Nel secolo scorso non si può certo dire che nella nostra isola la cultura fiorisse attivamente. 
Infatti la quasi totalità della gente era analfabeta o conosceva solo i primi rudimenti del leggere e dello scrivere.
Le scuole , specie nei piccoli centri non esistevano o funzionavano in alcube stanza di case private ed erano frequentate da pochissime persone.
I bambini del popolo venivano allevati per la strada ed i genitori non vedevano l’ora di mandarli “a la mastra o a lu mastru” (1)per imparare un mestiere, o, più spesso, di far lavorare nei campi i maschietti  e di mettere le bambine a pulire casa ed a ricamare , cucire e fare la maglia per prepararsi il corredo .
I ricchi nobili, che generalmente erano grossi proprietari terrieri e comandavano su tutto e tutti, non avevano certo molto tempo da perdere a studiare, si accontentavano  d’imparare lo stretto necessario per poter portare avanti le loro attività, ma non andavano a scuola: nel loro palazzo c’erano gli istitutori, le tate, o degli insegnanti che due o tre volte la settimana venivano a fare lezione ai loro ragazzi.
Questa estate  una mia cugina mi raccontava appunto che da bambina spesso accompagnava la zia maestra, che due volte la settimana, veniva prelevata in carrozza e portata nella casa di campagna dei signori del luogo per dare ripetizione ai bambini .
Solo pochi giovani, curiosi e particolarmente dotati, dedicavano il loro tempo libero allo studio ed all’erudizione , ma lo facevano a livello personale e privato…
Quando l’istruzione elementare divenne obbligatoria, la gente si lamentò molto perché la scuola distoglieva i loro ragazzi dal lavoro, “ grazza arrubati a la terra”(2) si diceva, e imponeva alle loro bambine di stare a “quadiari li banchetti”(3) invece che fare i lavori di casa.
I miei genitori  ci raccontavano le scene delle famiglie furibonde quando i carabinieri venivano a prelevare fino a casa i loro figli assenteisti … 
Poi pian piano la gente si abituò all’istruzione elementare obbligatoria, ma sopravvennero altri problemi: non sempre i bambini più bravi erano i più benestanti, e fare “continuari li scoli”(4) ai propri figli costava, e come, perché nei piccoli centri non c’erano né scuole  medie , né istituti superiori, per non parlare dell’università.
In pratica, dopo la quinta elementare, chi voleva proseguire gli studi doveva prima di tutto  superare i famigerati “esami d’ammissioni”(5) da sostenere nel capoluogo di provincia o in uno degli altri pochi comuni in cui funzionava almeno una scuola media, poi, se tutto andava bene, doveva trasferirvisi per quasi una decina di anni per frequentarvi i tre anni della media , i cinque  dei licei e degli Istituti tecnici, o i 4 delle magistrali ed uscirne diplomati e pronti per affrontare un lavoro o iscriversi all’ università.
Dalle mie parti generalmente le ragazzine di famiglia abbiente venivano iscritte al Collegio “Granata” di Agrigento e ci restavano per almeno 9 anni uscendone col diploma di Insegnante elementare.
Altri si raggruppavano e affittavano un appartamentino dove si trasferivano, spesso sotto le ali della mamma di uno di loro . Altri ancora optavano per le “stanzi ’n famiglia”(6) o per dei convitti che non avevano una scuola interna, ma ospitavano e seguivano gli studenti che frequentavano le scuole pubbliche. 
Tra i maschi, qualcuno molto amante dello studio ma di famiglia troppo povera, si iscrivava al Seminario, e così per anni, nei rari periodi di vacanza, li vedevamo tornare vestiti da “parrineddri”(7), paludati in lunghe tonache nere che il più delle volte erano destinate a scomparire appena terminato il liceo: molti quotati funzionari e professionisti  del periodo della mia infanzia avevano avuto queste origini.
Poi arrivò l’autobus, l’autobus per gli studenti , che partiva alle sette o giù di lì e portava i ragazzi nel centri in cui c’erano scuole di primo e di secondo grado.
Nei primi tempi fu guardato con qualche diffidenza, ma poi fu la soluzione dei problemi di centinaia di” picciotti di paisi”(8).
Ai miei tempi L’autobus era un punto fermo della nostra vita quotidiana: si usciva da casa poco prima delle sette e ci si precipitava per le ripide scorciatoie per arrivare in tempo alla fermata. Lungo la strada generalmente ci si univa con altri ragazzi che abitavano da quelle parti ed alla fine si arrivava in folto gruppo  nella piazzetta dove ci aspettava l’autobus.
Il viaggio in autobus secondo me era una cosa molto positiva: ci aiutava a conoscerci, a socializzare , ad affrontare i problemi. 
In autobus nascevano le simpatie, le antipatie, gli amori…era un po’ il passaggio dall’infanzia alla maturità .
Per l’università era un’altra storia: quando ci si arrivava eravamo tutti e tutte spavaldi e sicuri delle nostre scelte…ma spesso il velo da sposa o un lavoro da diplomato/a arrivavano al posto  della corona di alloro. Comunque molta gente, specie  nei piccoli centri, si è fregiata per tutta la vita del titolo di Avvocatu, Ngigneri (9) o altro,  solo per avere sostenuto due o tre materie all’università con dubbi risultati e tanta disinvoltura.
 
NOTE:1 – Mastro, chi insegnava i mestieri ( sarta, falegname, ecc.), 2 – Braccia rubate alla terra. – 3 – Riscaldare i banchi. 4 – Proseguire gli studi. 5 – Esami di Ammissione alla scuola media. 6 – Pensione. 7 – Pretino. 8 – ragazzi di paese. ) – Avvocato, ingegnere
 
Foto: Alla fermata dell’autobus – metà anni 50 (Collezione foto Marino-Veneziano)