Una giornata di Studi dedicati al Mito dei Giganti si è tenuta presso il Palazzo della Cultura di Catania, venerdi 1 marzo, ha documentato come l’Etna abbia avuto un ruolo centrale nell’ispirazione del mito dei Ciclopi, dei Lestrigoni, la nascita di Atena dal capo di Zeus, le Gigantomachie e di diverse personalità legate al Mito.

Un convegno davvero unico nel suo genere e particolarmente interessante che ha posto una luce diversa ma altrettanto affascinante su un argomento che incrocia simbologie, riferimenti storici e ricerca scientifica.

A partire dal Ciclope antropofago Polifemo che secondo gli studi non era un gigante, bensì una figura legata all’oltretomba che per i Greci accoglieva chi lasciava il luogo terreno, veniva considerata antropofoga in quanto la caverna, definito come luogo che riceve uomini a fine ciclo e non risparmi neppure eroi come Achille e Ulisse. La terminologia “Ciclope” fa in generale riferimento alle forme sferiche dei massi e dei crateri dei vulcani. E poi l’Odissea, una trasposizione del poeta Omero che successivamente fu presa come esempio dal sommo poeta Dante per la stesura della sua “Divina Commedia”.

È quanto sostiene, Giovanni Taormina, sostenuto da un gruppo di esperti provenienti da diversi Atenei e che operano in diverse discipline come il presidente della Cattedra di Storia della filosofia dell’Università degli studi di Palermo, il prof. Piero Giovanni, dell’esperto di Scienze delle Geografie Culturali dell’Università di Catania, il prof. Salvatore Cannizzaro, il Paleopatolo della University Flinders di Adelaide, il prof. Francesco Maria Galassi, dell’esperto d’arte del GruppoArte16, il prof. Franco Fazzio, la dott.ssa Elena Varotto, bioarcheologa dell’Università di Catania ed il presidente del dipartimento di Scienze Umane dell’Ateneo di Palermo, Girolamo Cusimano, che ha introdotto la giornata di studi. Da sottolineare la presenza e il sostegno da parte dell’assessore regionale dell’istruzione e della formazione, Prof. Roberto Lagalla che ha ricevuto la delega del Presidente della Regione Nello Musumeci a rappresentarlo e, infine l’assessore alla cultura del comune di Catania la dott.ssa Barbara Mirabella.

L’esperto di iconografia e studioso Giovanni Taormina, coordinatore del GruppoArte16, autore della recente pubblicazione degli atti della conferenza tenutasi presso la sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri “Il Mistero dell’Annunciata”, da due anni sta conducendo una serie di approfondimenti sul mito dell’Odissea, il mito pelasgico e le sue propagazioni nella storia dell’arte

L’equivoco millenario sul mito dei giganti sarebbe da attribuire ai ritrovamenti dei teschi degli elefanti, infine si è voluto specificare che gli errori di interpretazione sono dovuti ad errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Giovanni Taormina, il mito di Polifemo che divora gli uomini di Ulisse va interpretato nella maniera opportuna, si sa in archeologia che Polifemo vuol dire oltretomba e l’oltretomba per i Greci era visto come un luogo antropofago in quanto divora vite umane e nessuno poteva esserne risparmiato dalle sue fauci; il termine non è uomo che mangia pane era riferito al fatto che il ciclope non apparteneva alla civiltà greca. La dimora di Polifemo e dei Lestrigoni fu individuata nella Sicilia Nord-Orientale per la presenza del Vulcano, luogo, che per via della sua natura, fu visto come l’entrata delle porte dell’ade. Veniva attribuito l’appellativo di monocolo per via delle assonanze con il sepolcro che per chiuderlo veniva posta una pietra sferica sopra, la sfericità del masso consentiva il rotolamento del masso, mentre il palo infuocato nell’occhio aveva una funzione rituale in uso a quei tempi. 

