Questo studio nasce dalla convergenza di personali interessi di ricerca archeologica e innovativi percorsi folklorici esplorativi da me condotti e sperimentati nell’ambito della gestazione  e stesura del mio libro, L’ultima  dimora del Re. Una millenaria narrazione siciliana “svela” la tomba di Minosse, pubblicato di recente da Fara Editore. In particolare, il materiale qui illustrato è il frutto di un’esperienza di ricerca realizzata nell’ambito delle feste religiose dell’agrigentino.

SOMMARIO:

1- INTRODUZIONE
2- CULTI PAGANI E CULTI CRISTIANI
3- LA FESTA DI S. CALOGERO DI AGRIGENTO
4- S. CALOGERO: L’ERCOLE DI MEMORIA CICERONIANA
5- CONCLUSIONI
6- BIBLIOGRAFIA

Introduzione

Il saggio a seguire propone il rinvenimento di taluni legami intercorrenti fra il culto di S. Calogero di Agrigento e quello pagano tributato in loco ad Ercole in età ciceroniana.
Il motore di questa indagine è la scoperta di precise affinità e rispondenze rituali, da me riscontrate, tra il culto cristiano calogerino e quello relativo all’Eracle agrigentino.
La ricerca, condotta sulle fonti a mia disposizione raccolte, si è mossa su tre versanti, quello folklorico-etnografico, quello mitico-letterario e quello archeologico.

Tra le fonti folklorico-etnografiche si annoverano tutte le notizie e i documenti, anche fotografici, raccolti sulla sagra agrigentina di S. Calogero.

Tra le fonti mitico-letterarie si annoverano:
1- Le Verrine di Cicerone
2- Il mito di Eracle

Tra le fonti archeologiche si annoverano, invece, alcune testimonianze architettoniche, vascolari e scultoree:
1- Il Tempio di Ercole di Agrigento
2- Le rappresentazioni vascolari e scultoree del mito di Eracle

Culti pagni e culti cristiani

La conservazione di usi, costumi, riti, credenze che talora risalgono indietro di parecchi secoli, anzi di millenni (i “Rottami di antichità” del Vico), riveste grande importanza, dal momento che l’attuale perdurare di antiche forme di vita e cultura, testimonianze di un passato assai remoto, è un fenomeno di un significato e di un valore veramente notevoli.
È oggi acquisizione ormai certa e incontrovertibile il fatto che diversi culti cristiani si siano innestati nel corso dei secoli su culti pagani che risultano perduranti tuttora nel mezzogiorno d’Italia.
Il Cristianesimo è una religione a carattere sociale nella quale il rapporto è tra la comunità e il Dio e nella quale prevale la forma collettiva del culto: la comunità implora l’aiuto del dio in situazioni di difficoltà o ringrazia la divinità per l’aiuto ricevuto. Le origini del Cristianesimo vanno ricercate nell’ultimo periodo della civiltà romana. La vera novità del messaggio del Cristo, consiste essenzialmente nel rinnegare la struttura sociale e gerarchica dell’impero romano, rivolgendosi direttamente ai ceti maggiormente oppressi e sofferenti. Un altro elemento in grado di spiegarci la sua grande diffusione, risiede nel fatto che esso, pur diffondendosi eminentemente a livello urbano, non rimase confinato all’interno di un popolo, grazie anche alla grande opera di cristianizzazione portata avanti dal predicatore Paolo di Tarso.

Nel paganesimo, che è invece una religione politeista e prevalentemente a carattere misterico e soteriologico, il rapporto è tra singolo e il dio. Prevale quindi in esso una forma individuale di culto in cui l’anima si eleva verso la divinità. Il termine “pagano” designa colui che non ha aderito al cristianesimo ed è rimasto fedele all’antica religione. L’origine del vocabolo è stata spiegata in vari modi. Per la maggior parte degli studiosi, “paganus” equivale a “rustico”: i pagi (villaggi), infatti, sarebbero stati l’ultima roccaforte e baluardo del paganesimo. Un’interpretazione più recente spiega invece “paganus” come civile o borghese. Il cristiano è invece identificato come un soldato di Cristo. I culti popolari sono sopravvissuti per millenni, passando dalle religioni antiche a quelle moderne. Tale continuità è da identificarsi nel mantenimento della struttura sociale caratteristica delle società contadine, nonostante alcuni mutamenti, i quali non hanno intaccato tuttora il tipo di rapporto tra la comunità e le sue divinità. Le permanenze cultuali del passato sono particolarmente evidenti nei culti popolari (processioni, feste, manifestazioni carnevalesche, ecc.), nei quali spesso i motivi cristiani si sono sovrapposti a motivi di religioni preesistenti a carattere popolare.
In molte delle manifestazioni di religiosità popolare è, difatti, spesso riconoscibile un sottofondo pagano che la Chiesa, quando non è riuscita a estirpare, ha saputo trasformare e adottare, dando ad esso un nuovo significato. L’avere la Chiesa romana fissato la data della nascita di Cristo nei giorni in cui ricorreva la festa pagana del “natalis solis invicti”, è prova di questo adattamento sostitutivo. Il solstizio d’estate coincide invece con S. Giovanni, e anche in questa festa molte tradizioni conservano tracce di origine pagana. Il Calendimaggio, ad esempio, conservò fino a pochi secoli or sono il suo carattere propiziatorio per la fecondità e l’abbondanza, con forme licenziose ispirate alla magia simpatica. Ma la Chiesa, dopo vari tentativi di cristianizzazione non bene affermatisi, risolse definitivamente il caso con la dedicazione del mese di maggio alla Vergine: le “Regine di maggio” furono così detronizzate e al loro posto si resero omaggi di fiori e offerte alla Madonna.
Nel Sud d’Italia permane una particolare religiosità fortemente legata a moduli pagani, caratterizzata da un persistente ibridismo di religione, magia e superstizione.
I tentativi della Chiesa e dell’alto clero di cristianizzare questi culti pagani sono stati quasi sempre vanificati nei secoli, dall’opera di Gregorio Magno (590-604) sino al Concilio di Trento e dall’opera del basso clero a sostegno delle classi popolari ancora legate al paganesimo e lontane dalla dottrina cristiana.
Il primo ad attuare una vera e propria opera di cristianizzazione delle campagne, come ben si sa, fu nel VI secolo Gregorio Magno. Ci riuscì in larga parte ma continuarono, tuttavia, in tale ambiente, a resistere, fino ad oggi, radici pagane nei culti e rituali agiti.

 

Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975), autore del romanzo Cristo si è fermato a Eboli, confinato a causa dei suoi ideali antifascisti nel 1935 dal regime a Gagliano, in Basilicata,
scoprì ivi la bellezza del mondo meridionale ancora legato a credenze arcaiche. Egli parla di un “paganesimo perenne” del mondo contadino mediterraneo di cui è significativa ed esemplificativa la descrizione nel romanzo del culto della Madonna nera che richiama Persefone, dea greca degli Inferi (“La Madonna dal viso nero, tra il grano e gli animali, gli spari e le trombe non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera, delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una Dea infernale delle messi”, C. Leviivi). Ci sono anche aspetti magici e superstiziosi in altre manifestazioni popolari del Sud. Ricordiamo a questo titolo il ballo della tarantola in cui i tarantolati venivano curati al ritmo di danze e di suoni frenetici ed ossessivi; veniva usata in tale particolare intervento musico-terapeutico anche la “tammorra”, antico strumento popolare. Le persone affette da tale disturbo venivano fatte roteare e stremate, cadevano a terra, liberandosi dal morso della tarantola.
Quasi tutte le feste popolari si svolgono nel periodo primaverile ed estivo e sono concepite come dei riti propiziatori per la semina e il raccolto. Simili rituali propiziatori testimoniano sovente l’innesto del culto cristiano su quello pagano. Il carnevale, festività di origine romana, è una festa nella quale per un giorno si abbandonano gli schemi classici della routine, si sovverte l’ordine delle cose e dei ruoli. Esso assolve una funzione liberatoria, finalizzata a trasgredire le regole e far ritorno al Caos primordiale. Alcuni riti pagani hanno anche funzione penitenziale e di espiazione, come ad esempio la processione di flagellanti (Vattienti) che si svolge in occasione dei riti pasquali nel Beneventano e nel Catanzarese. Tutto ciò testimonia come i culti cristiani siano fortemente rapportati ai culti pagani soprattutto nel Sud d’Italia.

La popolare e antica “terapia” del tarantismo (ritenuto effetto del morso della tarantola) consiste nel “suscitare un accesso di agitazione maniaca” nel tarantolato fino al suo totale rilassamento, facendolo danzare al suono ritmato di vari strumenti (ballo di S. Vito).
Nocera Tirinese (Catanzaro). Processione della Settimana
Santa: un Vattiente si flagella le gambe con acute punte
conficcate in pezzi di sughero.
Guardia Sanframondi (Benevento). Dal 1445, ogni sette anni, i Battienti a sangue, in una processione penitenziale, si flagellano il petto con acute punte.

La Festa di S. Calogero di Agrigento

Agrigento, “la più bella città dei mortali”, come il poeta greco Pindaro la definì ventisette secoli addietro, è senza dubbio uno dei luoghi di Sicilia tra i più suggestivi, singolare sintesi di mito e storia, arte e cultura, paesaggio ed ambiente.
La città moderna, cui fa da scenario la splendida Valle dei Templi e da sfondo la luce dell’azzurro mare africano, ospita e celebra ogni anno, nella prima e seconda domenica di luglio, una “fantasmagorica” festa in onore di S. Calogero, uno dei Santi più amati e venerati nella Sicilia occidentale, ritenuto nella cultura contadina il Santo protettore del raccolto estivo, cui sono tributati tutt’oggi dagli Agrigentini singolari omaggi e devozioni cultuali di gran lunga maggiori di quelli comunemente indirizzati dagli stessi al loro patrono, S. Gerlando.
Tale antichissima festa di contadini e carrettieri, nonostante i numerosi tentativi operati nel corso dei secoli dalle autorità ecclesiastiche e pubbliche di riformarla e renderla “civile”, addomesticandola e disarmandola dei tratti più impressionanti di radicalismo contadino e pagano, occasiona ancora oggi, insieme a toccanti testimonianze di fede e devozione di spiccato sapore ancestrale, le più pure ed autentiche manifestazioni di tradizione e colore locale in omaggio al “bel vecchio” (tale è il significato del nome greco Calogero”) che la tradizione popolare vuole dotato di straordinari poteri taumaturgici.
Le notizie agiografiche sul Santo sono tradite dalle biografie contenute in due particolari testi liturgici. Quello più antico è costituito da una rosa di odi composte da un certo Sergio, monaco di Fragalà, dalle quali si ricava che il Santo, nato con molta probabilità a Cartagine, sbarcò in Sicilia nel V sec. d.C., dove visse da eremita in una grotta nei pressi di Lilibeo, l’attuale Marsala, curando gli infermi e convertendo i pagani alla fede cristiana.(1)
L’altro documento, riferentesi alle lezioni dell’Ufficio pubblicato in Sicilia nel 1610, testimonia che Calogero, recatosi da Costantinopoli a Roma per venerare il Papa, di là si recò in Sicilia per cacciarvi i demoni del monte Cronio presso le Terme Selinuntine, odierna Sciacca.(2)
Queste le testimonianze propriamente agiografiche relative al Santo, mentre molteplici e variegate sono le leggende locali fiorite intorno a questi nelle diverse contrade della Sicilia occidentale (Agrigento, Porto Empedocle, Aragona, Naro, area nissena, ecc.), ove più acceso è il suo culto.
In particolare, secondo la tradizione religiosa agrigentina (3), S.Calogero, in occasione di una esiziale pestilenza abbattutasi sulla città di Agrigento, si fece promotore di fervide opere di assistenza e aiuto nei confronti della popolazione falcidiata dal morbo. Egli, recandosi per le strade ad elemosinare presso i cittadini non contagiati, asserragliati in preda alla paura nelle loro case, pane e cibo per i malati indigenti, ricevette quanto richiesto da finestre e balconi dei palazzi ove si recava a fare la questua.
Sin qui l’autorevole ed ortodossa pagina religiosa che giustifica l’agrigentina festività calogerina, la cui celebrazione, però, presenta palesi caratteri rituali ibridi e sincretistici che non possono rientrare a pieno titolo o essere giustificati solo dalla “lezione cattolica” testé riferita. La celebrazione della festa di S. Calogero, difatti, consta di due fasi rituali ben distinte. Una rigidamente ufficiale e ortodossa sul piano cultuale, estrinsecantesi nella Messa solenne officiata dai prelati nella chiesa cinquecentesca dedicata al Santo, l’altra, dichiaratamente eterodossa e patentemente pagana, che si svolge al di fuori della chiesa ove il Santo viene lasciato nelle mani di una folla di fedeli in preda ad un montante tripudio orgiastico e che non prevede alcuna presenza legittimante di autorità religiose o di atti di consacrazione ecclesiastica.

Note
(1) Bibliotheca Sanctorum.
(2) Cajetanus, Isagoge, p. 217, 222.
(3) Leggenda riferita nella tesi di laurea di C. La Cognata, Il culto di S. Calogero nella provincia di Agrigento, Università di Palermo, anno accademico 1952-53, p. 69, ripresa da F. Salvatore Cappuccino, La Selva, Presso la  biblioteca comunale di Naro.

La statua di S. Calogero viene portata fuori dalla chiesa.
Ballo del Santo davanti al sagrato.

Una volta l’annuncio della festa era fatto dal devoto “portatore della cerva di S. Calogero” che aveva il compito di invitare la città a destarsi per l’imminenza dell’evento religioso. La cerva, come simbolo poetico dell’alleanza tra l’uomo e la natura, è legata indissolubilmente alla leggenda di S. Calogero.
L’antico simulacro dell’animale, scolpito in legno, veniva, difatti, portato in giro per la città da un devoto, dall’alba della prima domenica di luglio. Si candidavano a portare la cerva alcuni devoti, tra i quali il comitato doveva scegliere  quello a cui dovesse andare l’onore. La cerva era posta su un grande vassoio che sosteneva anche la latta cilindrica sigillata per raccogliere le offerte.

Devoto portatore della cerva.

Durante la processione che si snoda per le strade medievali e arabe della città come un torrente in piena, ora mareggiante ora rifluente, la statua nera del monaco basiliano viene seguita da una folla immensa di fedeli entusiasti, accaldati, vocianti e sudati, mentre un manipolo di tamburi dà luogo ad una fantasia assordante e trascinante di sapore prettamente pagano – la “Tammuriata di S. Calò” – residuo odierno di uno dei tanti rituali  calogerini, oggi caduti in desuetudine (vedi la processione della cerva di S. Calogero e i giochi di S. Calogero), chiamato “La Diana”.
Della Diana, autentico poema ritmico–contrappuntistico di tamburi in cui culminava la serie di figure ritmico–musicali tambureggianti sviluppantisi in un variegato concerto di ritardazioni e crescendi, ci ha doviziosamente informato a suo tempo lo studioso G. Pitré: “Ad un tratto tutti sospendono di battere sulla tesa pelle: alzano le mazzuole in alto, le incrociano, le intrecciano, le fanno scricchiolare; poi un colpo sul cerchio del tamburo, un altro o due sulla loro testa: e tutto questo con tanta esattezza di tempo e di armonia che riesce un vero partito a tamburi!”(1)

Tamburinai

Mentre ha luogo l’esecuzione della Diana dai balconi viene gettato a pioggia sui fedeli e sullo stesso Santo del pane speciale benedetto, confezionato a pagnottelle (il cosiddetto pane di S. Calogero). I fedeli che seguono il fercolo del santo bizantino in processione in tale occasione manifestano il proprio temperamento più segreto dando vita ad atti di adorazione diretta e confidenza fisica col santo, che sarebbero ritenuti irriverenti e addirittura sacrileghi (talora furono considerati tali dall’autorità ecclesiastica) se fossero intesi in un senso assoluto e non proporzionati allo speciale culto che ha verso questo santo il popolo dei devoti e dei postulanti grazie.

Nota
(1) G. Pitré, Feste patronali in Sicilia, Palermo 1889, p. 371.

Atti di devozione e confidenza fisica nei confronti di S. Calogero.
Lancio del pane sul fercolo del Santo basiliano.

La moltitudine degli adoranti, difatti, ad ogni sosta del santo basiliano, momento questo in cui la venerazione dei fedeli raggiunge vertici frenetici e parossistici, come travolta da un acceso trasporto mistico e allo stesso tempo fisico verso il Santo, si spinge fin sopra la statua per abbracciarla, toccarla e baciarla in un’atmosfera di invasata esaltazione di carattere quasi primordiale. L’assistere a tale spettacolo, la cui regia e coreografia è palesemente ancestrale (balli del Santo, scrolloni della statua, abbacchiatura dei grappoli umani che scalano il simulacro), è, a dir poco, travolgente sul piano emotivo e finisce col rapire estaticamente tutti gli astanti.

San Calogero: l’Ercole di memoria ciceroniana

Sulla base di quanto abbiamo documentato, è lecito ipotizzare dalla scrivente che il culto di S. Calogero abbia origine decisamente pagana.
Ciò mi induce di necessità a ricercarne l’archetipo cultuale nel vasto pantheon classico greco-romano sulla scorta dei caratteri folkloristici ed etnografici individuati. Il primo elemento che mi fa pensare ad una probabile connessione storica tra il culto del Santo e una figura eroica del mito greco, è la cerva.
Fonti di tipo fotografico ed  etno-folklorico ne testimoniano di fatto la presenza: durante la processione di S. Calogero un devoto, denominato “portatore della cerva”, reggeva in passato su un vassoio il simulacro di una cerva provvista di corna, elemento insolito, questo, per un simile animale, considerato che gli esemplari femmine non hanno le corna. Ricercando tra le fonti mitiche del mondo greco una possibile corrispettiva situazione mitica, ritengo plausibile rinvenire questa nel mito di Eracle e, in particolare nel ciclo delle fatiche dell’eroe.
Il riferimento va alla “cattura della cerva di Cerinea”, terza fatica del mitico personaggio. Si narra difatti che Eracle, come fatica impostagli da Euristeo, dovesse catturare una cerva dalle corna dorate, animale sacro ad Artemide, la dea della caccia. Il compito era vincolato da un obbligo al quale Eracle non poteva sottrarsi: non doveva in nessun modo provocarne la morte. Dopo ben un anno di ricerche, l’eroe la trovò e la catturò. Artemide, a seguito della felice conclusione della fatica, si adirò con l’eroe. La cerva, come animale sacro legato ad una figura di culto, oltre ad essere presente nel mito di Eracle è presente nel culto calogerino. Come già detto essa, era, una volta, uno degli elementi “cardine” della processione. Nella leggenda calogerina si racconta che fosse stata questa particolare cerva a sfamare il Santo basiliano, allattandolo.

 

Tesoro degli Ateniesi. Metopa nord. Eracle e la cerva, museo di Delfi.
Eracle stacca le corna d’oro alla cerva di Cerinea. La scena è dipinta su un vaso attico a figure nere rinvenuto a Vulci, datato intorno alla metà del sec. VI a.C. (London, British Museum).
Ercole con la cerva. Finissimo bronzo, derivante da un originale lisippeo, proveniente da Pompei, dove fungeva da fontana nell’impluvium dell’atrio di una casa signorile. Fu donato alla raccolta Salnitriana da Francesco I.

Un altro elemento a favore dell’ipotesi avanzata è deducibile dai documenti agiografici del Santo ed è appunto l’origine straniera di questo. Da una rosa di odi composte da un certo Sergio, monaco di Fragalà, apprendiamo che il luogo natio del Santo fu con tutta probabilità Cartagine; egli sbarcò in Sicilia nel V secolo d.C. dove visse da eremita in una grotta nei pressi dell’attuale Marsala. Dall’analisi di ulteriori fonti letterario-mitologiche sulla figura di Eracle, emerge che il culto dell’eroe era largamente diffuso in tutte le città greche della Sicilia, anche se il centro principale della leggenda era il lembo occidentale, area questa dove dalla Grecia, secondo il mito, era approdato il figlio di Alcmena e Zeus. Giunto sulla sponda italiana dello stretto di Messina, Eracle, secondo quanto affermato da Diodoro Siculo (Biblioteca Storica, IV 22-23-24), avrebbe fatto passare le sue mandrie in Sicilia. L’eroe corse lungo tutta la costa settentrionale dell’isola e le ninfe del luogo, perché si ristorasse, fecero scaturire dal suolo le acque termali di Imera e Segesta. I mitografi parlavano del passaggio dell’eroe con le sue mandrie anche da altre
parti della Sicilia.
Pertanto, Diodoro riferisce che Eracle, dopo aver lasciato la regione di Erice, si recò nella città che fu chiamata successivamente Siracusa. Colà offrì sacrifici a Core e gli indigeni impararono da lui il rituale dei sacrifici e delle feste, che da allora furono celebrate ogni anno. Altro centro della leggenda di Eracle fu Agirio ove si racconta che l’eroe ricevette per la prima volta onori divini. A tal proposito il Ciaceri (1) e altri studiosi moderni riconoscono che i riti in onore di Eracle, di carattere popolare  locale, si sono conservati ad Agirio nel culto di un S. Filippo guaritore.

Nota
(1) E. Ciaceri, Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia, Firenze 1981, p. 281.

Un altro indizio che lega i due culti è la Diana. Questa, come già detto, è una serie di figure ritmico-musicali, durante la quale viene gettato il pane benedetto dai balconi come rievocazione di quando S. Calogero passava per le vie della città a chiedere cibo per i malati di peste. Anche il culto pagano di Eracle era legato alla figura di Diana, l’Artemide greca. Infatti l’eroe doveva catturare la cerva di Cerinea, sacra alla dea.
Anche nelle Verrine di Cicerone troviamo un elemento essenziale che ci riporta al culto di  S. Calogero: l’accesa devozione tributata dagli Agrigentini ad Ercole. Analizzando, difatti, il passo 94  del IV libro delle orazioni ciceroniane, di seguito riportato, ho avuto modo di individuare delle chiare affinità tra il culto del santo basiliano e quello dell’eroe greco.

In Verrem II, 4, 94 :

Herculis templum est apud Agrigentinos non longe a foro, sane sanctum apud illos et religiosum. Ibi est ex aere simulacrum ipsius Herculis, quo non facile dixerim quidquam me vidisse pulchrius (tametsi non tam multum in istis rebus intellego quam multa vidi), usque eo, iudices, ut rictum eius ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus non solum id venerari, verum etiam osculari solent. Ad hoc templum, cum esset iste Agrigenti, duce Timarchide, repente nocte intempesta servorum armatorum fit concursus atque impetus. Clamor a vigilibus fanique custodibus tollitur. Qui primo cum obsistere ac defendere conarentur, male mulcati clavis ac fustibus repelluntur…

[In Agrigento, non lontano dal foro, sorge un tempio di Ercole veramente sacro per gli abitanti e da essi molto venerato. Al suo interno è custodita una statua in bronzo raffigurante proprio Ercole, e credo di poter asserire senza difficoltà di non aver mai visto nulla di più bello (anche se in cose di questo genere io non sono un intenditore così raffinato come richiederebbe il gran numero di opere d’arte che ho visto); la sua divina bellezza, o giudici, è tale che le labbra socchiuse e il mento della statua sono un po’ consunti, perché i fedeli nelle preghiere e nei ringraziamenti non si limitano a venerarla ma si spingono fino a baciarla. Mentre Verre si tova ad Agrigento, succede un fatto improvviso; a notte fonda un gruppo di schiavi armati, sotto la guida di Timarchide, accorre in massa verso questo tempio e lo prende d’assalto. Si levano grida d’allarme da parte degli uomini della ronda e dei custodi del santuario; in un primo momento essi, nel tentativo di resistere all’aggressione e di organizzare la difesa, vengono ridotti a mal partito e respinti a colpi di mazza e di bastone…]

Agrigento – Il Tempio di Ercole

In questi passo si racconta, infatti, dell’esistenza nei pressi del foro di Agrigento di un tempio di Ercole particolarmente sacro agli abitanti della città. Esso custodiva al suo interno uno splendido simulacro bronzeo dell’eroe dalle labbra e dal mento consunti a causa degli accesi omaggi devozionali tributati dai fedeli alla statua. Cicerone, a tal proposito, riferisce, infatti, che «in precibus et gratulationibus non solum id venerari, verum etiam osculari solent» [mentre pregano e ringraziano il dio i fedeli abitualmente non si limitano a venerarla ma si spingono fino a baciarla].
Il racconto poi prosegue con la menzione di un tentativo di furto operato ai danni della statua dell’eroe per mano degli sgherri di Verre. Mentre, infatti, Verre, governatore della Sicilia nel 73 a.C., si trovava ad Agrigento, un gruppo di schiavi armati sotto la guida di Timarchide accorse in massa verso il tempio di Ercole prendendolo d’assalto. Gli aggressori, divelti i chiavistelli e sfondati i battenti del tempio, tentarono di rimuovere la statua del dio facendo leva con dei pali.
In seguito al frastuono suscitato da quella masnada di ladri, si diffuse per l’intera città la notizia che il tempio di Ercole era stato assalito e che la statua dell’eroe stava per essere rubata.
In breve tempo da tutta quanta la città accorse la gente in massa verso il santuario per impedire la sacrilega rimozione della statua. Tra gli Agrigentini e gli schiavi al soldo di Verre si verificò un fitto lancio di pietre. Gli aggressori, avuta la peggio, si diedero quindi alla fuga desistendo dal loro criminoso piano.
Il racconto di Cicerone costituisce, a mio avviso, una preziosa testimonianza per lo studio da me condotto in quanto rappresenterebbe un elemento storicamente probante la mutuazione da me sostenuta del culto di S. Calogero di Agrigento da quello tributato in loco ad Ercole in età ciceroniana.
La particolare venerazione di cui era fatta oggetto la statua di Ercole dagli Agrigentini, estrinsecantesi, appunto, in veri e propri atti di confidenza fisica con il dio, sembra trovare pieno riscontro in tempi moderni nelle modalità rituali del culto di S. Calogero che ha luogo ancora nella stessa città.La veridicità della fonte ciceroniana è altresì testimoniata dalla presenza nell’area della Valle dei Templi di Agrigento dei resti del Tempio di Ercole di cui fa menzione Cicerone.
Quello dedicato ad Eracle è il più arcaico dei templi agrigentini. Esso può datarsi alla fine del VI sec a.C. costruito in calcare locale, in stile dorico, esastilo, di pianta allungata con 6 x 15 colonne. In queste, alte m 10,7, è evidente la rastremazione; il capitello di forma schiacciata è separato dal fusto della colonna da una gola. Nell’interno, attorniata da un ampio corridoio, si trova la cella di dimensioni lunghe e strette (m. 47,67 x 13,90). Completava il profilo del tetto un’alta sima calcarea decorata  con teste di leoni nello stile della metà del V sec. a.C. (Museo di Agrigento).

 

Agrigento: tempio di Eracle. Pianta.

