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Era l’estate del 1971 quando Francis Ford Coppola arrivò a Savoca con le sue troupe, le telecamere e Al Pacino. Enza Trimarchi aveva 22 anni, lavorava come sarta e non aveva mai visto la televisione (a Savoca, allora, non c’era neanche l’acqua corrente). Si beveva dalla cisterna che raccoglieva la pioggia. Eppure quella settimana avrebbe cambiato per sempre la sua vita e quella del suo paese.

Cinquantacinque anni dopo, il 20 aprile 2026, CNN Travel ha dedicato un lungo reportage a Savoca, il borgo arroccato della provincia di Messina dove Coppola girò le scene siciliane de Il Padrino, il matrimonio di Michael Corleone e Apollonia Vitelli, il Bar Vitelli dove Pacino chiede la mano della ragazza.

Un paese di meno di cento anime, scelto da Hollywood

Savoca non era un set. Era – ed è ancora – un villaggio medievale abbarbicato su un costone dei Peloritani, circondato da agrumeti e uliveti, con vicoli lastricati e case scavate nel tufo. Quando Coppola lo scelse per ambientarvi l’esilio siciliano di Michael Corleone, non stava cercando una cartolina pittoresca: cercava l’autenticità di una Sicilia che Hollywood non aveva mai filmato davvero.

Meno di 100 persone vivono oggi a Savoca, che rimane strettamente legata al film. Tra i luoghi siciliani usati per l’esilio di Michael Corleone, è quello più visitato. Il villaggio ha abbracciato questa associazione, anche se il turismo che porta ha trasformato la vita quotidiana.

La scena del matrimonio venne girata nella Chiesa di San Nicolò, che domina il paese dall’alto. Il corteo nuziale percorse le strade acciottolate che ancora oggi i turisti ripercorrono in cerca delle inquadrature originali. Non ci volle molto per convincere la gente del posto a partecipare come comparse: erano arrivati da tutta la provincia per essere selezionati.

Enza Trimarchi: “Non avevo la macchina fotografica, altrimenti chiedevo una foto a Pacino”

Enza Trimarchi oggi ha 76 anni e vive ancora a Savoca. All’epoca era una sarta di 22 anni che non aveva ancora visto la televisione. Fu avvicinata da uno dei tecnici di Coppola che le chiese se voleva lavorare. Era entusiasta, giovane. A Savoca non c’era niente, niente acqua corrente, si beveva l’acqua piovana della cisterna. Non c’era neanche la televisione.

Nella scena del matrimonio, Enza appare subito dietro la spalla destra di Al Pacino. Per quella giornata di lavoro ricevette 100.000 lire, circa 165 dollari di oggi. Aveva apprezzato Pacino, che cercava di imparare alcune frasi in italiano durante le riprese. Ma aggiunge, con ironia: “Non era il mio tipo. Coppola era più affascinante”.

l rimpianto vero è un altro. “Se avessi saputo che Al Pacino sarebbe diventato un attore così famoso gli avrei chiesto una foto, ma non avevo una macchina fotografica”.

Oggi Enza viene a volte chiamata dagli operatori turistici per incontrare i visitatori, firmare autografi e raccontare. “Può essere estenuante, e lo faccio gratuitamente mentre tante altre persone, anche in questo villaggio, hanno guadagnato un sacco di soldi grazie a Il Padrino”.

Vincenzo Pasquale: “Mia madre mi ha trascinato fuori dal letto”

L’altra voce di quel 1971 è quella di Vincenzo Pasquale, oggi 72 anni, ex dipendente del comune. Aveva 18 anni quando fu scelto come comparsa per interpretare uno dei figli del signor Vitelli, il proprietario del bar davanti al quale Pacino chiede la mano di Apollonia.

Sua madre lo tirò fuori dal letto quella mattina. Non aveva lavoro, e quelle 90.000 lire – circa 150 dollari – erano più di quanto la maggior parte delle persone a Savoca guadagnasse in un anno.

Vincenzo ricorda anche un episodio rimasto nella memoria collettiva del set: Pacino era seduto in una pausa tra una scena e l’altra, all’interno della cappella fresca, sotto una grande scala di ferro, mentre gli sistemavano il trucco. Quando qualcuno lo chiamò fuori per riprendere le riprese, Pacino si alzò e batté violentemente la testa contro il ferro, il sangue cominciò a scorrere. Tutti trattennero il respiro quando lui rimase lì, in silenzio, immobile, senza dire neppure un “Ahi”. Dovettero medicarlo e rischiò di farsi mettere i punti.

