01Mozia (chiamata anche Mothia, Motya) era un insediamento fenicio, sito sull'isola di San Pantaleo, nello Stagnone di Marsala, ed è dal 2006, insieme a Lilibeo, ‘Patrimonio dell’Umanità’. Fu probabilmente interessata dalle esplorazioni dei mercanti-navigatori, che si spinsero nel Mar Mediterraneo occidentale, a partire dalla fine del XII secolo a.C.

Chiare sono le fortificazioni che sono state rinvenute già dai primi anni del Novecento, risalenti all’epoca greca, mentre della fase protostorica che ha caratterizzato l’isola si sa poco e niente.
Si suppone che i Fenici si stanziassero qui quando gli Ellenici giunsero a colonizzare la Sicilia. Essa rimase dunque, assieme a Palermo e all’attuale Marsala, uno dei presidi principali dell’antica civiltà; il suo nome antico, Mtw, Mtw o Hmtw, fu ritrovato sulle facce delle monete rinvenute.
Si dice che Dioniso di Siracusa la distrusse interamente, e che suscitò l’interesse dei Cartaginesi che l’abbandonarono però in favore di Lilibeo.

Dopo la battaglia delle Isole Egadi, avvenuta nel 241 a.C., la Sicilia passò quasi sotto il dominio romano. Non si hanno molte testimonianze di quella dominazione su Mozia, a eccezione di qualche singola villa. Nell'XI secolo, l’isola iniziò a diventare merce di scambio: l'isola fu infatti donata dai Normanni all'abbazia di Santa Maria della Grotta di Marsala, che la rinominarono San Pantaleo in onore del fondatore dell’ordine dei monaci basiliani di Palermo, che ne presero la residenza. Nella seconda metà del XVI secolo, insieme ai monasteri di Palermo e Marsala, San Bartolomeo passò ai Gesuiti, e alla fine del Settecento fu data in dono come feudo al Notaio Rosario Alagna di Mozia. Sotto il suo patrocinio iniziarono i primi scavi archeologici, ma bisognò aspettare il 1906 e l’arrivo di Joseph Whitaker per vedere realizzati i primi studi di una certa efficacia, imponenza e interesse archeologico. Alla fine del feudalesimo, nel 1806, San Bartolomeo passò in mano a piccoli proprietari che la coltivarono a vigneto, come accade ancora oggi.

Fino al ’29, si misero così alla luce il santuario fenicio-punico del Cappiddazzu, parte della necropoli, la cosiddetta Casa dei Mosaici, l'area del tofet, le zone di Porta Nord e di Porta Sud, e della Casermetta. Nel settore meridionale dell'isola è situata quella che probabilmente doveva essere l’acropoli; all’area occidentale appartiene il cothon, porto interno della città. Verso nord un'altra modesta elevazione costituisce il santuario di Cappiddazzu, a cui arriva una strada proveniente dalla Porta Nord. I dati archeologici sembrano riferire alla seconda metà del VI secolo a.C., una prima fase di sistemazione urbana, nella quale furono realizzate imponenti opere pubbliche legate alla realizzazione delle fortificazioni, e alla sistemazione delle zone portuali e del cothon. La parte centrale dell'isola è percorsa da un sistema stradale con lunghe arterie che portavano verso i diversi abitati, probabilmente intervallati da giardini o orti. Nella periferia settentrionale dell’isola, si trova la parte centrale della necropoli e il tofet, mentre lungo la costa settentrionale e orientale si estende un quartiere di officine. Sulla costa meridionale si trova la ricca “Casa dei Mosaici”.

La cinta muraria, lunga circa 2,5 km si solleva appena dalla spiaggia e racchiude la città in un abbraccio di calcare, ancora visibile soprattutto sui lati di sud-est, est e nord. Le mura pare abbiano attraversato diverse opere di costruzione e restauro; la costituiscono infatti parti con muratura in scheggioni di roccia o blocchi squadrati di dimensioni varie. Alcuni restauri sono stati fatti risalire al 397 a.C., cioè dopo la conquista di Siracusa, che fece cadere definitivamente la Sicilia in mano ai Greci.

