I borghi ed insediamenti abitativi abbandonati in Sicilia

IL PATRIMONIO DEL POST LATIFONDO DI MARIA LINA LA CHINA

Per costruire una “vision” diversa, più complessa e strutturata dei territori rurali soprattutto isolani, superando una fase di ricezione passiva delle legislazioni europee che modificano costantemente l’assetto del paesaggio, ritengo sia opportuno attuare adeguati interventi di “recupero” del territorio soprattutto attraverso la presa d’atto di un patrimonio dimenticato da tempo, forse volutamente perché scomoda testimonianza di diversi “fallimenti”.

Borgo Riena - Contrada Riena - Castronovo di Sicilia - PalermoSi ritiene che oggi si debba riflettere in modo più adeguato in merito alle aree rurali più o meno interne dell’isola, e che gli interventi debbano legare congiuntamente le proposte del nuovo turismo rurale, con la consolidata esperienza nella produzione di una eno-gastronomia di nota qualità; solo in questo modo tali aree potranno salvarsi dall’assalto di un turismo massificante o forse più probabilmente dal totale abbandono.
È necessario riflettere, anche alla luce del turismo osservabile soprattutto sulle aree costiere dell’isola o delle altre isole mediterranee, sulla dimensione e sui tipi di interventi attuabili nelle aree più interne, oggi all’attenzione delle nuove politiche turistiche dell’ARS nonché del Piano di Sviluppo Rurale 2007 – 2013.
Il futuro dei territori rurali è legato alla loro capacità d’adattamento ai nuovi “mondi-modi” del consumo e della produzione, ed alla resilienza ai fattori di innovazione, i quali debbono essere vagliati in relazione agli impatti sulle dinamiche territoriali consolidatesi nel tempo. Il peso delle eredità storiche, nella loro dimensione politica, economica, sociale o culturale, appare essenziale nella spiegazione del presente, o almeno dei caratteri più significativi degli odierni aspetti del nostro territorio e dei suoi futuri sviluppi.
Pertanto la riscoperta dell’Archivi dell’Ente di Riforma Agricola Siciliana, già Istituto Vittorio Emanuele III ed Ente di Colonizzazione del 419770_10150760300204505_1439869185_nLatifondo, attualmente ESA, induce a riflettere sul ruolo che i manufatti e le infrastrutture costruite dall’ente nel corso del tempo, nonché lo stesso archivio, possono avere per una riscoperta ed una valorizzazione delle zone meno note dell’isola, quelle in cui la ruralità è ancora elemento identitario ma non culturalmente produttivo, ne tanto meno stimolo turistico.
Per comprendere gran parte dell’assetto delle attuali aree rurali dell’isola dobbiamo ricordare che, già nel primo dopoguerra, le classi contadine delle regioni meridionali italiane si trovarono a dover affrontare il grave e radicato problema latifondistico, legato a dominazioni antiche e a baronie mai cessate. In nuovo approccio al territorio ed all’economia fu quello del regime fascista che vide nella politica agraria un nodo di svolta per la vita isolana e non solo. Se già nel 1928 Mussolini aveva enunciato la necessità di sfollare le città, più tardi, con l’Impero (1937), viene evidenziata la necessità di una nuova visione dell’urbanistica in riferimento vasti territori agricoli della nostra penisola ed anche alle nuove colonie mediterranee. La Sicilia acquista un ruolo di centralità all’interno del nuovo impero mediterraneo e per essa viene approntata un’opera di bonifica e colonizzazione, nonché proposte di varie forme di turismo “autarchio”. Analizzando la politica del regime nella nostra regione è evidente l’accento posto sulla vocazione agricola della stessa e sulla necessità di incrementarne la produttività 1. Del Œ37 è la pubblicazione, da parte dell’Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia, di un testo sui centri rurali da costruire nel territorio, per attuare una “bonifica con finalità colonizzatrici”, grazie all’operato di consorzi rurali.
Borgo Baccarato Foto di Barbara ArtemisLa prima fase di “assalto al latifondo”, quella del ‘39 –’40, fu in un momento cruciale per il territorio. Secondo i dettami fascisti si diede inizio ad un vero “assalto” al latifondo ed al reale frazionamento terriero con la costruzione di case coloniche che ancor oggi punteggiano le colline dell’isola. Nonostante lo scoppio della guerra, l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, subentrato all’Istituto Vittorio Emanuele III che aveva iniziato l’opera di bonifica, continuò nella sua attività riuscendo a concretizzare, già nel 1942, un appoderamento molto intenso della Sicilia. È evidente che l’idea guida della realizzazione dei borghi rurali siciliani coincideva con quella dell’Italia rurale fascista che aveva già bonificato l’agro Pontino e trasformando il deserto libico colonizzandolo.
Nella la redazione dei progetti dei borghi è evidente la volontà dei progettisti di riprendere lo stile littorio razionalista, come appare evidente l’influenza di Concezio Petrucci negli impianti planimetrici ad assi sfalsati.
Si realizzò, con l’edificazione dei borghi, un «brano urbano surreale…in assenza di un tessuto
residenziale, nell’immobilità della campagna siciliana»2 .