Al Pacino e Simonetta Stefanelli nei panni di Michael Corleone durante il servizio fotografico del matrimonio. Everett Collection

Il regista che mangiava dieci granite al giorno

Coppola è rimasto nel ricordo dei savocesi come un uomo semplice, accessibile, che parlava un po’ di italiano e amava scherzare. Ma aveva anche un’ossessione molto siciliana: la granita.

Enza Trimarchi lo ricorda mentre mangiava fino a dieci granite durante la giornata di riprese — la specialità siciliana di ghiaccio granulato, servita insieme a una zuccarata. “Penso che non le avesse mai assaggiate prima, o forse gli davano sollievo dal caldo.

Le granite erano fatte con l’acqua della stessa cisterna che alimentava il paese. Durante le riprese, tutti – comparse, troupe, attori – bevevano quell’acqua. Ne bevvero così tanta che le cisterne del villaggio si svuotarono temporaneamente.

Maria D’Arrigo e il libretto degli assegni strappato

Prima che diventasse un luogo di pellegrinaggio per i fan del film, il Bar Vitelli aveva un altro nome e un’altra storia. Era gestito da Maria D’Arrigo, una donna del paese che, secondo lo storico locale Salvatore Coglitore, ospitava cast e troupe dopo le lunghe giornate di riprese.

Li serviva con tuma fresca, salame con carne locale, melanzane e pomodori in olio d’oliva e vino di casa. Non voleva essere pagata. Così, quando Coppola alla fine delle riprese le offrì un assegno in bianco, lei lo strappò in pezzi dicendo che lo aveva fatto per il suo villaggio.

Il gesto di Maria D’Arrigo è diventato una delle storie fondative della memoria collettiva di Savoca, la Sicilia che dà senza calcolare il tornaconto, che ospita perché è nel suo carattere, non per convenienza.

Il libro che raccoglie quarant’anni di testimonianze

Salvatore Coglitore ha dedicato anni a ricostruire la storia di quel 1971 da dentro. Ha rintracciato 40 siciliani che apparvero come comparse nel film e ha raccolto fotografie d’archivio, con l’intenzione di pubblicarli presto in un libro intitolato “The Godfather in Savoca”.

Tra le foto custodite, una mostra Coppola a torso nudo che chiacchiera sul set con un compostissimo Pacino, già vestito nel tradizionale costume siciliano con la coppola nera. Un’altra, particolarmente toccante, ritrae la lapide di una donna del paese sulla quale è inciso il fatto di aver fatto la damigella nel film, a dimostrazione di quanto profondamente Il Padrino sia entrato nell’identità personale di chi ci fu.

Savoca oggi: turisti che suonano il clacson, un bar trasformato in hotel

Il turismo è cresciuto lentamente, poi in modo dirompente con l’arrivo delle grandi navi da crociera. Vincenzo Pasquale dice che da quando sono arrivati i crocieristi, circa vent’anni fa, i turisti sono travolgenti. In certi giorni intasano le strade e lui deve suonare il clacson per passare. Alcuni si arrabbiano.

Il Bar Vitelli – che occupa un edificio del XV secolo e nella finzione del film era il luogo dove Michael chiedeva la mano di Apollonia – è diventato il principale punto di sosta turistico di Savoca, con accesso limitato nei momenti di punta e un boutique hotel aperto ai piani superiori.

Eppure, al di fuori della stagione turistica, tra novembre e marzo, Savoca torna a essere un borgo silenzioso. I vicoli di pietra e i passaggi ad arco che collegano le case scavate nel costone restano pressoché invariati rispetto al 1971. È questa permanenza – non il Bar Vitelli trasformato in attrazione – l’eredità più autentica di Savoca.

Nel 2022, Francis Ford Coppola è stato nominato cittadino onorario di Savoca. Pasquale e Trimarchi descrivono entrambi il ruolo della loro comunità nel film come qualcosa di trasformativo. Si emozionano ancora nel ricordare quei giorni e le persone che li hanno resi possibili. “Non erano per niente pomposi, le telecamere non mi spaventavano”, dice Pasquale. “Ci hanno dato un’opportunità incredibile per far splendere il nostro villaggio. Il film è stato una vera grazia di Dio”.