspetto giovane. Una pressione che, curiosamente, è più forte proprio tra i più giovani: tra i 18 e i 24 anni riguarda oltre sei persone su dieci.

Il quadro però non è solo in chiaroscuro. Più della metà del campione racconta di sentirsi più a proprio agio con sé stesso con il passare degli anni e di aver sviluppato una maggiore resilienza emotiva. E il 61,1% afferma di non associare necessariamente l’invecchiamento al “sentirsi vecchi”.

La ricerca: due soglie per la stessa domanda

Lo studio è stato realizzato da Unobravo, piattaforma di supporto psicologico online, che ha intervistato 1.670 adulti in tutta Italia tra aprile e maggio 2026. I risultati sono stati poi letti e interpretati dagli psicologi del servizio.

Il questionario ha messo a confronto due aspetti distinti: l’età in cui si pensa che la società inizi a considerare una persona “vecchia” e quella in cui ci si sente, o si immagina di sentirsi, personalmente tali. Accanto a questo, la ricerca ha indagato preoccupazioni, cambiamenti di priorità e aspettative sociali legate al passare del tempo.

Invecchiare e sentirsi vecchi non sono la stessa cosa

Gli stessi psicologi di Unobravo invitano a leggere i dati con cautela: le risposte descrivono percezioni, non spiegano da sole quali fattori determinino le differenze tra gruppi o territori. Per la Clinical Manager Corena Pezzella, diventare più attenti alla salute o più riflessivi nelle scelte non è per forza un segnale negativo, ma il riflesso di priorità che cambiano nel corso della vita.

Il caso di Messina, allora, più che una sentenza è uno spunto: racconta una città in cui lo sguardo su di sé corre più veloce di quello degli altri. E ricorda che l’età, prima ancora che un numero, è un modo di guardarsi.