La scelta dei luoghi dove insediare i borghi costruiti in Sicilia prima del 1940 venne fatta in relazioni a rapporti di distanza, ma interessante è anche la notazione fatta in una delle pubblicazioni dell’ente che indica il “punto di vista panoramico” come elemento importante per la scelta del sito di “fondazione”. Dopo gli alleati fu l’opera della cassa del mezzogiorno a continuare, a dire il vero con fin troppe affinità, il cosiddetto assalto al latifondo.
Borgo Pietro Lupo - Mineo - CataniaTra il 1949 e il 1950 furono emanate le leggi di riforma agraria, e la Sicilia emanò la propria, detta “legge Milazzo”3 , che nella sostanza rispose agli stessi criteri della legge nazionale. In base all’applicazione della legge Milazzo, il vecchio Ente di Colonizzazione, con l’aggiunta di altri compiti in materia di opere irrigue di ricerche idrogeologiche di meccanizzazione agricola, diventa l’ERAS. Quali effetti ebbe la fine dell’impeto della riforma sul paesaggio agrario siciliano? Possiamo affermare che già nel 1960, ben il 40% delle terre assegnate ai contadini era stato abbandonato. Ecco spiegato il perchè ancora oggi, se si guardano le campagne siciliane, è possibile vedere i resti delle case coloniche precocemente abbandonate dai contadini, mentre altre sono divenute residenze estive di coloni ormai emancipati. Anche molti dei borghi rurali dell’ ente sono rimasti piccole cattedrali nel deserto testimonianza tangibile che i calcoli politici e le scelte economiche, legati all’idea che la riforma agraria potesse essere l’unico volano dell’economia siciliana, si erano rivelate errate. Forse la politica aveva promosso la riforma agraria quando ormai l’agricoltura stava diventando sempre meno importante nell’economia complessiva.
Come è evidente la breve cronistoria dell’attuale Ente di Sviluppo Agricolo, non si è riusciti a rendere produttiva e competitiva la specificità della produzione isolana e del territorio, inseguendo per lungo tempo un mercato volto piuttosto alla massificazione che non alle scelte di qualità e tutela delle tradizioni che sembrano invece caratterizzare quello odierno.
Borgo Salvatore GiulianoLe trasformazioni attuate sul territorio siciliano da parte dell’attuale ESA trovano riscontro tangibile
sia nei manufatti visibili del territorio che all’interno dei documenti che sono stati ritrovati solo di
recente in uno degli edifici dei Borgo Portella della Croce in territorio di Prizzi (PA). Il recupero e la
valorizzazione di tale complesso documentario di grande valore, sia sotto il generale profilo storico-istituzionale
che in relazione ai contenuti specifici, può indurci a riflettere sul come dare risposte adeguate al riuso dei diversi manufatti già realizzati in funzione delle modifiche del paesaggio rurale
ed agricolo.
Se è forse improbabile un riuso solo agricolo, è evidente che il loro abbandono produce “ruderi” di un recente passato in aree rurali dove invece gli stessi potrebbero diventare elementi di attrattività per visitatori più attenti alla storia ed alle tradizioni locali.
Che fare quindi di questa rete storica esistente e fortemente pregnante? Logico sarebbe trasformare questi borghi in una nuova tipologia di “servizi”, senza incorrere nell’errore di un’eccessiva “zonizzazione funzionale”, mescolando invece la residenzialità stanziale e temporanea a quella di svago, a luoghi di vendita e produzione di prodotti tipici, a centri di benessere anche dell’anima.
I borghi ed insediamenti abitativi abbandonati in Sicilia -  Borgo della Cunziria - Foto di Barbara ArtemisDal riuso attuale di alcuni borghi è possibile notare la trasformazione di alcuni edifici in residenze per comunità di recupero o di reinserimento sociale, sedi di comunità religiose, oppure possiamo veder nascere piccoli B&B che garantiscono le comodità cui siamo abituati in città e la pace della campagna. Borghi, case coloniche e infrastrutture viarie ad essi legate costituiscono un frammento storico di straordinario valore e per valorizzale una scelta interessante potrebbe essere quella di proporre un circuito turistico di scoperta di quello che era il latifondo; potremmo attraversare l’entroterra siciliano rivedendo i suoi manufatti e le sue tradizioni culturali, gastronomiche e viti-vinicole. Nel caso specifico, la “concorrenza” dl circuito dei parchi letterari, nonché delle strade del vino e dei formaggi, potrebbe essere “spietata” e stimolante, o forse integrata. L’attività di recupero e valorizzazione di borghi diverrebbe un’opportunità di crescita e di sviluppo per gli enti locali che dovrebbero attivare forme di partneariato, nell’ottica della realizzazione di circuiti, reti e sistemi turistico-culturali in grado di stimolare la nascita di una coscienza collettiva legata al territorio che sia in grado di superare vecchie rivalità e confini amministrativi. Un progetto di recupero dei borghi, dal titolo «i borghi del sole», era già stato presentato negli anni novanta, in particolare per quei borghi che nell’ottobre 1998 erano ancora di proprietà dell’Ente di Sviluppo Agricolo e rappresentavano una quantità maggiore di quella odierna 4 . Per tali centri si prevedeva una rete di residenze turistiche ma punto nodale era la partecipazione di «un qualificato operatore turistico privato» che ai tempi veniva individuato come partner non italiano. 