Conclusioni  

Al termine di questa ricerca, mirante a dar credito all’ipotesi di una derivazione “storica” del culto agrigentino di S. Calogero da quello tributato nella stessa città in epoca romana ad Ercole, riepilogo in sintesi le tappe che nel corso delle indagini svolte mi hanno condotto a presentare come verosimile e fededegna sul piano storico e scientifico una simile ipotesi.
La mutuazione, da me sostenuta, del culto calogerino da quello di Ercole sarebbe suggerita da molteplici riscontri in campo mitico, letterario ed archeologico (Le Verrine di Cicerone – Il mito di Eracle – Il Tempio di Ercole di Agrigento – Le rappresentazioni vascolari e scultoree della III fatica dell’eroe) che testimonierebbero l’appartenenza di entrambe le nostre figure ad un identico orizzonte cultuale e rituale. Nella festa calogerina è possibile, difatti, cogliere una gamma di espressioni e atteggiamenti che chiaramente rimandano a un codice della corporeità e dell’esteriorità indubbiamente remoto.
In questa grande festa siciliana il contenuto orgiastico di connotazione pagana, sia pure in modo controllato, continua a far sentire la sua presenza e potenza. La valenza orgiastica del rito emerge, difatti, in molti segmenti dell’iter cerimoniale in onore del santo, ma raggiunge l’apice nella fase in cui il folto numero di portatori conduce a spalla, in una atmosfera la cui intensità drammatica sfugge alla “misura” imposta dalla Chiesa, la pesante statua processionale.
I portatori si fanno merito in tale occasione di “fari abballari lu Santu”, eludendo sovente il controllo della gerarchia ecclesiastica. Non dissimilmente orgiastici sono i significati legati alla nudità rituale (vedi bambini denudati che vengono spesso accostati alla statua del Santo durante le molteplici soste processionali) e ai comportamenti “eccessivi” dei devoti agrigentini che, nello sciogliere le loro promesse di voto, si lasciano andare a veri e propri atti di confidenza fisica con la statua del santo. Queste notazioni, unite alla presenza della cerva e alla “Diana”, sembrano testimoniare con tutta chiarezza la stretta connessione tra il culto di S. Calogero e quello di Ercole. Questo legame è ancora molto visibile nella celebrazione agrigentina, anche se la dinamiche del cambiamento cui la comunità contadina locale nel corso del secolo scorso è andata incontro parrebbero, a volte, occultarla.
La festa all’interno delle modificazioni del tessuto sociale e religioso della comunità agrigentina si è andata parallelamente trasformando, perdendo, difatti, molti dei collegamenti funzionali e simbolici con la struttura sociale e religiosa del gruppo che un tempo la produceva.
Le modificazioni sono avvenute nel senso della “addomesticazione” cristiana della festa, ma la sopravvivenza di taluni aspetti più radicalmente pagani di essa mi ha consentito di focalizzare e scoprire le superstiti connessioni con gli elementi residui della cultura tradizionale pagana cui il rito calogerino è legato.
Giunta al termine del mio modesto lavoro, auspico che le risultanze di questo possano essere sposate da chi mi riserverà l’onore di condividere il cammino della mia ricerca. Essa ha, difatti, costituito per me un viaggio a ritroso nel tempo del Sacro, un “ritorno” a quello che si è lasciato, ma non si è ancora del tutto perduto.

Bibliografia

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J. Berard – La Magna Grecia – Piccola Biblioteca Einaudi.
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M.A. Di Leo – Feste patronali di Sicilia 1997.
Diodoro Siculo – Biblioteca Storica IV 22,23,24.
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G. Pitré – La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano – Palermo 1913.
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A. Uccello – Pani e dolci in Sicilia – Palermo 1976.
Tusa e De Miro – La Sicilia occidentale, itinerari archeologici.

Materiale audiovisivo e museale:
Il rito e il sangue
E cupole
Mostra “Ercole: l’eroe, il mito”, Biblioteca di via Senato 14, Milano (Aprile e Ottobre 2001).
Mostra fotografica sulla festa di S. Calogero – Agrigento 1982.

Fonte: http://narrabilando.blogspot.it/