Una questione di gerarchia! Nelle campagne siciliane degli anni ’50 le famiglie contadine erano numerose e compatte. La vita rurale era scandita dal duro lavoro e dal sacrificio, e tutto ruotava attorno al raccolto ed al bestiame. Perfino le feste erano organizzate in occasione di qualche evento legato alla terra come ad esempio la vendemmia o la “scanna del maiale“, o a ricorrenze di natura religiosa come quella del santo patrono del paese o più raramente banchetti per il matrimonio di qualche parente. I contadini non sempre vivevano in paese, il più delle volte erano accentrati in borghetti in cui la casa padronale era in evidenza e tutt’intorno c’erano gli alloggi per il personale stabile ed i magazzini. In quel microcosmo esisteva una tacita ma rispettata gerarchia che riguardava tutte le figure della “casa”, nessuno escluso. Primo fra tutti “ u suprastanti” (il fattore), quasi sempre imposto dalla mafia che aveva potere in quella zona, che aveva la responsabilità delle terre del padrone che si avvaleva della collaborazione dei “campieri”, spesso gente di malaffare pratica di armi che girava a cavallo con il compito di custodire i campi e di controllare il buon rendimento dei braccianti. A sovrintendere i magazzini c’erano i “magasinieri”, addetti alla custodia ed al controllo della qualità e del peso, i “burdunari” invece si occupavano del trasporto di tutti i prodotti della tenuta con i loro “burduni” (muli) attaccati l’un l’altro in fila guidati da quello in testa. Della produzione della ricotta e dei formaggi erano incaricati i “curatuli”, aiutati dai “zammatiari”, figure tuttofare che non avevano alcun ruolo definito e che non godevano di grande considerazione. Responsabili del bestiame erano i “vistiamari” suddivisi in pecorai, vaccari, giumentari, porcari e caprai. L’importanza di ognuno di loro nell’ambito gerarchico veniva scandito da un breve appellativo messo prima del nome e cioè Don, Zù, Zì e Gnù. Infine l’ultimo nella scala d’importanza era “u sfacinnatu” (sfaccendato), un nome che rappresenta un paradosso rispetto alla realtà che caratterizzava il duro lavoro di questa figura e cioè colui che veniva utilizzato da chiunque avesse bisogno nella tenuta per i lavori più faticosi. Un ruolo a parte era quello della Zà Pippina, figura autoritaria, responsabile della casa del padrone, una zitella o “signorina schietta grande” come si usava definirla, tutta vestita di nero con i capelli raccolti in un “tuppo” e con un cinturone di cuoio in vita con appese tutte le chiavi della casa. Il vero potere era nelle sue mani e decideva tutto nella casa con l’accortezza e la parsimonia che solo una vera contadina sa avere. In campagna perfino i cani rispettavano una gerarchia, c’erano quelli da caccia del padrone e quelli di “mannera”. I primi avevano il compito di cacciare insieme al padrone utilizzati solo per il suo esclusivo divertimento e venivano nutriti quotidianamente con una ciotola di cibo con gli avanzi della cucina, gli altri invece lavoravano tutto il giorno, erano i custodi del gregge e delle povere cose del pecoraio alle quali i fedeli cani facevano anche la guardia, ed a loro veniva dato solo un boccone di pane raffermo e nient’altro, infatti per sopravvivere si arrangiavano mangiando topi e lucertole e quando erano fortunati anche qualche piccolo uccello.  Insomma nelle campagne siciliane perfino per i cani era una questione di gerarchia!