5 Il progetto, non fu mai operativo giacché probabilmente l’ESA stesso aveva problematiche ben più gravi da risolvere, non ultimi i continui scioperi degli operai “stagionali”. Con una ciclicità storica che vede affiorare proposte ricorrenti mai attuate, in un articolo del giornale “La Sicilia” del gennaio 2004, l’urbanista Leonardo Urbani, ripropone in relazione agli obiettivi del master in turismo relazionale tenuto presso la Facoltà di Economia dell’Università di Palermo, un recupero dei borghi rurali presenti sul territorio siciliano e di cui fanno ovviamente parte anche i borghi costruiti dall’Ente di Sviluppo agricolo in tutte le sue denominazioni. Si ribadisce che essi rappresentano indubbiamente un momento della storia siciliana e che grazie all’incremento del turismo relazionale, potrebbero finalmente essere rivalutati, tanto da indurre gli stessi comuni al loro recupero. La proposta era nuovamente quella di investire sul territorio, programmando, un’impresa di valorizzazione dei borghi abbandonati finalizzata alla riscoperta delle potenzialità interne.
I borghi ed insediamenti abitativi abbandonati in SiciliaQuali siano stati gli esiti di tali proposte non è noto, ma tutto sembra essersi arenato forse a causa dello scarso coinvolgimento degli enti locali, in particolare i singoli comuni, e ancor di più degli imprenditori locali che hanno invece agito in modo più veloce ed autonomo 6 , sulla spinta dei finanziamenti diretti e singoli all’agriturismo.
Un progetto di recupero dell’Archivio e dei manufatti ad esso connessi, ri-troverebbe oggi una sua giustificazione anche rispetto alla volontà di catalogare particolari tipologie di architettura rurale realizzate tra il XII ed il XX secolo, al fine della loro tutela e valorizzazione 7 . I borghi che potrebbero essere collegati con un percorso-progetto di valorizzazione dell’ex o del post latifondo, potrebbero essere tantissimi data la presenza sull’isola di non meno di un’ottantina di borghi, ma tale prospettiva non si ritiene realizzabile.
I borghi, identificabili secondo dalla legge N°890 del 1942, come beni pubblici demaniali sono stati in gran parte assegnati ai comuni del territorio di appartenenza, mentre solo 4 dei borghi rimangono di proprietà dell’ESA, rispettivamente borgo Baccarato-Salioni nel comune di Aidone (EN), borgo Bonsignore nel comune di Ribera (AG), borgo Borzellino e borgo Schirò nel comune di Morreale (PA); e di questi alcuni sono permanentemente occupati da “abusivi”. Chiaramente il vuoto legislativo e l’occupazione abusiva di molti di questi alloggi non ne hanno permesso una gestione oculata né da parte dell’ente ne ancor meno da parte dei singoli comuni. Un Network turistico dei borghi potrebbe comprendere in un primo tempo soltanto quelli già in possesso dell’ESA e quanti volessero aderire già nella fase di progetto; successivamente potrebbero aggiungersi altri soggetti che mirino con le loro attività ad immettere nel mercato prodotti appositamente creati tenendo conto di una o più specificità espresse dalla cultura, dalle tradizioni, dal paesaggio di una determinata area geografica dell’isola.
La piazza di Borgo Lupo - Foto di Grazia MusumeciSeppure questo progetto territoriale, riecheggi proposte già formulate, si ritiene che esso possa contare oggi sulla maturazione del capitale sociale, ed abbia maggiori possibilità di realizzazione, a tal proposito basterà guardare alla produttività degli affidamenti dei beni espropriati alla mafia o alla gestione di alcuni servizi sociali ad opera di onlus.
Si auspica quindi una progettazione i che venga dal basso, che si auto-alimenti, che sia di sprone all’imprenditoria locale che non debba attendere un tour operator straniero, ma possa produrre autonomamente. A questa si potrebbe dare visibilità grazie approntando uno specifico portale informatico che contemporaneamente pubblicizzi l’archivio dell’ente come risorsa culturale e i circuiti di visita ad esso collegati.
Si potranno approntare: itinerari, iniziative turistiche ed azioni tendenti a promuovere la fruizione di realtà territoriali imperniate su elementi unici della cultura siciliana e del suo paesaggio, non dimenticando che la riforma agraria ha profondamente trasformato quelli che dovevano essere gli aspetti e i caratteri del latifondo.
Si ritiene, in conclusione, che il ruolo della tradizione, del savoir-faire locale e la persistenza di antiche “reti” possa influire sulle capacità ricettive del territorio anche rispetto elle nuove domande del mercato.
Il legame culturale che lega la società alle sue campagne, forgia una rappresentazione individuale e collettiva del mondo rurale che si può valorizzare riconoscendone alcuni aspetti dell’eredità identitaria; le politiche pubbliche possono riappropriarsi di questo sistema di auto-rappresentazione utilizzandolo per valorizzare alcuni territori.

