01300 milioni di metri cubi di cemento sono andati a ricoprire quello che una volta era il luogo leggendario delle ninfe. Da Palermo ad Altofonte, dove una volta sorgevano gli agrumeti, oggi rifiuti ingombranti e degrado.

Lungo circa 20 chilometri, il fiume che pare debba il suo toponimo al greco ‘oros’, montagna, presenta una portata discreta e attraversa e avvolge parte del capoluogo siciliano, per poi giungere all’altezza di Monreale, all’interno della cosiddetta Conca d’Oro, e infine sfociare nel mar Tirreno, in località Sant’Erasmo.

In un viaggio che dalla foce va verso la sorgente però, le tracce di quell’antico fiume sono molto ridotte. Le acque infatti sono più torbide che cristalline: l’Oreto è conosciuto dagli abitanti di Palermo molto più come un canale di scolo maleodorante che non come un corso d’acqua storico e leggendario.

E il puzzo di fogna, purtroppo, accompagna l’intero percorso, fino alla sorgente, posta in località Altofonte.
All’interno della città di Palermo, all’altezza del quartiere Brancaccio, l’Oreto sgorga in fiotti nerastri che lambiscono scarichi bianchi e schiumosi, oltre che depositi particolarmente sospetti: è il regno delle discariche abusive; tutt’intorno elettrodomestici e altri rifiuti, speciali ed ingombranti. Soltanto il mese scorso, era stata scoperta una baraccopoli tra i topi: 17 tuguri di lamiere e stracci in 300 metri quadrati.

Davanti al cimitero di Sant’Orsola, nella parte più a Sud della città, il fiume continua il suo percorso tra i liquami, rendendo scivolose le rocce del letto e alimentando le canne secche delle sponde, che, sempre più intricate e intrecciate, vanno a formare una vera e propria giungla abbandonata in cui è pericoloso perfino avvicinarsi, se non si vuole sprofondare nei fondali dissestati, tra i pezzi di metallo arrugginito qui scaricati.

Più ci si avvicina a ponte Corleone, più le acque si fanno scure: qui confluisce infatti il rigagnolo Gabriele, ricco degli scarti sporchi del centro abitato. Ma le cose non sono molto diverse alla sorgente, in zona di Monreale. Oltre a nuove montagne di rifiuti, spesso incastrate nelle numerose gole antiche che punteggiano il percorso dell’Oreto, si trovano depositi di colore strano sulla superficie, che non fanno pensare a scarichi di tipo legale.

Una volta superata Altofonte, è possibile seguire una delle due ‘strade’ che generano il fiume: il Sant’Elia, che arriva da Pioppo, e il torrente Barone. Poco prima però, si ha la possibilità di assistere allo spettacolo di rara bellezza, in quest’area, di una cascata, particolarmente pulita ed elevata: almeno 4 i metri di altezza e una portata abbondante. La roccia calcarea è chiara ma a poca distanza, vicino all’Acqua Park, ancora sporco e immondizia.

Da diversi anni, il Comune di Palermo sta cercando di battersi per rendere i 129 chilometri quadrati di bacino idrico un’area protetta; al momento il fiume Oreto e i suoi affluenti risultano ancora inquinati, ma si spera che a breve, anche grazie all’intervento dell’opinione pubblica, le cose possano cambiare.
Il progetto del 2006 di Antonio Presti, Presidente dell’Associazione Fiumara d’Arte di Catania, in collaborazione con “Giornale di Sicilia” e TGS, era volto a sensibilizzare gli abitanti delle aree coinvolte proprio su questo argomento; l’iniziativa popolare, che era volta a promuovere la creazione di un museo a cielo aperto sui luoghi bagnati dall’Oreto, era basato su incontri culturali e sul coinvolgimento dei cittadini in azioni di animazione territoriale.

Autore | Enrica Bartalotta

Foto di Salvatore Abruscato