La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Ce la invidiano tutti, tanto che ci sono moltissime parole italiane che portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo. La parola 'pizza' e 'spaghetti' vi dice qualcosa? 

Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio amortadella, da soprano a manifestoLa stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso. Lo dice pure oggi Massimo Gramellini, nel suo Buongiorno su La Stampa

E' un dato di fatto, e soprattutto nella 'bocca di tutti', che però molti termini inglesi ricorrono con sempre maggiore frequenza nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese.  Un uso smodato che fa venir meno il ruolo della lingua italiana, un eccessivo ricorrere a parole straniere, quali mission, location, brand, breafing, step, e così via, un passaggio inutile se si considera che ci sarebbero anche dei validi corrispondenti italiani. Allora perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo da compilare, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato?

E' in atto una petizione on line all’Accademia della Crusca lanciata su «Internazionale» da Anna Maria Testa in cui si chiede alla stessa Accademia di farsi portavoce e autorevole testimone dell'istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.
1) Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
2) Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
3) La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese. 
4) Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
5) In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
6) Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività. 
7) Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
8) L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo. 

Per spingere la petizione e sensibilizzare l'opinione pubblica sulla rete e sui social network è stato lanciato l'hashtag #dilloinitaliano.
Questo il link per 
la raccolta firme su Change.org.