L’avvento degli Angioini fu piuttosto violento poiché Carlo d’Angiò, da usurpatore, si impossessò di un Regno sul quale non vantava diritti dinastici. La battaglia di Benevento del 1266 fu un evento chiave per determinare le sorti del Regno siciliano, infatti si affrontarono guelfi (angioini e filo angioini) e ghibellini (svevi e filo svevi) con l’esito della battaglia che vedrà perire Re Manfredi e la vittoria dei guelfi. Salito al trono di Sicilia Carlo d’Angiò operò subito dei cambiamenti atti ad umiliare l’isola che divenne sempre più periferica; il francese spostò ad esempio la capitale da Palermo a Napoli, aumentando il già diffuso malcontento nell’isola, e riempì le città siciliane di soldati e feudatari francesi spesso tutt’altro che amichevoli che trattavano i siciliani come un popolo sottomesso e conquistato. Stanchi dei torti e dei soprusi i siciliani iniziarono ad organizzare una ribellione, che non fu un processo estemporaneo come si pensa, ma un fatto storico ben preparato e premeditato nel corso degli anni. Già due anni dopo l’evento di Benevento il piccolo Corradino di Svevia, figlio di Corrado, nipote di Federico II ed erede diretto della corona siciliana tentò di riprendersi il trono di Palermo, ma fu nuovamente sconfitto dagli angioini e dai ghibellini che riuscirono a catturarlo e a decapitarlo a Napoli. Il giovanissimo sovrano fu eliminato senza rispetto dagli invasori francesi. 
A tutto ciò seguiranno altri quattordici anni di soprusi, umiliazioni e vendette da parte degli angioini francesi nei confronti dei siciliani che il 30 marzo 1282 esplosero con tutta la loro violenza in quella ribellione che è divenuta famosa come la rivolta dei vespri siciliani. 
In breve tempo, le città alleate di Corleone e Palermo e poi tutto il resto dell’isola scacciarono i francesi da tutto il territorio e si organizzarono in liberi comuni: la famosa e rimpianta Communitas Siciliae. Oltre che dalla rabbia che i siciliani ebbero contro gli angioini, il vespro fu fomentato anche dall’imperatore d’oriente per motivi molto importanti: gli angioini infatti, dopo aver conquistato ed umiliato la Sicilia e il suo reame, e spostato in maniera irrispettosa la capitale da Palermo a Napoli, puntavano all’oriente; l’obiettivo dei francesi, dopo Palermo, era distruggere Costantinopoli. Nel frattempo gli angioini tentarono di riprendersi l’isola, approfittando anche di un Papa che fece gli interessi degli invasori, essendo anche esso francese. La stagione della Communitas Siciliae volge al termine per fare spazio ad una nuova monarchia, di eredità normanno-sveva, dunque legittima. 
La classe dirigente siciliana si accordò nell’offrire la corona dell’isola a Pietro d’Aragona, in quanto marito della figlia di Re Manfredi, Costanza di Hohenstaufen nativa di Catania. Pietro accettò e succedette all’antico casato regnante per diritto dinastico, ma non unì mai la Sicilia con l’Aragona ed anzi alla sua morte l’Aragona passò in mano al primogenito Alfonso, la Sicilia invece al secondogenito Giacomo. Se quest’ultimo inizialmente regnò col consenso del ceto dirigente e del popolo, man mano che il tempo trascorreva covava altre possibilità e alla morte del fratello Alfonso gli succedette in Aragona ma non diede la Sicilia al fratello Federico, ma si tenne i due regni per se, violando i patti che i suoi genitori avevano preso nei confronti del popolo siciliano. Pietro infatti considerava la Sicilia il regno di sua moglie, e pertanto ebbe rispetto. Il peggior tradimento che Giacomo potesse effettuare era quello di lasciare nuovamente la Sicilia in mano agli angioini e di prendersi la Sardegna e la Corsica, donate gentilmente a lui dal solito Papato. 
