944889_477607205643618_339212491_nPrefazione del cantastorie FORTUNATO SINDONI


Quando ho letto una e-mail in cui Giovanni Canzoneri mi chiedeva di fare una introduzione al suo secondo libro di racconti, da pubblicare con la giovane e combattiva casa editrice Smasher di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), mi sono subito chiesto: “Per quali meriti io dovrei introdurre questo libro di racconti e parlare di un giovane e promettente autore che non conosco?”
In fondo mi rendo pienamente conto di essere solo un modesto cantastorie; è vero che scrivo storie e ballate “poetiche”, che poi immancabilmente canto in giro a chi ha la pazienza di ascoltarmi, ma non ho mai avuto la presunzione di poter riflettere sulla poetica di uno scrittore che, oltretutto, non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente, se non per avere letto il suo primo interessante libro Conti Zafarani (Ed. Smasher, ottobre 2010).
Ho ancora riflettuto tra me e me: “In una realtà culturale piena di tuttologi, che parlano e scrivono di tutto, spesso senza sapere nulla, neanche di quello che dicono e appunto per questo esprimono il tutto con così tanta convinzione e tanta voga al punto che loro stessi si convincono della stupidità o follia (quando sono in buona fede) di sapere tutto, anch'io potrei buttare giù quattro righe – uno straccio di laurea in fondo me la sono pure guadagnata a suo tempo – e dare sfogo e voce agli sforzi di un giovane ambizioso di dare il proprio contributo a una già abbondante letteratura siciliana e non”.
E sull'onda di queste riflessioni, i miei ricordi mi hanno portato ai lontani anni Ottanta e ai lunghi viaggi per l'Italia sul mio sgangherato Ford Transit, riempito di musica e di edificanti dialoghi, in compagnia del grande poeta di Bagheria Ignazio Buttitta, che spesso ripeteva un concetto: “In Sicilia siamo cinque milioni di abitanti e tutti ci consideriamo scrittori e poeti!”, chiosando, anche pubblicamente durante i recital che abbiamo tenuto in giro per l'Italia, la Svizzera e l'Austria, con “Ma, solo io sono il più grande!”. Devo ammettere che a questo proposito il tempo gli ha dato ragione, almeno per quanto riguarda la poesia siciliana.
La mia prima reazione fu, quindi, di rispondere con un gentile ringraziamento dell'onore datomi e con un altrettanto cortese rifiuto.
Tuttavia, la curiosità di conoscere Canzoneri e di leggere subito questi racconti, che di lì a poco avrei avuto in anteprima (i miei amici e i solerti operatori della Biblioteca Comunale di Barcellona conoscono la mia unica “droga”: leggere, leggere e ancora leggere), mi hanno stimolato a rispondere ritenendomi disponibile a entrare in contatto con lui; chissà, forse avrei potuto stilare una Prefazione.
Dopo alcune ore mi arriva una telefonata dallo stesso Canzoneri e qua le cose cambiano e diventano interessanti per me, in quanto scopro che il nostro giovane scrittore fa l'operaio al nord; quindi, è un emigrante siciliano proveniente, guarda caso, da Bagheria, lo stesso paese di Buttitta, Guttuso, Tornatore, Scianna e tante altre personalità che hanno dato lustro alla cultura siciliana. Devo dire che alla realtà culturale di Bagheria sono legato da una lunga frequentazione cominciata negli anni Ottanta appunto con Ignazio Buttitta e che perdura ancora oggi, visitando spesso questa bella città alle porte di Palermo, partecipando anche a vari recital su Buttitta e, ultimamente, su invito del giovane cantastorie bagherese Paolo Zarcone o del pittore Carlo Puleo, miei cari amici.
Leggendo i “CUNTI” mi rendo presto conto che la scrittura di Giovanni Canzoneri ha una qualche somiglianza con la mia passione di sempre: scrivere e cantare ballate, storie. Provare a perpetuare (pur con i dovuti cambiamenti o contaminazioni, come direbbero gli studiosi e i cultori di etnofolk, worldmusic, giustificando il più delle volte il fatto che nella “cosiddetta” musica popolare si può fare di tutto e di più) la tradizione culturale dei nostri grandi CANTASTORIE (Ciccio Busacca, Rosa Balistreri, 'Raziu Strano, Mauro Geraci…), cercando di innestare nelle mie ballate un poco di musica popolare americana (cito tra tutti il più grande: Woody Guthrie). Qualcosa di simile, infatti, fa Canzoneri con i suoi bei “CUNTI”, coniugando la tradizione dei CUNTASTORIE (Genovese, Celano… e ora Cuticchio) con la grande tradizione dei novellatori siciliani (da quelli popolari, documentati e tramandati da emeriti studiosi come Pitré, Guastalla, Salomone-Marino… agli scrittori contemporanei, che hanno dedicato buona parte della loro produzione letteraria ai racconti, alle novelle; penso a Giovanni Verga, a Danilo Dolci, passando naturalmente per il premio Nobel Luigi Pirandello…).
