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"Io non mi pento, a me non mi piegheranno. Io non voglio chiedere niente a nessuno. Mi posso fare anche 3.000 ann.i no 30 anni…": è quanto ha detto Totò Riina alla moglie Antonietta Bagarella in un colloquio videoregistrato avvenuto lo scorso 27 febbraio. Le parole del dialogo, "nel contesto di uno scambio di frasi su istanze da proporre", sono nell'ordinanza con cui la Sorveglianza ha rigettato l'istanza del boss di Cosa Nostra, scrivono i giudici. A Bologna è stata negata, per l'appunto, la richiesta di differimento pena o di detenzione domiciliare. Il boss, dunque, resta detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell'ospedale di Parma. 

Totò Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare. È palese l'assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica del detenuto", sostengono i giudici. E questo "a fronte di idonea sistemazione, da oltre un anno e mezzo, nel reparto detentivo ospedaliero ossia in stanza dotata di tutti i presidi medici e assistenziali necessari alla cura di una persona anziana", affetta da varie patologie. Riina "viene assistito giornalmente da un fisioterapista e dispone quotidianamente, senza necessità di spostamento alcuno, di un importante intervento assistenziale espressamente finalizzato al mantenimento della residua funzionalità muscolare".

Non è finita qui. "Al soggetto affetto da plurime patologie, alcune delle quali tipicamente connesse all'età avanzata, vengono non solo somministrate cure e terapie di altissimo livello con estrema tempestività di intervento, ma anche e soprattutto prestata assistenza di tipo geriatrico con cadenza quotidiana ed estrema attenzione e rispetto della sua volontà, al pari di qualsiasi altra persona che versi in analoghe condizioni fisiche", si legge. E non c'è nemmeno "una prova di intensità superiore all'inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione".