Grattarsi, un piacere quasi inconscio che ci regaliamo decine di volte al giorno senza nemmeno accorgercene. Perché è così piacevole? Cominciamo col dire che la pelle è disseminata di terminazioni di neuroni sensoriali, i nocicettori: hanno il compito di segnalare un danno al tessuto su cui si trovano e le sensazioni di dolore al cervello. Ce ne sono un’infinità, sono minuscoli e presenti in buona parte dei tessuti del corpo, fatta eccezione del cervello. Secondo la teoria dell’intensità, una loro attivazione lieve porta alla sensazione di prurito, mentre una più intensa fa percepire del dolore. La teoria della specificità ipotizza invece che ci siano set diversi di nocicettori per il prurito e per il dolore. Altri ancora ipotizzano che i neuroni sensoriali coinvolti siano gli stessi, ma che inviino segnali diversi a seconda delle circostanze.

Il prurito porta l’attenzione verso un punto specifico del corpo e induce a raggiungerlo per mettere fine alla sensazione di fastidio. Da un punto di vista evolutivo questa reazione può essere stata un vantaggio: la sensazione di prurito induce a ispezionare l’area interessata e a grattarla, allontanando insetti, parassiti, piante e altre sostanze potenzialmente dannose per la salute. La sensazione di sollievo che si prova è tale da funzionare come una sorta di ricompensa, che rafforza il comportamento virtuoso. Perché lo facciamo dunque? Una decina di anni fa, un gruppo di ricercatori americani eseguì test su 13 volontari in salute, sottoponendoli a una risonanza magnetica per osservare quali aree del cervello si attivano quando ci si gratta. Mentre i volontari si trovavano all’interno dello scanner, i ricercatori si misero a grattare le loro gambe a intervalli regolari ogni 30 secondi. Si è così scoperto che anche senza la sensazione di prurito, grattarsi stimola le aree del cervello che gestiscono i ricordi e il piacere, mentre reprime quelle legate alle sensazioni di dolore e alle emozioni.

I ricercatori notarono inoltre che grattarsi produce una sorta di compulsione a ripetere il gesto, proprio perché è in qualche modo legato al concetto di ricompensa: quindi più lo si fa più si sta meglio. La scoperta sembra confermare l’ipotesi che grattarsi abbia costituito un vantaggio evolutivo: il riflesso che porta a farlo ha permesso di tenere alla larga insetti e altri agenti esterni pericolosi, favorendo la sopravvivenza. E questo non è valso solo per gli esseri umani, ma per una enorme schiera di animali, che rispondono al prurito grattandosi con le zampe: i cani lo fanno in risposta a stimoli di vario tipo, e li aiuta a sbarazzarsi delle zecche, per esempio.

E il prurito? Questa sensazione non coinvolge sempre direttamente il cervello ed è strettamente legata al midollo spinale, la parte del sistema nervoso centrale che si trova al di sotto del cranio e che si prolunga all’interno delle vertebre. Nel cervello non c’è infatti un’area che si occupa del prurito, la sensazione viene gestita più a valle e, in modi che non sono ancora chiari, il midollo sa quando grattarsi può essere utile e quando no.

La fase acuta in cui una parte del corpo prude molto è di solito associata alla puntura di un insetto, o a un’infezione della pelle di qualche tipo. In alcune persone il prurito diventa invece cronico a causa di problemi alla pelle, come un eczema o la psoriasi, o di malattie più gravi che non fanno funzionare a dovere il sistema nervoso, come l’Aids, alcuni linfomi e disordini alla tiroide. A queste cause si affiancano quelle psicologiche, che portano ad avvertire una continua sensazione di prurito anche se non c’è nulla che l’abbia causata. Nel lungo periodo, un disturbo di questo tipo porta la pelle a danneggiarsi a causa del continuo grattarsi e di conseguenza produce ulteriori irritazioni, che fanno peggiorare il problema.