I baroni siciliani non stettero a guardare e dichiararono decaduto questo sovrano indisponente. 
Al suo posto nominarono il grande Federico III, uno dei più grandi personaggi della nostra storia, e uomo dalla storia epica. Federico venne in Sicilia che era un bambino (aveva circa 8 anni) e li era cresciuto. Quando ebbe il titolo di Re dell’isola la difese dagli attacchi di mezza Europa, come nella battaglia di Capo d’Orlando dove si scontrò col fratello Giacomo e il Regno d’Aragona (e poi ci parlano di dominazione aragonese della Sicilia), la difese persino da un altro tentativo armato dei francesi con Carlo di Valois e si accordò con gli angioini a Caltabellotta nel 1302 che chiuse la prima parte della novantennale guerra del vespro. In un primo momento Federico si fece proclamare Rex Trinacriae, mentre il titolo di Rex Siciliae rimase all’angioino regnante a Napoli. Ma in verità il nostro sovrano abbandonò dopo poco tempo questo titolo irrispettoso e tornò a firmarsi col nome legittimo di Re di Sicilia. Nel trattato era prevista pure la cessione della Sicilia agli angioini alla sua morte, cosa che come vedremo non accadrà, ma fu solo una presa di tempo per riorganizzare le forze. L’anno dopo sposerà a Messina Eleonora d’Angiò, matrimonio politico che però darà al re dell’isola ben dieci figli legittimi e diversi eredi. Si perché Federico nominerà suo figlio Pietro erede al trono disubbidendo agli accordi intrapresi. Il nostro sovrano fu anche un abile stratega e nel 1311 con due abili mosse politiche si assicurò l’alleanza con l’imperatore Arrigo di Lussemburgo per eliminare la presenza angioina in Italia, progetto che sfumò a causa della prematura morte dell’imperatore. Poi si dedicò all’allargamento dei domini della corona siciliana. Infatti finita la prima fase della guerra col trattato di Caltabellotta il primo problema che si presentò fu quello della smobilitazione delle forze che avevano combattuto. Le truppe feudali e cittadine tornarono a casa, ma i mercenari, soprattutto aragonesi e catalani, ma anche siciliani e calabresi erano rimasti disoccupati. Ruggero da Flor pattuì con l'imperatore romeo Andronico II il suo intervento in oriente per combattere contro i nemici dell'impero romano d'oriente. Al suo appello tutti i mercenari disoccupati accorsero e Federico III re di Sicilia li incoraggiò a partire salpando da Messina. Questi mercenari giunsero nell'attuale nazione greca e si unirono ad altri mercenari dando vita alla Compagnia catalana che conquisterà Atene e Neopatria che per lontananza dal regno di Aragona fu dato in dominio feudale al regno di Trinacria di Federico III. Entrambi i ducati greci dal 1312 al 1388 divennero domini feudali del nostro regno (analogamente a Gerba e Kerkennah) e governati da nobili siciliani direttamente imparentati con la casata reale di Trinacria, che all'epoca e fino agli inizi del 1400 rimase distinta dai reami iberici. Federico continuò a difendere la Sicilia dai tentativi di ripresa angioina, nel 1314, 1316, 1317 e nel 1314 fece riconoscere suo figlio Pietro suo successore al trono dal parlamento siciliano. Quando questo grande sovrano perì nel 1337 dopo un lungo regno, subentrò suo figlio Pietro II che fu associato al trono già nel 1321. Costui non fu all’altezza del padre, ma continuò a mantenere l’indipendenza del regno, purtroppo però morì improvvisamente nel 1342 a Calascibetta e fu sepolto nella Cattedrale di Palermo, nello stesso sarcofago di Federico II. Al suo posto subentrò il piccolo Ludovico con la duplice reggenza dello zio Giovanni e di