Il primo “social network” siciliano. Nel rispetto della nostra letteratura umoristica che pone il siciliano al centro di tutte le più eclatanti scoperte ed innovazioni sociali, abbiamo voluto proporre la tesi provocatoria di un nostro lettore che sostiene che “u social network nascìu in Sicilia” (Il social network è nato in Sicilia). Secondo questa tesi, il primo social network  si sarebbe sviluppato nel “cassaro”. Ogni paese siciliano dal più piccolo al più grande, ha un suo corso principale “u cassaro” che specialmente la domenica viene animato da un gran numero di "utenti nativi" che vi accedono “scrollandolo” avanti ed indietro al fine di gestire le proprie interazioni social ed acquisire nuovi "contatti" e nuovi "like". Il "passìo" (passeggio), arcaico modello di "navigazione", era praticato dall’intera "community" paesana al fine di generare una "condivisione social". Un percorso che al pari di una moderna "bacheca digitale", veniva utilizzato dai paesani per mostrare alla community "news" personali quali: un nuovo “zitamento” (fidanzamento); la prima uscita di un “picciriddu” (bambino); l’arrivo in paese di un parente forestiero; l’ostentazione di un lutto familiare.  Le passeggiate offrivano inoltre l’opportunità alle signorine “schiette” (nubili) di far vedere in pubblico il loro miglior “profilo” al fine di catturare le “taliate” dei giovanotti, antesignane dei moderni "like". A questa interazione social partecipavano anche le signore maritate e gli uomini di rispetto che totalizzavano "like" in funzione del numero degli “ossequi” e del “baciamo le mani” ricevuti. Il “passìo” (passeggio) nel cassaro altro non era che un "network" dell’ostentazione dei “profili” personali, che a tal fine venivano impupati per dare sfoggio di opulenza, potere, superiorità, amicizie altolocate, onore e ricchezza. Tutta questa interazione avveniva con il preciso scopo di suscitare l’ammirazione e l’invidia dei compaesani che "commentavano" pubblicamente, utilizzando "faccine" di convenienza. A questo partecipavano anche i "gruppi" dei circoli ricreativi e politici dislocati lungo il corso, sedi in cui poter "chattare" in privato con i propri "amici". La "viralità" dei contenuti era garantita dalle “curtigghiare” (pettegole) propagatrici di "news" che non sempre corrispondevano alla realtà ("fake"), e che si nascondevano “o scuru”( al buio) nel "dark social" dietro la tenda di merletto o la persiana, antesignani strumenti posti a "tutela della privacy". Il risultato di quel “taliare” (osservare), “tistiare” (annuire), “sparrare”(criticare), produceva delle propagazioni "virali" che nulla avevano da invidiare ai più moderni "shitstorm". A fare le spese di tutto questo erano gli incauti che passeggiavano nel "social cassaro" ignari dell’infedeltà del proprio marito o della propria moglie o della sconveniente “nciuria” ("nickname").  Insomma alla luce di tante similitudini sociologiche tra il social cassaro siciliano ed i social network globali, concludiamo citando l’ardita affermazione del nostro lettore che sostiene che: “All’amiricani u social ciù nsignammu nuatri!” (Agli americani il social lo abbiamo insegnato noi!).