«Caro professore, come vedi, la Sicilia è terra di miti e di divinità, ma anche di re, regine, principesse e fate».
«A proposito di fate e di leggende! Ho letto, fra gli antichi racconti medievali dell’epopea di gloria dei cavalieri della Tavola Rotonda, che alcuni di loro hanno avuto a che fare con l’Etna. Tu che sei siciliano ne hai sentito parlare?».
«Sì. Dalle nostre parti, già al tempo dei Normanni, si raccontava ad esempio che re Artù morente, dopo l’ultimo duello contro quel grandissimo fetente e traditore di Mordred, fu raccolto dalla sorella Morgana da sotto il corpo senza vita del suo nemico e trasportato a bordo di un bellissimo vascello d’argento. La nave, subito dopo, dispiegò le vele di seta bianca al vento e silenziosa scivolò sul mare, senza lasciare neanche la benché minima scia, fino a sparire all’orizzonte. Morgana, sulla sua nave fatata, e fata lei stessa, fece un lungo viaggio. Dai freddi mari del nord arrivò fino alle maestose Colonne d’Ercole ed entrò nel nostro caldo mare Mediterraneo. Attinse nuova vita dalle albe solari e navigò finché avvistò una terra dalla quale si levava il profumo di zagara dei giardini fioriti e che, a oriente, era sovrastata da un monte sulla cui cima si sposavano bianche nevi e alte lingue di fuoco: era l’Etna, e Morgana allora fermò il vascello ai suoi piedi. Come vedi il mito bretone qui in Sicilia si è trasformato in fiaba».
«Già. Del resto molti Normanni, gente del nord, cercarono la loro nuova patria nel sud dell’Italia. In queste terre in mezzo al Mediterraneo così diverse da quelle in cui erano nati i loro avi di stirpe scandinava».
«La vetta di questo vulcano diventò quindi l’ultima dimora di Artù. Tu avresti potuto immaginare un luogo più regale del tetto del mondo per il più grande personaggio dell’epopea cavalleresca?»
«No, …è vero! Mi vengono in mente le parole del principe di Salina nel “Gattopardo”. Uno degli ufficiali inglesi che era presente allo sbarco dei Mille di Garibaldi aveva chiesto al principe “che cosa veramente venissero a fare qui in Sicilia quei volontari italiani.” Lui gli rispose: “They are coming to teach us good manners. But they won’t succeed, because we are gods. Vengono per insegnarci le buone creanze, ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi.” »
«La Sicilia è stata da sempre la terra delle divinità in occidente.»
«E poi Artù come morì?»
«Non morì affatto. Dio mandò al re ferito l’arcangelo Michele per aiutarlo a ricostruire il simbolo della forza, del coraggio e di tutte le virtù: Excalibur, l’invincibile spada di Artù. L’arcangelo lo portò, in volo sul suo cavallo bianco, fin sull’orlo del cratere centrale di modo che l’eroe potesse forgiare e riunire i due tronchi in cui si era spezzata la magica spada dopo avere ucciso Mordred. Dopo si nascose in una grotta e attese che venisse la morte a prenderlo; ma l’alba lo trovò ancora vivo e allora dall’alto del monte il re vide stendersi ai suoi piedi tutta la Sicilia che era come un giardino sospeso nel mare color turchese. Artù pregò Dio che lo lasciasse per sempre in quel luogo: e Dio lo esaudì.»
«Allora re Artù è ancora da queste parti?»
«Sì, galoppa per le cime dei crateri deserti in groppa al suo cavallo bianco e ha sulle spalle il mantello rosso. Excalibur, di tanto in tanto, lancia bagliori rossi; ma quando l’Etna fa tremare la terra, eruttando le sue lave incandescenti e facendo stringere il cuore agli abitanti della Sicilia, allora Artù pianta la sua spada nel terreno come una croce e le colate laviche d’incanto si arrestano. Qualche volta però accade che il re ritorna in Gran Bretagna per portare ai bambini della sua terra le arance dell’Etna, e il vulcano ne approfitta per colpire uomini e case».
«Molto poetico; ma che ne è stato di Morgana?».
«Poetico dici? Professore, cosa sai del fenomeno ottico che viene chiamato “Fata Morgana”?».
«Niente. È la prima volta che ne sento parlare».
«Gli scettici dicono che “Fata Morgana” sia un miraggio; un fenomeno ottico che si può ammirare spesso, durante particolari condizioni atmosferiche, nello stretto di Messina. Guardando dalla costa calabrese verso la costa siciliana si vede come sospesa nell’aria l’immagine di Messina…»
«Tu invece come la pensi?»
«La verità è che la bellissima fata Morgana, dopo avere portato con il suo veliero d’argento il suo amato fratello morente qui sull’Etna, non si è più allontanata da questa zona; si è costruita un palazzo incantato nelle profondità marine, fra l’Etna e lo stretto di Messina e vi si è stabilita da mille anni e passa. Qualche volta, ancora oggi, la fata Morgana si manifesta alla gente divertendosi a ingannarla con le sue magie da fata. Esce dal mare sopra un grande cocchio luccicante tirato da sette cavalli bianchi. Traccia certi segni nel cielo e poi lancia tre sassi nell’acqua. Improvvisamente nell’aria appare un chiarore abbagliante, il mare fra Reggio e Messina si gonfia e poi diventa liscio come l’olio e trasparente come il cristallo. L’orizzonte si fa vicino e in mezzo allo stretto spuntano, come sospese, immagini irreali di città con campanili e castelli e illuminate dai colori dell’iride».
