10157013_10203438014541383_2036010747_nEvento annuale che richiamava folle oceaniche di palermitani amanti dell’automobilismo era la Cronoscalata di Montepellegrino.
Gli abitanti dell’Arenella sentivano, già qualche giorno prima, il rombo dei motori delle auto che provavano assetti e carburazioni (a volte all’olio di ricino!) sui tornanti del nostro monte per antonomasia.
Affacciandomi dal balcone di casa mia, prima che costruissero altri palazzi più alti, vedevo chiaramente le sagome delle auto che salivano a velocità sostenuta e dal rombo del motore, assieme a papà e a mio fratello, cercavo di capire quale auto fosse.
In quei giorni di prove non ufficiali (le prove ufficiali erano al sabato), in mezzo ai veri piloti si mischiavano dei dilettanti che cercavano di emulare i campioni dell’epoca, un nome fra tutti: Ninni Vaccarella, altrimenti detto il Preside Volante.
Questi autisti della domenica erano delle mine vaganti, si credevano di essere piloti professionisti e non era raro vedere qualcuno di loro che andava a scassare l’auto contro qualche muretto.
Il percorso della cronoscalata andava dall’inizio della Scala Vecchia (Via Pietro Bonanno) fino ad un centinaio di metri prima del piazzale antistante il Santuario di Santa Rosalia.
Gli Arenellesi salivano direttamente dalla borgata utilizzando lo stesso sentiero che in parte portava alla “Batteria”* e che, ad una diramazione, deviava poco sopra il ciglio della cava di pietra e arrivava alla “Casina”. Si giungeva, quindi, a quella che noi chiamavamo “’a prima strata ri Muntipiddirinu”, giusto a duecento metri dal primo vero tornante del tracciato di gara. 
Salendo ancora altri trecento-quattrocento metri si arrivava alla “Spaccazza”, un punto dove pericolosamente si assiepava il pubblico locale, chi voleva poteva proseguire prendendo come scorciatoia tratti della vecchia strada di basole che porta al santuario.
In uno di quei giorni di prove libere, sarà stato nell’ottobre del ’75, io, assieme ai miei amici Mimmo B. e Ninni B., salii a vedere le auto che sfrecciavano pericolosamente, tenuto conto che in quei giorni la strada era regolarmente aperta a tutti i veicoli, che salivano o che scendevano.
Camminavamo lungo la strada per andarci a piazzare al tornante quando, ad un certo punto, sentimmo il clacson di un auto che strombazzava.
Girandoci verso la fonte del fastidioso rumore notammo che il conduttore dell’auto cercava di attirare la nostra attenzione.
Era un tizio del quartiere, Franco G.,  che io e Mimmo conoscevamo bene in quanto, oltre ad abitare nel nostro stesso palazzo, era pure il figlio del fornaio sotto casa.
“Ciao picciotti! Lo volete un passaggio?” ci chiese.
La sua auto era un Alfa Romeo GTA, ovvero una di quelle auto che, debitamente preparate, partecipavano con successo alle corse automobilistiche, sia in pista che nei circuiti stradali.
Non avemmo remore nell’accettare quel passaggio anche perché eravamo un po’ stanchi della salita a piedi effettuata sino a quel momento.
Non l’avessimo mai fatto!
Rimpiangemmo amaramente l’avere accettato quell’invito…
Infatti, Franco, per dimostrarci che lui sapeva guidare quell’auto, cominciò a correre come un pazzo, affrontando quei tornanti in maniera tale che le nostre budella si spostassero da una parte all’altra!
“Come sto andando?” ci chiedeva lui di tanto in tanto e noi, guardandoci smarriti l’un con l’altro, eravamo indecisi su cosa rispondere, avevamo timore di come lui potesse prendere un nostro complimento (e quindi correndo più forte!), o peggio ancora un nostro cattivo commento (che, magari l’avrebbe fare incazzare!).
Arrivammo allo spiazzo dell’Eremita e, provvidenzialmente, proprio lì Franco si decise a fermarsi e noi scendemmo in preda ai conati di vomito.
Ci vollero un bel po’ di minuti affinché i nostri visi riprendessero un normale colorito!
Dopo un buon quarto d’ora Franco si rese conto che si era fatto tardi e doveva tornare al lavoro e ci chiese se volevamo approfittare di un passaggio fino all’Arenella.
Immaginate cosa abbiamo risposto…
“No, Franco, grazie, veramente grazie, sei gentilissimo, ma preferiamo rimanere ancora un po’…restiamo a guardare quelli che provano il circuito… Comunque, grazie, veramente…”
E nei nostri pensieri “Ancuora mancu ti nni vai???”
Così ci salutò, mise in moto la sua GTA e sgommando cominciò a scendere a valle.
Appena girò il tornante, l’amico Ninni (che non era dell’Arenella e non conosceva Franco prima di allora) si rivolse verso di me e Mimmo e sbottò: “Ma chi minchia siiti, fuoddi? La prossima volta stà minchia che mi faccio dare un passaggio! Chistu è un pazzu scatinatu!”