Visto la forma concentrica dei crateri e la capacità di aprire la bocca durante le eruzioni e lanciare in orbita il masso che ne occludeva la bocca per poi richiudersi quando cessava l’azione eruttiva, fu letto come un grande sepolcro, da qui Polifemo. I suoi simili, i Lestrigoni, anche essi antropofagi fanno parte dei giganti legati al mito dell’Etna ed il loro pseudonimo, secondo Giovanni Taormina, è Briareo, il gigante della famiglia degli Ecatonchiri, i terribili giganti dalle cento braccia che a differenza di Polifemo, che rappresenta la grotta dove dimorano le tenebre, essi stanno a guardia delle porte dei sepolcri e avevano il compito di inseguire chi fuggiva dall’Ade, questi giganti furono ispirati dalle colate di lava che diramandosi e scendendo da sopra la montagna -termine con cui veniva chiamato dai Greci il vulcano- davano vita a molte braccia che si muovevano fino a raggiungere le coste, da qui la spiegazione sulle forti braccia che inseguirono gli uomini di Ulisse e ne affondarono le navi attraverso il lancio di massi. 

Alla luce di queste nuove letture appare chiaro agli studiosi che a loro fosse legato il nome di Bronte, il terribile gigante antropofago dalle molteplici teste. La natura dei vulcani e la loro continua metamorfosi ha ispirato i mitografi che a loro hanno attribuito anche le lotte tra i Titani e Zeus, una manifestazione delle attività vulcaniche che con le loro colonne di fuoco impressionarono i Greci che attribuirono il significato della lotta tra giganti e divinità ed è possibile che la loro sconfitta è da attribuire alle inattività del Vulcano Vesuvio che, secondo i Greci, erano legati ai ciclopi siciliani che si trovavano tra le Eolie e la Sicilia. 

Le navi attaccate con il lancio delle pietre ed il fuoco sono aspetti tutti legati al rito per la tumulazione ed è possibile che le imbarcazioni di cui narra Omero– spiega Giovanni Taormina- sia legato alla cremazione. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, le simbologie legate al cavallo lasciano pensare alle navi fenicie, un popolo dedito ai sacrifici anche di carattere diverso di questa tipologia. Ricordiamo tutti la scena della cremazione di Patroclo e la preparazione, probabilmente queste cataste che poi venivano bruciate e incenerite venivano coperte con il lancio del masso, ancora oggi è di comune uso dire mettiamoci una pietra sopra a un qualcosa che si vuole dimenticare oppure non c’è rimedio e sta a simboleggiare la morte metaforica di quel tema. Altra simbologia legata ai vulcani e spiegata al convegno è la figura di Atena nata dalla sommità cervicale di Zeus, anche questa trova ispirazione dalla manifestazione del vulcano e, come spiegato, sarebbe anche difficile concepire diversamente questo tipo di messaggio che ci giunge chiara attraverso la pittura vascolare come spiega l’esperto Franco Fazzio che ha spiegato come il ritrovamento degli affreschi presso l’Esquilino a Roma non siano una prova per attribuire la località di Formia come il luogo in cui dimoravano i Lestrigoni, mettendo a confronto il ritrovamento della battaglia di Isso ritrovata a Pompei che non sta a significare che lo scontro tra Dario e Alessandro Magno si fosse svolto in Campania, sottolineando come gli eventi storici e culturali trovassero un modo per essere divulgate attraverso l’iconografia vascolare, la statuaria, affreschi e statuaria in primis e a partire dal VIII sec. a.C attraverso i manoscritti. Altro tema sotto la lente di ingrandimento è stata la figura del drago che troviamo nella figura della pittura vascolare con protagonista Giasone e il suo Vello d’Oro; secondo Giovanni Taormina, visto che i draghi simboleggiavano le forze telluriche e il fuoco, sono anche questi da associare alle manifestazioni vulcaniche. I vulcani per i Greci erano delle figure antropomorfe e nei millenni hanno associato le manifestazioni naturali alla volontà delle divinità che manifestavano un parere positivo o negativo attraverso la natura. In esempio è il rito dei Palici che si praticava sovente dalle parti di Palagonia. 

