È destinato a far rumore un nuovo studio sui tumori. Secondo la ricerca, chi si ammala può nella maggior parte dei casi prendersela con la sfortuna. I ricercatori Bert Vogelstein e Cristian Tomasetti, rispettivamente genetista e biostatistico della Johns Hopkins University di Baltimora, sostengono che due terzi dei tumori sono imputabili a mutazioni genetiche, quindi 'al caso', piuttosto che a stili di vita sbagliati. Già nel 2015 gli studiosi avevano avanzato tale ipotesi, suscitando numerose polemiche.

La ricerca si è concentrata su quelli che vengono generalmente considerati come fattori di rischio o cause di neoplasie, cioè stili di vita poco sani, difetti genetici o l'ambiente in cui si vive. I tumori sono causati da mutazioni che possono essere ereditate, indotte da fattori ambientali, o derivanti da errori di replicazione del DNA (R).

I dati hanno rivelato che esiste una forte correlazione (mediana = 0,80) tra l'incidenza del cancro e le normali divisioni delle cellule staminali in tutti i paesi, indipendentemente dal loro ambiente. Questo significa che più alto è il numero di divisioni cellulari che avvengono in un tessuto più alto è il rischio di ammalarsi, a prescindere da dove si vive o dallo stile di vita praticato.

Considerando in particolare 32 tipi di tumore, si è arrivati al dato complessivo del 66% delle mutazioni dovute al caso, mentre il 5% è imputabile a fattori ereditari e il restante 29% è legato a stili di vita sbagliati. I ricercatori hanno sostenuto l'importanza della diagnosi precoce per bloccare il cancro nei primi stadi di sviluppo. La prevenzione primaria è il modo migliore per ridurre i decessi per cancro, tuttavia nel caso dei tumori in cui le mutazioni sono il risultato delle mutazioni R, la prevenzione secondaria, ovvero la diagnosi precoce, è l'unica opzione.