01Il legislatore ateniese Solone sosteneva che: “La giustizia è come la tela del ragno: trattiene gli insetti piccoli ma quelli grandi la sfondano”. Dopo 25 secoli non sembra che sia cambiato molto, visto che la giustizia, la morale e la legalità sono rimasti concetti alquanto soggettivi. L’attributo dell’assoluto, dell’universalità, sembra non potersi applicare a queste fondamentali categorie sociali, che dei panni dell’assoluto invece dovrebbero sempre vestirsi e fregiarsi. La relatività è la caratteristica che invece le condiziona ed inficia, con grave detrimento della serena convivenza. Ad esempio, se per convenienza di qualcuno il legislatore depenalizzasse l’omicidio, uccidere non sarebbe più illegale: e allora addio serena convivenza! Dove voglio arrivare con queste balzane speculazioni? Dai, diciamoci la verità! Chi non ha mai sospettato che nel nostro Bel Paese i potenti non vengono perseguiti dalla legge al pari dei poveri cristi? Chi almeno una volta non ha mai pensato che i potenti difficilmente pagano, e che solo la gente comune paga in proporzione ai crimini commessi? E uscendo dai nostri confini, diciamocelo chiaro: il mondo non è ancora quel luogo ideale dove la giustizia vera regna e governa! Quella giustizia sociale vanamente agognata nel secolo dei lumi!  

  Il mondo, purtroppo, è rimasto il teatro di tante ingiustizie, nel senso più ampio del termine, e di tutti gli orrori che dall’aberrazione più o meno cosciente e interessata del concetto di giustizia ne conseguono. Sfruttamenti di vario genere e grado, persecuzioni, guerre, genocidi, sono la conseguenza della regressione del concetto di giustizia. Decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è compito assai gravoso, e affidarlo a chicchessia è davvero rischioso! Cosicché, diciamocelo pure: il difetto di una vera giustizia, cioè quella giustizia in senso ampio e non necessariamente scritta che dovrebbe emanare da concetti morali fortemente illuminati, va a modellare una società poco compassionevole, e viceversa. Ossia, una società che non coltiva e sradica la compassione dal proprio tessuto costitutivo, non potrà mai concepire la vera giustizia sociale, e di conseguenza non potrà mai modellare secondo canoni squisitamente universali quella giuridica, la quale dovrebbe esserne soltanto il riflesso e l’umile strumento, e non  un’ipocrita giustificazione morale, spesso utile a coprire deprecabili interessi di parte.

  Ad esempio, vi sembra giusto e compassionevole che ancora c’è chi muore di fame e chi si può saziare fino all’obesità? O chi detiene enormi ricchezze e chi è costretto a vivere nella miseria più nera? Eppure vizi capitali come l’ingordigia, la superbia, l’avarizia, non sono nemmeno contemplati dalla giustizia terrena, quella costituita da articoli e commi, testi e decreti, legittimandone dunque la consuetudine, che al massimo la società può deplorare! E dato che ovviamente non si possono condannare penalmente i vizi capitali di cui sopra, servirebbe un’efficace deplorazione morale da parte della società, che facesse da deterrente ai comportamenti sociali scorretti, moralmente ingiusti, e, se è il caso, confinarne in una qualche studiabile forma i responsabili. Quando però tali comportamenti non sono immediatamente qualificabili, dato che le sfumature della psiche umana sono infinite, chi decide quali sono deprecabili e quali no? Credo che un certo grado di consapevolezza e di altruismo umano possano notevolmente facilitare una simile decisione. In definitiva dunque, si può ritenere che la giustizia, come la morale, rimarranno concetti alquanto relativi finché l’umanità non evolverà nel senso dell’amore e della compassione, attributi necessari e sufficienti per prendere decisioni giuste e che possano fregiarsi della categoria dell’universalità.

Angelo Lo Verme