sua madre Elisabetta di Carinzia. Anche lui perì molto giovane a causa della peste nera. Succedette al suo posto il fratello minore Federico IV detto il semplice, un sovrano che per quanto debole firmò il trattato di Avignone con gli angioini. Trattato che poneva fine a novant’anni di guerra con gli angioini (1282-1372). Il regno di Federico IV purtroppo fu un prosieguo di quello del fratello, frutto di una forte instabilità politica e di una guerra permanente tra fazione italica e fazione iberica che ridussero la forza e l’economia. Ebbe solo una figlia legittima, avuta dalla moglie Costanza d’Aragona, la futura Regina Maria. Quando Federico perì, al suo posto subentrò proprio la giovane Regina e questo fece si che la guerra civile tra le due fazioni si inasprisse perché subentravano interessi dinastici: il partito filo-latino era a favore del matrimonio con Visconti, quello filo-aragonese per il futuro erede del trono d’Aragona. Il regno fu diviso in quattro vicariati ben distinti uno sotto la guida di Artale Alagona (tutore della Regina), un altro di Francesco II Ventimiglia, un altro ancora in mano a Manfredi III dei Chiaramonte e infine l’ultimo vicariato a Guglielmo Peralta. Ognuno governò nei propri possedimenti: gli Alagona a Catania e in quasi tutta la Sicilia orientale, i Chiaramonte a Palermo e in quasi tutto il Val di Mazara, i Ventimiglia nelle Madonie e i Peralta nella contea di Sciacca e Caltabellotta. Guglielmo Moncada rapì la Regina e con l’intervento del re d’Aragona fu condotta lì per farla sposare con Martino il Giovane, tutto questo col benestare dell’Antipapa Clemente VII. I quattro vicari siciliani giurarono opposizione con il giuramento di Castronovo ma fu un vano tentativo di resistenza. Tutto ciò condusse alla perdita dell’indipendenza e la definitiva unione all’Aragona. Cosa accadde infatti? Maria morì nel 1401 e rimase al potere solo il marito Martino, che ben presto convolò a nuove nozze con Bianca d’Evreux. Martino morì nel 1409 e subentrò il padre Martino il vecchio re d’Aragona, che morì l’anno dopo. Al compromesso di Caspe nessun siciliano fu interpellato e si decise di nominare come re d’Aragona Ferdinando di Trastamara che lasciò la regina Bianca come vicaria nel regno fino al 1415 quando subentrò il figlio Alfonso che trasformò definitivamente la Sicilia in un viceregno aragonese. In Sicilia vi furono tentativi di fare eleggere come sovrano dell’isola il figlio illegittimo di Martino il giovane Federico de Luna, figlio avuto con una nobildonna di nome Tarsia Rizzari ma tutto fu vanificato e lui chiamato in Aragona. Altro tentativo fu di far convolare a nozze la regina Bianca con Niccolò Peralta, un nobile siciliano che aveva, per parte materna, distanti parentele con l’antica dinastia dei sovrani di Sicilia, ma tutto fu vano. Vi fu anche il tentativo, da usurpatore, del perfido Conte Cabrera di sposare Bianca, tentativo andato in malora.
 
Il regno dell’isola di Sicilia perse la sua indipendenza e iniziò, con tradimenti ed ingordigia, l’egemonia spagnola. Egemonia che durò praticamente tre secoli, fino al 1713.
 
William Galt
 
 
Fonti:
 
Filadelfo Mugnos – Raguagli historici del Vespro Siciliano
Michele Amari – La guerra del Vespro Siciliano
Pietro Egidi – La Communitas Siciliae
Francesco Luigi Oddo – Il moto del Vespro e la Communitas Siciliae
Pasquale Hamel – Il lungo Regno
Vincenzo Di Giovanni – Cronache siciliane dei secoli XIII. XIV. XV.
Corrado Mirto – Il Regno dell’isola di Sicilia e delle isole adiacenti
Laura Sciascia – Bianca di Navarra l'ultima regina