10173399_10203390519034025_761160028_nCatechismo <ca-te-chì-smo> s.m. L’insieme dei principi fondamentali della dottrina cristiana; l’insegnamento di tali principi, specialmente ai bambini in preparazione della prima comunione; anche il libro che li contiene. (Dal dizionario Garzanti)
Se c’era una cosa che odiavo fare da bambino, questa cosa era di andare a catechismo.
Succedeva una volta o due a settimana, di pomeriggio, e si andava nei locali della parrocchia della chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova.
Il parroco si chiamava Gambino, un uomo all’apparenza rude, ma che certamente amava la sua missione. Se la memoria non m’inganna, credo che la sua vocazione fosse dovuta al suo miracoloso ritorno dalla guerra, aveva vissuto il dramma del fronte russo e aveva fatto voto di farsi prete se ne fosse uscito vivo.
Noi tutti bambini della borgata Arenella nutrivamo un sano terrore per l’arma più micidiale in possesso di Padre Gambino: ‘u pignatieddu!
Il cosiddetto “pignatieddu” era un colpo inferto sulla testa utilizzando la nocca della seconda falange del dito medio che fuoriusciva dalla mano chiusa a pugno.
E “struppiava”! Eccome!
Era questa la tipica punizione corporale che veniva inflitta al malcapitato di turno, ovvero a colui che non seguiva diligentemente la lezione di catechismo o che, comunque, non si comportava in modo disciplinato.
Per invogliarci a non saltare le lezioni, il prete ci dava una scheda sulla quale si apponeva un timbro o un bollino per certificare la presenza e poi, alla fine del corso, il più meritevole avrebbe vinto un premio, credo fosse un pallone di cuoio.
Le lezioni di catechismo servivano a prepararci per il sacramento dell’Eucarestia altrimenti noto come Prima Comunione che, per consuetudine, viene celebrato verso la fine di maggio o nella prima metà di giugno.
Per tutto il periodo della catechesi dovevamo, oltre che studiare, compiere i cosiddetti “fioretti”, ovvero delle buone azioni che dovevamo riportare, sotto forma di numeri 1 o di astine, su un foglio.
Su questo foglio dovevamo poi scrivere un desiderio personale, metterlo dentro una busta assieme ad una offerta in denaro (chiddi ‘un annu a mancari mai!) e depositarlo alla base dell’altare il giorno precedente la cerimonia.
Ricordo ancora adesso, dopo ben 42 anni, cosa scrissi su quel foglio: “Da grande voglio diventare prete”.
Ma ci pensate? Io, un prete? Credo che tutti i papi della storia, da San Pietro a papa Woytila, si staranno rivoltando nelle loro tombe per le risate!
Tra i miei ricordi più belli di quel periodo ve ne è uno legato ad un pomeriggio quando, all’uscita dalla lezione di catechismo, prendendo il coraggio a due mani, invitai una ragazzina, che frequentava le stesse lezioni e che mi piaceva tanto, a prendere un gelato insieme.
Usciti dalla parrocchia attraversammo la strada e andammo al chiosco dello Zio Ciccio, lì le offrii una brioche con gelato spendendo la ragguardevole cifra di cinquanta lire!
Non mi ricordo se poi ne parlammo, ma in cuor mio quel gelato preso insieme a lei sancii una promessa di fidanzamento…
Non ricordo se con Cettina (così si chiamava la bambina) parlammo mai di questo argomento, magari ero io che mi sentii fidanzatino e, forse, lei non lo seppe mai!
Arrivò, infine, la data fatidica: la domenica del 2 giugno 1971.
Tra le tante foto di quel giorno ce ne sono alcune scattate mentre siamo tutti sulla scalinata della chiesa, con me ci sono tanti bambini e tante bambine, di molti di loro ricordo i nomi, di altri, purtroppo, non ricordo più niente…
Indossavamo tutti una bianca e lunga tonaca, era come un’uniforme senza fronzoli.
Ai giorni nostri vedo bambine in vesti sfarzose, sembrano tante piccole spose e i loro genitori fanno a gara nell’offrire, dopo la cerimonia, un trattenimento degno di tale nome, anzi, direi proprio un trattenimento da matrimonio!
A quel tempo non tutti potevano permettersi il lusso di offrire un pranzo al ristorante, magari un po’ di pizza e sfincione dopo avere fatto le foto di rito in qualche nota villa palermitana: Villa Giulia, Giardino Inglese, Palazzina Cinese, ecc.
A dire il vero anche adesso molte famiglie non potrebbero permettersi di offrire un pranzo per cento o più invitati, ma siccome siamo a Palermo dove ognuno dice: “Ma che può pensare la gente? Ma che fa, a mia figlia (chi ppari ‘na sposa!) non ci devo fare un bel trattenimento?”
E quindi eccoli lì, che vanno a chiedere migliaia di euro in prestito per potere invitare quel centinaio di parenti e amici, altrimenti pronti a trasformarsi in altrettanti “sparrittieri” che andrebbero in giro per quartieri e città “sbriugnannu” i genitori della piccola sposa di Gesù!
Ma, si sa, l’importante è dimostrare la propria fede al Signore…
Ah! Prima che ce lo scordiamo, avete pagato la chiesa? Altrimenti il prete non ne canta messa!
 
Toni Gagliano – 2013