Quali sono gli errori di grammatica più comuni? Skuola.Net ha stilato una classifica, in occasione della Giornata Pro Grammatica del 17 ottobre scorso; interrogati ben 1.400 studenti.

Siamo sicuri però, che tra gli errori grammaticali che stiamo per presentarvi, si possano rivedere anche gli adulti, usciti già un pezzo fa dalla scuola. A volte un errore è soltanto un refuso, qualcosa che capita perché si è troppo stanchi o perché si hanno mille cose in mente: gli errori sono anche dei migliori, e fortunatamente oggi viene in nostro soccorso il correttore grammaticale degli editor di scrittura che ormai si trova in tutti computer, smartphone e tablet.

Ma per chi ancora avesse dei dubbi, e per quando il correttore non è presente a trarre in salvo, ad esempio nei forum, nei blog, nei social, nelle email, ma soprattutto nelle produzioni manuali, qui vi presentiamo quali sono gli errori più comuni che non si dovrebbero mai fare, perché potrebbero compromettere una sviolinata d’amore o peggio ancora un’assunzione lavorativa.

Secondo il portale degli studenti, Skuola.Net, tra gli errori più comuni che compiono gli studenti delle scuole superiori, c’è ancora il famigerato ‘qual è’, che non c’è dubbio e nemmeno discussione: si scrive solo e soltanto senza apostrofo: eppure ancora 1 studente su 3 dei 1.400 interrogati, ne sbaglia la grafia. Stesso discorso anche per ‘se stesso’, ma il problema non è tanto se sia o meno presente l’accento, quanto l’accento stesso.

Come dichiarato anche dalla prestigiosa Accademia della Crusca, l’accento su ‘se’ quando si trova insieme a ‘stesso’, non è necessario, in quanto è ovvio che ‘sé’ sia il pronome riflessivo e non di certo la congiunzione che inizia una subordinata ipotetica. In ogni caso, in presenza di ‘stesso’, l’accento non è sbagliato, è soltanto ridondante. L’importante è che sia acuto, cioè rivolto verso destra, così come nel caso di ‘perché’ e ‘finché’ ad esempio, e congiunzioni come ‘né’.

Meno sono gli studenti che alla domanda: “come scriveresti ‘ce ne sono’?” ha risposto ponendo l’apostrofo dopo la ‘c’ e l’accento grave sulla ‘e’, ovvero ‘c’è ne sono’: ben 1 studente su 10; stesso rapporto per chi ancora usa l’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo maschile: ‘un’ necessita infatti di apostrofo solo quando la parola che lo segue è femminile, perché starebbe a sostituire la ‘a’ di ‘una’ che è andata a cadere: anziché quindi scrivere ‘una auto’, che all’orecchio risulterebbe strano, si scrive ‘un’auto’: anche in questo caso, 1 studente su 10 non sa che è l’articolo indeterminativo femminile a volere l’apostrofo.

E poi ancora: il 4% degli intervistati scrive ancora ‘a me mi piace’, forse un’abitudine mutuata dallo spagnolo, dove il rafforzativo ‘mi’ dopo ‘a me’ non è affatto un errore, bensì una regola: ‘a mí me gusta’ (ed è giusto anche l’accento) dunque, è corretto, ma non ‘a me mi piace’.
E infine, ben il 5% degli studenti italiani delle scuole superiori scrive ‘pultroppo’ al posto di ‘purtroppo’, mentre il 2% dimentica una ‘r’ scrivendo ‘propio’ anziché ‘proprio’.

Questa la pole position degli errori più comuni, tra cui si piazza anche ‘sufficiente’ scritto però senza ‘i’: a sbagliarlo 1 studente su 6. La parola ‘sufficiente’ funziona infatti al pari di ‘coscienza’ e ‘scienza’; discorso simile per ‘niente’, che a volte viene ancora scritto con la ‘gn’.
Frequente, ma corretto in entrambi i casi è invece l’uso di ‘famigliare’ al pari di ‘familiare’ (attenzione però: ‘famiglia’ e non ‘familia’; mentre sì a ‘famigliarizzare’ e anche a ‘familiarizzare’), così come di ‘provincie’ e ‘province’, discorso che non si ripete per ‘camicie’ perché senza  la ‘i’, delle bluse potrebbero essere confuse con la divisa da lavoro del medico.

In ogni caso, con il cambiare del tempo ed il mescolarsi delle culture, nella nostra lingua si sono venute a creare una serie di parole nuove, che spesso prendono le rime dall’inglese oppure dal francese. Molti sono poi gli scrittori, ma anche i giornalisti, che hanno dato via a dei neologismi; è così che la scrittura, e la lingua parlata, soprattutto attraverso il gergo di strada, si evolve. Un esperimento che chiunque di noi può tentare, meglio non farlo però nelle comunicazioni ufficiali di lavoro o nelle produzioni per la scuola.

Autore | Enrica Bartalotta

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