sicilianoIl "dialetto" come vettore della storia della nostra regione.

Oggi, i giovani in Italia parlano tutti la stessa lingua, grazie alla scuola e ,soprattutto, ai media , possono tutti dichiarare a cuor leggero di essere di MADRE LINGUA ITALIANA ( anche se poi, nella loro parlata troviamo sempre più spesso espressioni tipiche tratte non solo dal proprio dialetto ma anche da quello di altre regioni) .

Ma per gli ultra cinquantenni, il discorso è diverso : questi signori sono nati in un periodo in cui, soprattutto nei piccoli centri, ma spesso anche nei grandi ,nella vita di tutti i giorni si usava molto il dialetto, mentre la lingua italiana era il vestito della festa.

Insomma il bambino, quando attaccato al seno della madre , cominciava a formare la sua personalità ed a elaborare il suo linguaggio, aveva come modello dominante le espressioni e le inflessioni dialettali usate generalmente da tutti quelli che lo circondavano.

Diciamo che queste persone si potrebbero definire DI MADRE LINGUA SICILIANA, o VENETA, o SARDA, ROMANA , NAPOLETANA, e via via per tutte le regioni della nostra bella Italia.

Madrelingua che affiora, oltre che nell’inflessione o nella pronunzia , anche in determinate situazioni anomale che fanno abbassare lo scudo dell’”uomo educato”. Ad esempio un diciottenne di qualunque regione litiga, impreca o si dispera in italiano, un sessantenne tira fuori le parolacce o le lamentazioni tipiche del suo dialetto…

Io sono di madrelingua siciliana…i miei figli di madrelingua italiana.

Ciò non vuol dire che io parli male l’italiano o che loro non conoscano, capiscano, amino e talvolta usino il siciliano, ma per loro il dialetto è una sovrastruttura, una cosa imparata dopo, come per me lo è l’italiano.

Sta di fatto comunque che il dialetto rappresenta un elemento importantissimo nella storia di ogni regione : il momento comunicativo del passato .

Prendiamo gli antichi usi e costumi nella Sicilia feudale-contadina: essi sono decisamente regolamentati da espressioni tipiche dialettali.

Per esempio: oggi ci relazioniamo agli altri dandoci del TU o del LEI, allora ci si dava del TU solo tra intimissimi e di pari ceto sociale; VU (voi) tra gente di pari grado ma legata da reciproco rispetto (talvolta anche tra coniugi) o da persone di ceto superiore verso quelle di ceto inferiore; VOSSIA (forma sincopata di vossignoria): dai giovani agli anziani (anche tra figli e genitori) o dagli inferiori ai superiorri; VOSCENZA( vostra eccellenza) verso i nobili.

Ci si rivolgeva ad una SIGNORA importante chiamandola DONNA o addirittura SIDONNA(signora donna), ma alle signore meno titolate si diceva affettuosamente ZIA (da parte dei più giovani) o CUMMARI ( dai coetanei) ed a quelle di basso ceto si diceva GNURA:.

Analogamente Gli uomini importanti erano dei DON o SIDON , i nobili erano appellati CAVALERI; gli artigiani venivano chiamati MASCIU o MASTRU, i contadini e in genere le persone di ceto non elevato venivano chiamati SU.

Anche i saluti erano molto diversi da quelli che usiamo oggi: SALUTAMU era il saluto amichevole, il nostro CIAO; BENEDICA era il saluto per gli anziani o le persone “di rispetto” che veniva potenziato in SSABENEDICA o SCENZABENEDICA (vostra signoria o vostra eccellenza benedica) a seconda dell’importanza dell’interlocutore. Ma i saluti più ossequiosi e servili erano SERVOSSIA ( servo di vossignoria) e il famoso BACIAMU LI MANU.

Il SI e il NO erano usati solo tra coetanei dello stesso ceto, per gli altri si usava il SISSI e il NONZI

Se qualcuno, subalterno o no, entrava in una stanza in cui si stava pranzando, il galateo prevedeva che i commensali accogliessero il nuovo venuto con un “ A MANGIARI”( che voleva essere un gentile invito)… ma era altresì di prammatica che l’altro… rifiutasse e rispondesse con un BONAPPITITTU.

Si racconta che una volta un colono capitato dal padrone proprio all’ora di pranzo, per relazionarlo sul suo lavoro, abbia risposto positivamente all’invito e si sia sentito tacciare di maleducazione e balordaggine.