Gli hanno causato lo stato semi-vegetativo dopo il parto. Per questo la corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre medici e un risarcimento da 1,2 milioni di euro. Questo l’esito della sentenza del 20 aprile scorso con la quale sono state riaffermate le responsabilità del primario Domenico Di Grigoli e dei dottori Giuseppe Gulì e Maurizio Nicolai, così come rilevato dalla corte d’Appello nel gennaio 2013. La somma servirà a garantire le cure necessarie ad Andrea Tristano, che a causa dei problemi avuti durante il parto vive da 21 anni in stato semi-vegetativo.

La corte ha rigettato integralmente i ricorsi dell’azienda ospedaliera e dei medici, che puntavano all’annullamento della decisione. I tre erano già stati condannati in solido al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali e avrebbero dovuto versare una somma di circa 1.300 euro al mese a partire dal 25esimo anno di età di Andrea per le spese che la famiglia avrebbe dovuto sostenere. Ma la Cassazione ha accolto il ricorso incidentale e annullato la sentenza della corte d’Appello nella parte in cui veniva riconosciuto un risarcimento dei danni da malasanità in misura inferiore a quella dovuta.

I fatti risalgono all’ottobre del '95, quando la madre di Andrea venne ricoverata presso la divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Aiuto Materno, ospitata allora presso la struttura sanitaria del Cervello. La madre venne ricoverata dopo una gravidanza "serena", come dimostrato dalla regolarità degli esami eseguiti. La notte successiva al ricovero, dopo aver accusato forti dolori, chiese espressamente e invano che venisse effettuato il cesareo. Entrò in sala travaglio alle 15, partorendo quasi 4 ore dopo. Andrea, sin da subito, mostrò gravi segni di insofferenza e per questo fu disposto un ricovero d’urgenza presso la divisione di neonatologia della Usl 59, dalla quale fu dimesso l’11 novembre con una diagnosi di asfissia neonatale.

La sentenza, quindi, ha riconosciuto le gravi negligenze del personale sanitario dell’ex Ausl 6, sia prima che durante il parto, dovute all'errata valutazione dei dati provenienti dai macchinari collegati alla paziente. Inoltre non furono eseguiti i controlli necessari per evidenziare la sofferenza fetale e che avrebbero dovuto indurre l’equipe a effettuare quanto prima un parto cesareo e non naturale.