La lingua siciliana è ricca di influenze che derivano dalla posizione geografica dell’Isola. Greco, latino, arabo, francese, provenzale, tedesco, catalano e castigliano: durante i millenni sono stati numerosi i popoli dai cui idiomi ha ereditato vocabolario e forme grammaticali. Ma quali sono le antiche parlate indigene della Sicilia?

Prima della colonizzazione greca e dell’arrivo dei fenici, vi erano tre popoli in Sicilia: Sicani, Elimi e Siculi. L’èlimo era parlato nella Sicilia nord-occidentale: era probabilmente di ceppo indoeuropeo, più precisamente di tipo italico. Lo studio di questa lingua è relativamente recente.

Poco si sa del sicano, che si parlava nella Sicilia centro-occidentale. Si considerano sicane le iscrizioni non indoeuropee rinvenute nell’isola, ma si tratta di supposizioni. In generale, si sa poco sull’origine dei Sicani. Per quanto riguarda il siculo, idioma dell’antico popolo egemone della Sicilia, è sicuramente vicino al latino appartenente alla famiglia delle lingue latino-falische, e perciò indoeuropea.

In seguito le coste dell’isola furono occupate dai fenici (fra X ed VIII secolo a.C.), e soprattutto dai greci (dall’VIII secolo a.C.). Élimi, Sicani e Siculi si ritirarono all’interno dell’isola, conservando lingua e tradizioni. A Palermo, Mozia e Solunto si parlava la lingua punica. Sulle coste orientali e meridionali, si diffuse invece il greco. Quest’ultima lingua per secoli fu quella della cultura dell’isola, anche dopo la conquista da parte dei romani nel III secolo a.C. In questo periodo, nella zona dello Stretto, si stanziò anche una popolazione italica, i Mamertini, che portarono con sé la propria lingua del ceppo Italico o Osco-Umbro affine al Sannita e quindi al Siculo.

L’arrivo del latino ebbe un impatto fondamentale sull’identità linguistica siciliana. Il punico si estinse nel primo periodo dell’Impero romano, le parlate indigene andarono poco a poco scomparendo, il greco sopravvisse ma fu prevalentemente la lingua delle classi povere della città. I ceti urbani più ricchi e la popolazione delle campagne adottarono invece la lingua latina, che fu favorita anche dalla cristianizzazione e soprattutto dalla deduzione di sei colonie romane portate in epoca augustea.

Con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente le invasioni barbariche coinvolsero anche la Sicilia, prima con i Vandali e poi con gli Eruli e gli Ostrogoti, popolazioni germaniche. In seguito il sud della penisola italiana era diviso fra il dominio bizantino (i quali volevano riconquistare l’occidente perduto e sostituito dai Regni romano-barbarici) che comprendeva, oltre alla Sicilia liberata dalle tribù germaniche, la Calabria e il Salento, e da cui dipendevano formalmente alcune città della costa, come Napoli, Gaeta, Sorrento e Amalfi (le quali si erano nel tempo guadagnate una situazione di pressoché totale autonomia) e il resto del territorio, controllato dai Longobardi, divisi fra il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno e la Signoria di Capua.

Poco prima dell’anno 1000 d. C. la Sicilia costituì l’Emirato omonimo dipendente dagli Arabi. In questo contesto i normanni entravano nella storia dell’Italia meridionale scacciando gli Arabi. I Normanni introdussero la lingua normanna che sin dall’inizio costituì una notevole parte della lingua siciliana proprio perché ebbe termini che derivano anche dalla lingua anglosassone e riscontrabili nell’odierno francese e inglese.

Durante il regno normanno imponenti migrazioni dalla Francia, Campania e Nord Italia portarono in Sicilia i dialetti gallo-italici per ripopolare i centri urbani precedentemente islamizzati, diffusi principalmente nell’entroterra. Con l’arrivo degli Svevi (in particolare con Federico II del Sacro Romano Impero) la lingua tedesca volgare influenzò la nascente lingua della Scuola Siciliana.