Inoltre, Giovanni Canzoneri, quando ne sente il bisogno nei suoi “CUNTI”, sottolinea alcuni momenti dei suoi racconti con rime, modi di dire, proverbi provenienti dalla cultura popolare siciliana, che rendono la sua scrittura più interessante e meglio godibile. Addirittura, il racconto che introduce questa sua seconda raccolta, “VI CUNTU E V'ARRICCUNTU”, viene tutto sviluppato in rima baciata, il che fa venire in mente storie ormai diventate classiche, come “La Barunissa di Carini” o tante altre famose vicende del vasto repertorio dei cantastorie. La scelta stilistica di Canzoneri denota un forte bisogno dello scrittore di sentire i suoi “CUNTU” cantati, raccontati a voce alta, messi in scena, così come lui stesso ha d'altronde già fatto, adattando a commedia teatrale uno dei racconti tratto dal suo primo volume Conti zafarani.
E poi Giovanni Canzoneri predilige il dialetto! Anche a me, come poeta/cantastorie, spesso viene più naturale scrivere e cantare storie e ballate attingendo alla mia lingua madre: il siciliano. Certamente non per puro vezzo o felice scelta commerciale. Anzi, secondo me, il nostro autore utilizza il dialetto per “amore”:
1) per amore della sua terra, di Bagheria, portandosela nella mente e nel cuore e facendola rivivere dentro i racconti che sente di dover scrivere;
2) per amore della sua nuova realtà, troppo indirizzata al lavoro, al consumismo, alla ricerca di un benessere materiale, dimenticandosi spesso le piccole cose di ogni giorno, i rapporti interpersonali che in Sicilia, pur con i suoi numerosi difetti, è possibile trovare in ogni angolo.
3) Per amore del teatro che, senza scomodare Pirandello o Sciascia, fa parte dell?animo dei siciliani per qualunque aspetto della vita popolare;
4) per amore di se stesso e della sua famiglia: per se stesso perché gli consente di continuare a vivere al nord senza tagliare il cordone ombelicale con la sua infanzia e adolescenza; per amore della sua famiglia, affinché, attraverso questi racconti, i figli, la moglie, gli amici possano conoscere il mondo da cui proviene, che sappiano che non è fatto di mafia, di mancanza di lavoro, di lassismo, come magari alcuni suoi “nuovi compaesani” pensano e dicono di noi siciliani, ma è fatto di una ricca e varia cultura che ha le sue radici nella notte dei tempi. Inutile sottolineare che la mia disponibilità a introdurre il libro del nostro Canzoneri non ha alcuna pretesa di essere un contributo critico, in quanto non lo sono e comunque non sono stato mai un appassionato delle opere dei critici… Non me ne voglia chi pretende di fare il critico di professione o qualche aspirante critico! A questo proposito mi viene in mente una simpatica boutade che uno scrittore, credo Queneau, formulò nei riguardi dei critici, cito a memoria: “Amo i critici allo stesso modo in cui i lampioni e gli alberi amano i cani quando fanno i bisogni ai loro piedi!”.
Devo dire che, in quanto appassionato lettore, ho sempre pensato che uno scrittore nelle sue prime opere introduce degli elementi stilistici che caratterizzeranno tutta la sua futura produzione letteraria. Chaucer, Poe, Kafka, e tantissimi altri scrittori (oltre ai già citati siciliani, ai quali è doveroso aggiungere Tomasi di Lampedusa), hanno certamente espresso la loro genialità artistica anche attraverso l'arte di scrivere racconti. Per non parlare di un autore da me molto amato, Garcìa Màrquez; infatti, basta rileggere i suoi racconti I funerali della Mamà Grande per trovarci la descrizione di un mondo magico che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione letteraria a venire, a cominciare dal suo romanzo più famoso Cent'anni di solitudine.
Per non annoiare i soliti pochi “lettori manzoniani” (per Manzoni dovevano essere venticinque, ma se io sarò letto anche da tre lettori mi accontento) che avranno la compiacenza di leggere questa breve introduzione, termino augurandomi che, al contrario, i lettori di Giovanni Canzoneri siano migliaia e migliaia e che la sua produzione letteraria possa trovare una giusta e significativa collocazione nelle librerie, nelle biblioteche e nel cuore di chi lo legge.