«Sembra tutto vero…»
«È vero sì. Siamo sull’Etna. Questo è un posto sicuramente incantato. Qui tutto è possibile».
«Ma i Normanni cosa hanno avuto a che fare con la fata Morgana?»
«Si racconta che Ruggero il normanno, un giorno dell’anno 1060, passeggiando solitario su una spiaggia della Calabria e guardando la costa peloritana, meditasse sul modo migliore per poter conquistare la Sicilia, allora occupata dagli Arabi che ne avevano fatto una terra musulmana ricca e prosperosa. Era successo che qualche tempo prima, alcuni coraggiosi cavalieri messinesi, sfidando la reazione degli Arabi, erano riusciti a raggiunge Ruggero a Mileto di Calabria e gli avevano esposto il desiderio della gente siciliana di averlo come liberatore e signore. Ultimamente i capi arabi, i caid, erano entrati in conflitto tra loro e a fare le spese di quelle faide furono un po’ tutti i siciliani sia ricchi che poveri. Ruggero, in Sicilia, vi era stato un’altra volta, dal 1038 al 1040, al seguito di Giorgio Maniace, un valoroso generale bizantino che l’imperatore di Costantinopoli, aveva mandato nell’isola con il compito di cacciare gli Arabi. Allora quel tentativo non riuscì, forse anche per colpa degli stessi mercenari Normanni. Ora Ruggero, pregato dai messinesi e spalleggiato dallo stesso caid di Catania, stava pensando seriamente di ritentare la conquista dell’isola, cacciando i musulmani che ne avevano fatto la loro terra da quasi duecento anni e di riportarla al cristianesimo. L’impresa che Ruggero meditava si presentava difficile e rischiosa anche perché egli poteva contare solo su uno sparuto nucleo di cavalieri e di pochi fanti. Quel giorno era intento a meditare su queste cose e a respirare l’intenso odore di zagara che proveniva dagli aranceti in fiore, quando gli sembrò di udire, proveniente dalla costa siciliana, una marziale musica di guerra, intramezzata da lamenti e sospiri di schiavi, e urla musulmane. Ruggero si fermò incuriosito e chiese a un vecchio eremita che abitava in quei pressi di chiarirgli quel fatto così misterioso e insolito. L’eremita allungò il braccio e con un dito gli indicò la costa siciliana. “Lì gli aranci sono in fiore”, gli disse, “lì c’è musica, ma anche pianti… lì ballano i saraceni e piangono i cristiani in schiavitù! Dicono che sei potente e cristiano… perché non combatti e muori per la tua fede?” Ruggero guardò verso la costa della Sicilia e rimase in silenzio. D’un tratto, davanti a lui, il mare prese a ribollire. Un cerchio di schiuma apparve alla superficie e da essa sporse la testa della bellissima fata Morgana che ha, proprio in mezzo allo Stretto, il suo più bello e antico palazzo, meta di tutte le fate del Mediterraneo. Essa emerse a poco a poco e Ruggero la vide salire su un cocchio bianco e azzurro tirato da sette cavalli bianchi con la criniera azzurra, pronti a correre sopra le acque. La fata stava per andare verso sud, quando sulla costa vicina vide il pensoso Ruggero passeggiare a passi lenti. “Che pensi, o Ruggero?” gli gridò Morgana andandogli incontro. “Salta sul mio cocchio e ti porterò subito in Sicilia, assieme ad un possente esercito”. Ruggero sorrise riconoscendo la sorella di re Artù, ma poi, con gentile fermezza, rispose: “Io ti ringrazio, o Morgana, ma non posso accettare il tuo aiuto. Io andrò in guerra sul mio cavallo e trasporterò l’esercito con le mie navi e vincerò per valore e non grazie ai tuoi incantesimi.” Allora Morgana agitò tre volte in aria la sua verga magica e in acqua lanciò tre sassi bianchi. “Guarda, o Ruggero, la mia potenza!” E in quel punto apparvero sull’acqua case e palazzi, strade e ville, e meravigliosamente tutta la costa siciliana apparve così vicina da poter essere raggiunta solo con un piccolo salto. “Eccoti la Sicilia! Salta su di essa, raggiungi Messina ed io farò in modo che in essa troverai il più forte e il più numeroso esercito che tu abbia mai avuto in battaglia.” Ruggero, rimase meravigliato dall’incantesimo, ma sorridendo rifiutò ancora l’offerta. “O Morgana! Tu sei una grande fata, degna della stirpe da cui discendi. Ma non sarà con l’incantesimo che io libererò la Sicilia dai saraceni.” Morgana agitò nuovamente in aria la sua bacchetta magica e i castelli, le strade e le ville sparirono di colpo. “Via, cavalli!” gridò ridendo, e il suo cocchio si mosse veloce trainato dai suoi bellissimi cavalli scomparendo verso il sud dell’isola, verso le spiagge dell’Etna dove l’attendeva Artù. Ruggero sbarcò in Sicilia nella primavera del 1061 e riuscì a liberare la Sicilia dalla dominazione musulmana. I suoi discendenti ne fecero un regno e una delle terre più ricche e più progredite di quel tempo. Finché la “Fata Morgana” farà le sue apparizioni, lo Stretto di Messina avrà il suo fascino e finché re Artù abiterà sull’Etna la montagna non farà paura.»

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