01Intorno al 500 a.C., Agrigento era un’importante città greca dal nome di Akragas. Nata prima come colonia gelese, divenne in poco tempo un impero fondato sugli ipogei.

Gli ipogei sono dei cunicoli sotterranei scavati nella roccia di calcarenite, che servivano per alimentare i bisogni idrici della città. L’imponente opera, citata anche dallo storico Diodoro Siculo nel suo “Biblioteca storica”, diede ben presto materia prima non solo ai numerosi palazzi e templi che venivano costruiti in superficie, ma anche al noto giardino della Colimbetra, un’antica peschiera con giochi d’acqua, conosciuta anche in epoca imperiale romana; poi diventata un ampio giardino rigoglioso ricco di alberi da frutto e agrumi.

Questa sorta di acquedotti si trovano un po’ ovunque in Sicilia. Ad esempio a Palermo, ci sono i qanat, condotti di origine araba che venivano dedicati al passaggio dell’acqua, e che finivano in superficie in prossimità di una vasca che serviva a dare refrigerio ai palazzi nobiliari che la ospitavano; come quello della Zisa. Alcuni dei qanat sono ancora oggi visitabili.

Noti canali di origine greca, sono invece presenti a Siracusa, sull’isola di Ortigia, dove divennero presidio dei Cristiani perseguitati, e, col tempo, anche dei soldati, che li utilizzarono come rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra Mondiale. Il più noto si trova sotto piazza del Duomo, considerato il più suggestivo in quanto presenta ancora degli affreschi di origine bizantina; stesso discorso in prossimità del quartiere ebraico: l’acqua veniva infatti utilizzata per le abluzioni rituali.

La particolarità degli ipogei agrigentini sta soprattutto nel materiale di cui sono fatti, lo stesso che compone la Rupe Atenea. La calcarenite, nota anche come tufo arenario, è un materiale molto morbido e fragile e anche per questo permeabile. Al di sotto di essa, si trova un terreno in spessa argilla, che invece non fa passare l’acqua. Ciò significa quindi che essa si depositava esattamente nel mezzo, creando così un reticolo di falde acquifere, che quando venivano liberate in superficie, erano in grado di dare vita a fenomeni di acqua sorgiva.

Il punto più alto dell’antica Agrigento serviva come rocca inespugnabile, perché il materiale di cui è composta, sottoposto col tempo all’azione erosiva dei venti, le donò una particolare quanto utilissima formazione a strapiombo.
Agli antichi cunicoli di Akragas, si devono una serie di leggende definite ‘plutoniche’, proprio perché il luogo principale delle vicende era il mondo sotterraneo degli ipogei (lì dove viveva Ade o Plutone, Dio degli Inferi). Di esse ne parlano anche lo storico Santi Correnti e lo studioso di cultura siciliana Giuseppe Pitré.

La più nota è il “Tesoro di Falaride” che si ispirò alla frettolosa fuga dei Bizantini dalla Sicilia, a seguito della conquista Musulmana; gli ipogei erano dunque per loro i luoghi attraverso i quali ritornare sull’Isola, e riprenderne i tesori in essa custoditi.
Ma la più bella è sicuramente “La leggenda del cocchio”. Si dice che nascosto nell’ipogeo del Purgatorio, vi sia un cocchio d’oro attribuito al tiranno Falaride, colui che governò Akagras intorno alla metà del 400 a.C. Per poter uscire con il prezioso mezzo però, era necessario superare sette trappole a forma di forbice e in seguito svegliare la sacerdotessa a guardia del carro.

Sarà infatti lei a guidare i vincitori nel reticolo di canali verso il cocchio, e in seguito verso l’uscita. Secondo la storia, era necessario che non ci si girasse mai a guardare il mezzo, pena la cecità e un soggiorno a vita presso le segrete della città.

Autore | Enrica Bartalotta

Foto da: www.agrigentoierieoggi.it