A “maidda” siciliana. Come descrivevano le massaie siciliane di una volta, “a maidda è nu mòbbuli di lignu, ginirarmenti a forma di casciuni rittanculari, usatu tradizziunarmenti n campagna pi mpastari lu pani, cunzirvari farina, lèvutu e àutri gèniri alimentari”. La maidda, in italiano madia, è un contenitore ricavato da un unico blocco di legno, di forma rettangolare, con i bordi rialzati, in cui veniva impastato il pane nelle abitazioni di campagna, oggi prevalentemente utilizzato come elemento decorativo nelle case di villeggiatura come fioriera o portariviste. Nel passato fare il pane era un rituale che si ripeteva ogni 15 giorni, il capofamiglia si recava al mulino per comprare il sacco di farina che doveva essere macinata fresca, e la figlia femmina più piccola aveva invece il compito di andare a prendere il “crescente” (lievito madre) dalla vicina di casa che per ultima aveva fatto il pane. Il contenitore del lievito madre era condiviso da tutte le famiglie del quartiere, e girava di casa in casa da anni per mantenere sempre vivo con le nuove “prese” rigeneranti il suo prezioso e delicato contenuto. Nel giorno prefissato per la preparazione del pane, durante la colazione la famiglia riunita organizzava il lavoro per preparare 20 kg tra “Vastedde” (tipica pagnotta siciliana) e “Cucciddati” (ciambelle) che in genere bastavano per circa 15 giorni. Nel passato il pane era uno degli alimenti principali nelle tavole dei siciliani e veniva utilizzato in molti modi sia nel salato che nel dolce, all’insegna dell’economia e di un’alimentazione fatta di poche cose semplici ma genuine. La cucina durante la preparazione delle pagnotte diventava un campo di battaglia, e “a maidda” guadagnava il centro della scena. Dopo aver fatto cadere setacciata a pioggia la farina al suo interno, si metteva il sale miscelato a secco per non compromettere il buon esito della lievitazione, reazione purtroppo abbastanza comune quando il sale entrava a contatto diretto con il lievito madre cagionandone il rallentamento della crescita. Infine si faceva una fontana al cui interno si aggiungevano il lievito e l’acqua tiepida dando il via alla lavorazione dell’impasto che richiedeva un ritmo sostenuto ed una presa energica effettuata da almeno due persone alla volta. La pasta veniva appallottolata e presa a pugni, sollevata in aria e poi sbattuta con grande forza, al fine di fargli incorporare aria per ottenere una migliore lievitazione. Quando poi sulla superficie dell’impasto cominciavano a comparire le bolle, era pronto per essere frazionato in panetti che venivano adagiati a riposare su un tavolo appositamente abbigliato con coperte e due tovaglie bianche infarinate. A maidda rimaneva pulita, completamente priva di residui attaccati se la lavorazione era stata ben fatta, e questo era motivo di orgoglio di molte esperte massaie. In ultimo si procedeva con la cottura del pane nel forno a legna. Quando non era utilizzata per la lavorazione dell’impasto, a maidda aveva la funzione di contenitore per il pane ma anche di altri alimenti. Forse ancora oggi in qualche paese c’è qualcuno che l’adopera, ma nella maggior parte delle case le vecchie o antiche maidde sono diventate solo un pezzo d’arredamento a ricordo di un passato che purtroppo non tornerà più.