Io e Mimmo ridevamo un po’ perché eravamo divertiti, un po’ per scaricare la tensione precedentemente accumulata e ci giustificammo dicendo che non conoscevamo Franco sotto questo aspetto pseudo-corsaiolo, per noi era un vicino di casa come tanti altri.
Comunque giurammo e spergiurammo che mai, mai più nella nostra vita saremmo saliti in un auto con quel matto di Franco!
Quella corsa in salita rappresentava pure una passerella importante per tutte le auto dell’epoca che venivano divise per gruppi e cilindrate.
I primi gruppi erano auto di serie che non potevamo avere modifiche al motore, cambiavano soltanto assetto e pneumatici da gara. Poi c’erano le auto cosiddette “preparate” alle quali si erano apportate modifiche nella motoristica e poi c’era il Gruppo 5 che era formato da veri mostri della strada, ovvero auto di serie modificate nei motori, ma soprattutto nelle carrozzerie!
Infine, il Gruppo 6 che raggruppava tutti i prototipi destinati alla vittoria finale: Osella, Lola, Porsche, ecc.
Alla nostra cronoscalata partecipavano dei veri grandi campioni, alcuni venivano dal resto d’Italia, altri, addirittura, dall’estero, ma erano i piloti isolani, anzi, palermitani che facevano la parte del leone, dato che correvano in casa.
Fra questi piloti palermitani ve n’era uno che sicuramente possiamo annoverare fra i più forti dell’epoca (ha vinto diverse volte il campionato italiano della sua categoria) e che era nato e cresciuto fra l’Acquasanta e l’Arenella: era il fratello di mio padre, mio zio Totò Gagliano.
Lo zio Totò non era uno normale.
Correva con qualsiasi oggetto che avesse le ruote (due o quattro) ed un motore che li spingesse a forte velocità!
Bisogna tenere conto, giusto per dare un’idea della sua attività agonistica, che dalle statistiche esistenti mio zio partecipò a più di mille (!) gare fra auto (pista, slalom, stradali, ecc.), kart e moto, vincendo centinaia di volte nella classe di appartenenza.
Nel suo palmares poteva vantare diverse edizioni della classica Targa Florio dove correva in coppia con altri grandi piloti e, addirittura, qualche volta in coppia con la figlia Giusy, rara figura di donna pilota di automobili da corsa.
Lo zio era un vero amante delle corse, la sua passione forse rasentava il fanatismo, era capace di parlare per un intero giorno di tutto ciò che riguardava il mondo dell’auto da corsa, tralasciando spesso persino il suo lavoro da imprenditore edile.
Quando sulle strade di Montepellegrino saliva Totò Gagliano con la sua auto (che poteva essere un’Alfa Romeo GTA, o una Ford Escort Gr.5 o una Honda Civic), improvvisamente vedevi animare il pubblico sparso lungo il percorso e assiepato sui tornanti, sembrava la folla allo stadio Maracanà: “U Zù Totò! U Zù Totò sta acchianannu!!”
Ed ecco che un boato di urla e applausi accompagnava il suo passaggio! Era uno spettacolo nello spettacolo!
E partivano subito i commenti: “Buonu mi parsi!” “See! Bbuonu acchianò!” e così via.
D’altra parte lo zio giocava in casa, la moltitudine di persone lungo la strada perlopiù veniva dai quartieri alle falde del monte, dove lui era ben conosciuto per la sua attività imprenditoriale oltre che sportiva: Acquasanta, Arenella, Vergine Maria e tutta la zona attorno alla Fiera del Mediterraneo.
Ha corso fino alla ragguardevole età di settantacinque anni e ricordo bene, dava ancora filo da torcere a piloti molto, ma molto più giovani di lui e ogni tanto, quando riusciva a vincere, diceva: “ A stì picciuttieddi cci’abballu ancuora ‘ntò chicchiriddu!”*
Grande zio Totò, rimane un’icona dello sport automobilistico siciliano.
Ma quelle rampe che portano al santuario non erano utilizzate soltanto per le gare automobilistiche…
Sul Montepellegrino si saliva e si sale tutt’ora per altre cose: il pellegrinaggio a Santa Rosalia, l’occasionale pic-nic per prendere un po’ di frescura, il godimento di un panorama come pochi al mondo e, dulcis in fundo, trovare un angolino riservato per stare con la propria ragazza (vi dice niente il famoso “tunnel dell’amore”?).
Conservo dei ricordi (e delle foto) bellissimi di quando mamma e papà ci portavano a mangiare sui tavoli e sulle panche in pietra che si trovavano vicini ai tornanti, per godere di un po’ di fresco nelle afose giornate estive e per giocare spensierati…
Come pure ricordo quando con i miei compagni marinavo la scuola (si diceva “fare l’Ora” e andavamo su fino al piazzale dove, puntualmente, ci fermavamo a mangiare un sano e robusto panino con panelle e crocché…
Bei tempi!