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1 Giovanni De Francisci Gerbino, il contratto collettivo di lavori per i poderi del latifondo siciliano, in Quaderni dell’ente di colonizzazione del latifondo siciliano, Ministero dell'agricoltura e delle foreste, Ente di colonizzazione del latifondo
siciliano, Palermo 1941 

2 Paola Barbera, Architettura in Sicilia tra le due guerre, Sellerio editore, Palermo 2002. 

3 Il disegno di legge presentato congiuntamente dagli onorevoli Milazzo e Restivo, oltre che dall'onorevole La Loggia, venne approvato sulla scia delle diverse proteste dei contadini rispetto alla razionale utilizzazione delle terre.

4 Allora 8: Baccarato nel comune di Aidone (EN), Bonsignore nel comune di Ribera(AG), Borzellino nel comune di Monreale(PA), S. Giuluiano nel comune di S. Teodoro (ME), Lupo nel comune di Mineo (CT), Pasquale nel comune di Cammarata (AG), Petilia nel comune di Caltanissetta, Schirò nel comune di Monreale (PA), Vicaretto nel comune di
Castellana Sicula (PA). 

5 Relazione al progetto i Borghi del Sole ad opera dell’arch. Porrello 

6 Questo forse anche a causa della scarsa fiducia dei siciliani nell’associazionismo e nelle cooperative sociali, soprattutto di
tipo agricolo, in relazione all’andamento fallimentare di molte di esse.

7 Nota all'art. 6, comma 3, lett. G. La legge 24 dicembre 2003, n. 378, reca "Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale." ed è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana 17 gennaio 2004, n. 13.

da: http://web.uniud.it/ipsapa/Convegno%202007/RELAZIONI_pdf/China_2007R.pdf

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