La tradizione siciliana vuole che col il legno del caccamo (Bagolaro – Spaccapietra – Celtis Celtis) si costruissero una miriade di oggetti. In particolare venivano realizzati gli utensili soggetti ad usura: bastoni, manici dei picconi, tridenti, ingranaggi dei mulini ad acqua, e tutto quello che poteva servire nella dura (ma sincera) vita di un tempo.

L’albero dal quale trarre il legno del caccamo viene chiamato in italiano bagolaro (Celtis australis L.). Lo si riconosce facilmente per la sua mole maestosa. Nasce spontaneo. Altro dono che la generosa terra ci ha gentilmente offerto.

Come abbiamo già accennato il suo legno è particolarmente duro.
Si presenta di colore chiaro ed è di facile lavorazione. Motivo per il quale è ancora ricercato per la realizzazione di mobili ed attrezzi da lavoro. Anche se la società moderna gli ha destinato il compito di alberare le strade ed i parchi cittadini, visto che resiste molto bene all’inquinamento urbano e  visto che non richiede una forte assistenza.

In ogni caso, contrariamente a quanto si possa pensare, il soprannome “spaccasassi” gli è stato affibbiato per via delle radici forti del bagolaro. Tanto forti da permettere all’albero di crescere in terreni sassosi e carsici.

Potevamo quindi non averne una specie tutta nostra?
Ed è proprio sulle pendici dell’Etna che cresce il Bagolaro dell’Etna (Celtis aetnensis), albero che regala delle bacche che in autunno si colorano di arancione/giallo e che emanano un profumo incantevole.

In dialetto locale lo si chiama “minicucco”.
Cresce tra i 500 e 900 metri, ma lo fa lentamente. Diciamo che non raggiunge quasi mai altezze considerevoli come quelle del “volgare gemello” che si può trovare un po’ in tutta Italia.

PS: chi da bambino non ha mai usato i suoi piccoli e tondi frutti per lanciarli con la fionda o con la cerbottana?