La Sicilia ha uno strettissimo legame con il corallo, gioiello rosso del Mediterraneo. In particolare, Trapani vanta una grande tradizione in tal senso.

La fama della città è legata indissolubilmente alla pesca del corallo rosso, la cui lavorazione rappresenta una delle principali attività che ha caratterizzato il tessuto economico del territorio. I pescatori si mettevano in mare a seguito delle loro imbarcazioni attrezzate, dette “ligudelli”. La stagione della pesca andava da maggio a settembre.

I Corallari, custodi della tradizione

A partire dal Quattrocento il corallo divenne un oggetto di spicco. Il merito fu prima degli ebrei provenienti dal Maghreb, veri conoscitori delle antiche tecniche della cucitura, poi degli artigiani siculi, i mastri corallari. All’inizio del Seicento, come altre maestranze, riuniti nella corporazione dei Pescatori della marina piccola del Palazzo, si organizzarono in consolato salvaguardando i propri interessi.

Con 25 capitoli approvati il 26 maggio 1628, attraverso i quali si regolamentava la licenza ad esercitare il mestiere e l’attività di mastri corallari, di mastri scultori e dei lavoranti nell’acquisto del corallo, si organizzavano i livelli salariali, definivano il modo di distribuzione, il luogo di vendita etc.

Nella via dei “Corallari”, detta poi “Strada degli Scultori” e, infine “Via Torrearsa”, sorgevano circa 25 botteghe. Il vero boom fu intorno al Settecento. I manufatti erano veri e propri capolavori d’arte, preziosi gioielli e oggetti di uso liturgico e domestico come calici, sacri contenitori, personaggi di presepi o semplicemente dei portafortuna. Il crollo dell’arte avvenne intorno all’Ottocento, periodo in cui il reperimento della materia prima divenne sempre più raro.

I maestri corallari lavoravano spesso in collaborazione con altre figure come bronzisti, orafi, argentieri e scultori. Il corallo grezzo veniva pulito, tagliato e lavorato con la lima e con la mola di pietra per ridurlo in delle piccole frazioni da bucate con il fusellino per realizzare gioielli. La più antica tecnica è detta a retroincastro.

Questa consisteva nell’inserimento nel rame, precedentemente forato, di piccoli elementi di corallo fissati con una pece nera, cera e tela che fungevano da collante, per poi essere ricoperta, sul retro, con un’altra lastra di rame dorato decorata ad incisione. I maestri trapanesi cambiarono in seguito tecnica avvalendosi della cucitura, una procedura però poco efficace e sicura in quanto il rischio che i coralli si staccassero dal rame era particolarmente alto.