Come ha sottolineato il Professore Piero Di Giovanni, il mito rappresenta il racconto di eventi speciali a cui i Greci vi attribuivano poteri particolari, ma non è leggenda o invenzione, si tratta di una trasposizione che spesso sfocia nell’orrido ed il mostruoso poiché riveste aspetti di carattere soprannaturale, tuttavia occorre ricordare che la stessa ispirò tutte le forme di scritture spirituali. “La presenza dei Lestrigoni e dei Ciclopi nell’Odissea di Omero suggerisce di ripensare al valore simbolico di certe figure, la cui connotazione implica un carattere culturale di ampio respiro. A tal proposito la memoria storica suggerisce di ripensare al mito del Chirone, mediante il quale lo stesso Machiavelli ne Il Principe contrappone e coniuga la forza all’intelligenza umana. Nel caso dell’Odissea, Polifemo e Ulisse rappresentano la dicotomia tra forza bruta e intelligenza critica”.

Il Professore Salvatore Cannizzaro ha sottolineato come da sempre tutti i popoli hanno mitizzato eventi naturali inspiegabili che, ricondotti a fenomeni sovrannaturali, sono stati trasformati in divinità a cui chiedere protezione in circostanze in cui la propria vita veniva messa a rischio. Il proliferare dei miti e la collocazione in particolari luoghi finiranno col costituire una vera e propria geografia del mito. L’Etna, fin dalla notte dei tempi, per le sue continue eruzioni e i forti tremori, ha rappresentato il luogo dei miti per eccellenza: da Polifemo ad Aci e Galatea, da Efesto a Mascali e Rosemarine”.

Gli aspetti paleopatologici del mito dei giganti, con particolare riguardo al mito del Ciclope, secondo il Prof. Francesco M. Galassi, con il contributo della Dott.ssa Elena Varotto. Il gigantismo esiste ed una patologia endocrinologica causata da una eccessiva produzione di ormone della crescita (GH), non rappresenta solo una tematica mitologica. Questa condizione è estremamente ben documentata a livello paleopatologico nel mondo antico, con il primo caso, recentemente scoperto, rappresentato dai presunti resti del faraone egizio Sa-Nakht (III millennio a.C.) e con una lunghissima serie di pazienti celebri che vanno dal gigante irlandese Charles Byrne (1761-1783), studiato per la prima volta dal medico britannico John Hunter (1728-1793) e successivamente, con gran messe di scoperte fisiopatologiche, dal celebre chirurgo americano Harvey Williams Cushing (1869-1939), al gigante contemporaneo Robert Pershing Wadlow (1918-1940). Con particolare riguardo ad una sottoclasse dei giganti di cui parlano le antiche leggende, i ciclopi, la possibilità di analizzare il mito attraverso la lente della medicina e della scienza ha, da sempre, affascinato generazioni di studiosi. Tra le varie teorie proposte si annoverano: i. l’interpretazione genetica, ossia il mito del ciclope sarebbe sorto dalla constatazione di anomalie genetiche caratterizzate dalla presenza di un solo occhio; ii. la spiegazione paleontologica, che vuole la cavità nasale del cranio degli antichi elefanti nani, oggi estinti, confusa con una singola cavità orbitale, chiave di lettura endocrinologica che, combinando aspetti del già menzionato gigantismo e soprattutto della patologia affine al gigantismo, ma tipica di età più avanzate, l’acromegalia, considera la nozione di visione monoculare da non intendersi letteralmente, cioè anatomicamente, bensì funzionalmente, ossia con abolizione dei campi visivi periferici per compressione del chiasma ottico da parte della ghiandola ipofisi ipertrofica. Questa dissertazione dimostrerà come le prime due teorie siano prive di fondamento, mentre la terza, quella paleo-endocrinologica, possa fornire interessanti elementi interpretativi del mito dei giganti e dei ciclopi, pur essendo necessario inquadrare gli aspetti prettamente biologici con quelli storico-archeologici e letterari per conseguire una comprensione olistica del mito.

 

 

Comunicato inviato per conto del Manifesto Culturale Gruppo Arte 16.

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