L’ingresso alla città (definito Porta Nord) era probabilmente articolato attraverso tre porte successive. Quella più evidente, l’esterna, sembra accogliesse i cittadini tramite un fregio caratterizzato da due felini che azzannano un toro. Nelle zone tra la porta e la costa, è evidente una strada realizzata in blocchi calcarei, che conserva ancora i segni del passaggio dei carri. Ai lati della strada sorgono due piccoli complessi: quello occidentale consiste in un edificio centrale a pianta rettangolare, di cui sono visibili soltanto le fondamenta, l’edificio maggiore invece, con prostilo in antis, viene fatto risalire al IV secolo a.C. Di esso sono rimasti il frammento di un capitello dorico rivestito di stucco, e un frammento di una scena di battaglia.
Nello spiazzo antistante il museo voluto da Whitaker, sono oggi conservati anche i resti di quello che fu un edificio quadrato risalente al V secolo a.C., ritrovato sempre nella zona della Porta Nord.
Sono stati inoltre rinvenuti numerosi frammenti di ciotole e piccoli piatti, probabilmente legati al santuario ivi presente; il santuario, anche per le sue forme architettoniche, viene fatto corrispondere ad un culto di tipo greco-punico.

Dalla Porta Nord, si diparte una strada che collegava l’isola con il promontorio di Birgi. Ancora oggi sono evidenti, a tratti, i resti dell’asse viario che risale al VI secolo a.C. e che portava alla nuova necropoli.
A poca distanza dall’area della Porta Nord, sorge il santuario di Cappiddazzu; frammenti architettonici e resti di animali (probabilmente utilizzati per i sacrifici), sono stati rinvenuti negli scavi e testimoniano diverse fasi di costruzione che abbracciano il periodo che va dal VII al IV secolo a.C.
Accanto alla necropoli e a nord del santuario, sono inoltre stati rinvenuti dei resti che testimoniavano la presenza di un centro produttivo di vasellame, datato VI secolo a.C. Oltre ai depositi di argilla e ai frammenti delle ceramiche, è stato possibile individuare il pithos e il forno più grande. In quest’area è stato rinvenuto un capitello protoeolico e la statua in marmo del “Giovane di Mozia”.

Una seconda area industriale è stata rinvenuta nei pressi della necropoli arcaica, quella cioè che si trovava nella parte nord dell’isola, e pare fu messa in funzione fin dagli inizi del VII secolo a.C. Ritrovamenti di molluschi marini sembrerebbero confermare il fatto che in quest’area ci si dedicasse al lavoro di tintura e concia delle pelli.
Ricche sono le testimonianze rinvenute qui, prima che il luogo sacro venisse spostato sulla terraferma; oltre alla sepolture, prevalentemente a incinerazione, sono stati rinvenuti pugnali e spade, oppure ornamenti in oro, vasellame e statuette, tutte comunque risalenti al periodo fenicio-punico. Il sito fu interessato dal passaggio, nel IV secolo, della cinta muraria, che portò il trasferimento della necropoli sul promontorio di Birgi.

Sulla costa settentrionale si trova anche il tofet, santuario fenicio-punico che rimase probabilmente in funzione fino al III secolo a.C.
L’abitato era invece disposto al centro della città e attraversato da un reticolo di strade, di cui sono state portate alla luce alcune tracce che ne testimoniano esistenza e utilizzo. L’abitato prosegue lungo la costa sud-orientale, dove è stato possibile individuare il complesso edilizio della "Casa dei mosaici". L’ingresso a peristilio, era caratterizzato da un pavimento decorato a mosaico a ciottolato bianco, nero e grigio con pannelli di animali, di cui sono ancora visibili i resti nell’angolo a nord-est. Negli ambienti di servizio vennero rinvenute le giare d’immagazzinamento (pithoi), cinque capitelli dorici e uno corinzio.
Durante gli scavi ordinati da Whitaker, venne rinvenuta anche la Casermetta, un edificio costituito da diversi ambienti e costruito a ridosso della grande torre delle mura, ma antecedente a esso come costruzione. È costituita da diversi ambienti e muri eretti con la tecnica ‘a telaio’, tipica delle costruzioni puniche; non si conosce esattamente la sua funzione.

A Sud si trova il Kothon, una sorta di piscina sacra annessa al templio, alimentata ad acqua dolce tramite una complessa struttura di marmi che venivano a contatto con la falda freatica.
In corrispondenza del Kothon venne poi costruito un bacino di carenaggio in calcarenite, risalente al IV secolo a.C.; questa zona del canale si pensa venisse utilizzata per la riparazione delle navi.

Autore | Enrica Bartalotta