Francesco Crispi, vita, pensiero e carriera politica del siciliano che ebbe un ruolo decisivo nel convincere Garibaldi a compiere la Spedizione dei Mille. Divenuto presidente del Consiglio, adottò una politica “forte” e sostenne la Triplice Alleanza, promuovendo l’espansione coloniale. Le tappe fondamentali della sua vita, dove è nato, quando è morto.

Francesco Crispi

Un excursus nella storia del politico e della Sinistra Storica. Dalla Spezidione dei Mille all’ascesa politica, con i quattro governi di Crispi. Nel corso della sua lunga vita ha un ruolo di punta nel Risorgimento e, con l’Unità d’Italia, si schiera su posizioni monarchiche partecipando attivamente alla vita politica del Regno d’Italia.

Francesco Crispi nasce a Ribera, in provincia di Agrigento, nel 1818, da un commerciante di origini albanesi. Crispi è un tipico cognome arbëresh, cioè di albanesi d’Italia, in origine Kryeshpi (Capocasa). Studia legge a Palermo, laureandosi nel 1843 e nel frattempo lavora nello studio di un avvocato.

Si trasferisce a Napoli nel 1845, per esercitare la professione forense: non ottenendo il successo sperato, si dedica ad altre attività. Entra in contatto con elementi liberali e fa da tramite tra questi e i patrioti siciliani. Con lo scoppio della Rivoluzione siciliana del 1848, partecipa attivamente alla vita della Sicilia indipendente. Assume posizioni intransigenti nel Parlamento di Sicilia, votando per la decadenza dei Borboni e per la libertà di culto.

Fallita la rivoluzione, pur avendo ottenuto l’amnistia, decide di abbandonare la Sicilia e si trasferisce a Torino: lavora come giornalista e si avvicina alle posizioni repubblicane. Condivide l’impostazione federalista di Carlo Cattaneo e critica le politiche dei Savoia: questi sono alcuni dei motivi che portano all’arresto e poi all’espulsione di Francesco Crispi dal governo di Cavour.

Vita in Europa e ritorno in Sicilia

Si imbarca nel 1853 per Malta, insieme a Rose Montmasson, lavandaia e stiratrice originaria dell’Alta Savoia. I due si sposano una volta a Malta e Crispi continua a scrivere articoli politici, che gli costano un anno dopo l’espulsione dall’isola. Nei successivi 5 anni viaggia per tutta l’Europa.

Nel 1855 incontra a Londra Giuseppe Mazzini, che lo aiuta a trovare sistemazioni in tutto il Vecchio Continente. Francesco Crispi si trova a Parigi nel 1856 e qui avvia un’attività commerciale, senza abbandonare il dibattito risorgimentale. Viene costretto a lasciare la Francia nell’agosto del 1858, poiché coinvolto nelle indagini per un attentato fallito contro Napoleone III.

Dopo un periodo a Lisbona è di nuovo a Londra, dove esprime perplessità sugli accordi di Plombières. In questo periodo pianifica una insurrezione nella sua terra d’origine, la Sicilia. Ottenuto un passaporto argentino, Francesco Crispi fa ritorno in Sicilia il 26 luglio del 1859. Tenendosi in contatto con Mazzini, raccoglie notizie strategiche. A ottobre i patrioti non sono ancora pronti a insorgere, quindi ripiega brevemente in Grecia.

La spedizione dei Mille

Elabora un progetto per la liberazione della Sicilia: una spedizione militare dall’esterno, che possa appoggiarsi alle insurrezioni. Francesco Crispi inizia a prendere contatti per cercare appoggio e nel 1860, insieme a Rosolino Pilo, scrive direttamente a Giuseppe Garibaldi. Questi si impegna a partecipare soltanto dopo la rottura con Cavour, poiché non può accettare che il Regno di Sardegna abbia ceduto Nizza alla Francia.

Nel mese di aprile scoppiano le prime rivolte a Palermo, con esito ancora incerto. A questo punto è Crispi a convincere Garibaldi, andando prima a trovarlo a Torino, insieme a Nino Bixio e portandogli poi un telegramma dalla Sicilia, secondo cui l’insurrezione sta andando benissimo. Convinto Garibaldi, il 6 maggio del 1860, parte la spedizione da Quarto e c’è anche Rose, moglie di Crispi.

I Mille sbarcano a Marsala l’11 maggio e Francesco Crispi organizza un governo provvisorio della Sicilia, con Garibaldi proclamato dittatore a Salemi. A Calatafimi, il giorno dopo, i Mille sconfiggono l’esercito borbonico e avanzano verso Palermo.

Ad Alcamo Garibaldi nomina Francesco Crispi segretario di Stato: i suoi primi decreti vanno in una direzione anticlericale, populista  e autoritaria. Alla fine del mese di maggio i Garibaldini si insediano a Palermo e Crispi vorrebbe estendere l’insurrezione fino a Roma: per questo motivo entra in contrasto con Cavour, che vorrebbe annettere la Sicilia al Regno di Sardegna e, per questo, invia a Palermo Giuseppe La Farina.

La Farina, in un primo momento, guadagna il consenso dell’aristocrazia siciliana, mettendola in guardia contro Crispi, che viene isolato e costretto a dimettersi. Poco dopo, però, Garibaldi fa arrestare La Farina e lo rimanda in Piemonte. Il 21 ottobre del 1860 avviene il plebiscito per l’annessione: sebbene Crispi sia contrario, accetta la situazione e intraprende una carriera politica nel Regno d’Italia.

