L'amore di un papà supera ogni confine. Il 37enne Dario Aiello è partito per la Cina per rivedere i figli che non abbraccia dal 2012, dopo una lunga e complessa vicenda. In questi cinque anni, Aiello ha fatto di tutto per non perdere il primogenito, di 12 anni, e il secondogenito, di 9 anni, nati in Italia dalla relazione con Liu Yan. A raccontare la vicenda è lo stesso protagonista, che ha anche lanciato una petizione su Change.org.

«La storia che ha segnato la mia vita – spiega – inizia nel 2002. All’ epoca mi trovo a Roma, in cerca di fortuna e conosco sul lavoro la signora Liu Yan. Intraprendiamo insieme una vita lavorativa che poco dopo diventa anche una relazione d'amore. Nel 2005, nasce mio figlio Michele, il primogenito. Rientro a Catania insieme alla signora Liu, perché desideravo nascesse nella mia terra, volevo fosse cittadino italiano, e cosi fu anche per la nascita del secondo, Alessandro, nel 2008. Dopo poco tempo decidiamo di trasferirci in Cina di comune accordo. A Catania le possibilità lavorative erano quasi inesistenti e – sotto consiglio della signora Liu – ci trasferiamo tutti a Shanghai perché lì avremmo avuto una casa e un lavoro grazie alla sua famiglia».

Ma qualcosa, a quel punto, non va per il verso giusto: «In Cina – racconta Dario Aiello – il rapporto che sembrava idilliaco, si trasforma in una sorte di costrizione e sottomissione nei miei confronti. Lei sapeva già allora, ed anche oggi, di avere il potere economico dalla sua parte, in quanto proprietaria di attività commerciali, e quindi padrona della mia vita». «Durante il mio soggiorno in Cina, lavoro per lei, nelle sue attività commerciali, ma il lavoro da me svolto non aveva mai un compenso. E non potevo ribellarmi, perché diceva sempre che spettava a lei gestire i nostri guadagni. Io lavoravo e crescevo i miei figli. Questa era la mia vita. Senza un soldo in tasca, e a dover elemosinare quello che mi spettava, penso bene di cercarmi un' occupazione, ma purtroppo tutto questo durava ben poco, perché appena lei veniva a conoscenza del fatto che io potessi lavorare per altri, faceva di tutto per farmi licenziare, dicendomi che loro sono una famiglia ricca, titolari di aziende e io non avrei mai dovuto fare l'operaio per terzi, era imbarazzante per loro, quasi umiliante».

Alla fine, Aiello ha deciso di trasferirsi in un'altra città, Wenzhou, trovando un'occupazione abbastanza soddisfacente. Teneva spesso i figli con sé, ma i parenti di Liu lo tenevano sempre d'occhio, lo pedinavano per capire quanto guadagnasse, cosa facesse e dove andasse. Nel 2011, scaduto il suo permesso di soggiorno, la donna non ha fatto nulla per aiutarlo, ma anzi lo ha spinto a tornare in Italia per una vacanza. I bambini li ha tenuti lei. «Tutti i giorni provavo a contattarli, nonostante i tentativi fossero vani, era davvero raro poter sentire le loro vocine. Solo ogni tanto avevo questa possibilità, ma solo dopo aver sopportato ore di insulti e minacce da parte della signora Liu, che mi diceva che se fossi tornato in Cina non sarei più tornato in Italia o che era inutile che io cercassi lavoro, tanto lei avrebbe guadagnato sempre piu di me». Dopo la petizione lanciata da Dario su change.org, è riuscito a vedere i figli con un'applicazione che permette di fare viodechiamate. Adesso, la madre dei bambini gli ha permesso di vederli: Aiello partirà da solo, ma ha spiegato che informerà il Consolato italiano in Cina, attiverà il gps del cellulare e informerà i parenti più stretti della sua partenza, a scopo precauzionale.