Oggi è uno dei cuochi più famosi, ma nel 1986 la vita di Filippo La Mantia era molto diversa. Quando aveva 25 anni, infatti, è finito in carcere pur essendo innocente: «Mi sono trovato rinchiuso all’Ucciardone con un’accusa infamante sul groppone», racconta a Corriere.it. Avevano ucciso il vicequestore aggiunto Ninni Cassarà e La Mantia viene coinvolto nell’indagine. «Gli inquirenti sospettavano che i proiettili fossero partiti da un appartamento di cui io risultavo essere l’ultimo affittuario registrato — spiega — ma io quella casa l’avevo lasciata mesi prima dell’omicidio e mi ero trasferito a vivere a Mondello. Palermo era davvero una città sotto assedio e divisa: tutti colpevoli o tutti innocenti. Sin quando non è arrivato il provvedimento di Falcone mi sono fatto forza solo grazie al sogno degli odori e sapori familiari».

Si è ritrovato così a dividere una cella di 18 metri quadri con altre undici persone, un vero e proprio incubo. In cui, però, ha trovato la forza di reagire: «Ho iniziato a cucinare per me e altri 11 detenuti per sognare di essere a casa e non in una cella del carcere Ucciardone di Palermo: preparando i sughi sentivo gli stessi odori e sapori che avevo respirato e gustato sin da bimbo». «Sognavo che, prima o poi, avrebbero riconosciuto la mia innocenza — dice  — e il 24 dicembre, dopo sei mesi, mi consegnano l’ordine di scarcerazione firmato da Giovanni Falcone: ho visto materializzare il sogno».

Il resto è la storia professionale dello chef palermitano, che oggi è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo: «Non ho fatto scuole di cucina, non ho avuto grandi maestri, non ho stelle e non ci tengo ad averne — conclude Filippo La Mantia — ma sognavo di diventare oste e cuoco e ci sono riuscito».

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