Francesco Crispi e la Sinistra Storica

Nel gennaio del 1861 Francesco Crispi viene eletto deputato in Sicilia. A Torino, in Parlamento, siede all’estrema Sinistra. Nel frattempo si arricchisce esercitando la professione di avvocato e considera ormai finito il tempo delle rivoluzioni, ritenendo più importante l’Unità.

Con un discorso tenuto alla Camera (che nel frattempo si è spostata a Firenze) nel novembre del 1864, aderisce ufficialmente e definitivamente alla monarchia. La rottura con Mazzini è completa. Il 2 ottobre del 1870, dopo la breccia di Porta Pia, Roma viene annessa all’Italia attraverso un nuovo plebiscito.

Francesco Crispi si trasferisce nella nuova capitale nel 1871, per proseguire l’attività parlamentare. Con la prima vittoria della Sinistra, guidata da Depretis viene nominato presidente della Camera e diventa uno dei principali fautori di un’alleanza strategica con la Germania. Nel dicembre del 1877, con il secondo governo Depretis, viene nominato ministro degli Interni.

Dopo un positivo inizio della sua attività da ministro, Francesco Crispi viene screditato dai suoi avversari per un imbarazzante scandalo pubblicato dai giornali nel 1878: aveva sposato a Napoli Lina Barbagallo, ma era già sposato da 24 anni con Rose Montmasson. Dimostrando l’invalidità del matrimonio maltese con la Montmasson, Crispi evita il reato di bigamia, ma è comunque costretto a dimettersi.

Negli anni seguenti, continua la sua attività politica in relativo isolamento e tenta di portare avanti istanze riformiste. Nel 1882, con altri quattro esponenti della Sinistra (Cairoli, Zanardelli, Baccarini e Nicotera), fonda la pentarchia. Si tratta di un’opposizione da Sinistra, apertamente contraria ai governi di Depretis, che punta al ritorno di una Sinistra pura. L’esperienza della pentarchia termina nel 1887, quando Crispi accetta il ruolo da ministro dell’Interno nel nuovo governo Depretis.

Il primo Governo Crispi

Depretis muore il 29 luglio del 1887, ed il 7 agosto Francesco Crispi è nominato presidente del consiglio. Con il suo primo governo, attua una serie di riforme, tra cui il nuovo codice penale, con cui viene sancito il diritto allo sciopero, purché in termini legali, e abolita la pena di morte. Potenzia anche l’amministrazione e l’esercito e rende eleggibili i sindaci.

Per quanto riguarda la politica estera, aumenta le spese militari e conferma vicinanza ad Austria e Germania, già sancita con la Triplice Alleanza. Crispi chiede all’Austria un appoggio navale antifrancese nel Mediterraneo, una scelta che contribuisce a compromettere i commerci con la Francia. Cominciano una serie di difficoltà economiche per l’Italia, che si cerca di fronteggiare con nuove tasse. Le proteste dell’opposizione, nel febbraio del 1889, causano la caduta del governo.

L’attentato

Il Re Umberto I conferma Francesco Crispi nel ruolo di presidente del Consiglio. Il nuovo esecutivo ha una base parlamentare più ampia, ed è orientato più a sinistra del precedente. Crispi continua le politiche coloniali con vigore: occupa Asmara nel 1889 e stabilisce un protettorato sul Mar Rosso, che nel 1890 viene ufficialmente denominato colonia Eritrea.

Continua con le riforme, in particolare occupandosi della Sanità, dell’assistenza pubblica e della protezione dei cittadini dagli abusi amministrativi. Il 13 settembre del 1889 Francesco Crispi subisce un attentato a Napoli da parte di uno studente repubblicano pugliese.

Questo episodio lo colpisce profondamente e aumenta la sua intolleranza verso le opposizioni. Nel frattempo la crisi economica genera tensione nel Paese e il tentativo di riordinare il settore finanziario provoca la fine del governo, il 31 gennaio del 1891.

Nei successivi due anni Francesco Crispi si trova all’opposizione: si susseguono un governo del marchese di Rudinì ed il primo governo Giolitti, che crolla in seguito allo scandalo della Banca di Roma. Crispi, sebbene toccato dallo scandalo, torna al governo nel dicembre del 1893.

Deve anzitutto fronteggiare le tensioni sociali in Italia e interviene duramente: fa proclamare lo stato d’assedio in Sicilia, contro i Fasci dei lavoratori, e in Lunigiana nel 1894, ma spara anche sui rivoltosi. Aumenta inoltre il controllo dello Stato sulla Banca d’Italia, favorisce l’industria pesante e ricorre a un generale aumento delle imposte, fonte di malumori e di un rimpasto di governo.

Quarto Governo e morte di Francesco Crispi

Il quarto e ultimo governo Crispi attua una riforma finanziaria di Sidney Sonnino e risana il bilancio. Il clima politico, però, è ancora molto teso. Nel giugno del 1894 subisce un nuovo attentato, salvandosi da un colpo di pistola. Anche per questo, Francesco Crispi presenta una serie di provvedimenti per colpire gli anarchici, rompendo definitivamente con l’estrema sinistra del parlamento.

Crispi, come molti politici europei del suo tempo, crede molto nel colonialismo, che considera un modo per rendere l’Italia un “grande paese”. È proprio il fallimento dei tentativi coloniali a provocare la sua fine politica. Ad Adua, il primo marzo del 1896, le colonne italiane subiscono una pesante sconfitta da parte delle truppe del negus Menelik.

Pochi giorni dopo, Francesco Crispi è costretto ad assumersi la responsabilità di questa sconfitta, comunicando alla camera che il re accetta le sue dimissioni. Nei suoi ultimi anni, ormai anziano e politicamente isolato, vive nell’amarezza e nell’isolamento politico. Muore a Napoli, l’11 agosto del 1901.

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