“Ho raccontato il mio Franco. O meglio, il nostro Franco“. È una frase che arriva quasi in punta di piedi, ma che chiarisce subito il senso del lavoro di Dario Aita su Franco Battiato. L’attore palermitano la pronuncia nel corso di una intervista rilasciata a Virgilio Notizie, e in quelle parole c’è già una presa di posizione netta: niente appropriazioni, nessuna pretesa di verità assoluta, nessuna imitazione rassicurante.
Aita è il protagonista di Franco Battiato – Il lungo viaggio, film diretto da Renato De Maria, scritto da Monica Rametta e prodotto da Rai Cinema e Casta Diva, in arrivo nelle sale dal 2 febbraio per Nexo Studios, con proiezioni evento anche il 3 e 4 febbraio, prima dell’approdo in prima serata su Rai 1.
Il film è arricchito dalle interpretazioni di Elena Radonicich, nel ruolo di Fleur Jaeggy, e Simona Malato, che dà corpo alla madre Grazia Patti e dai camei di Juri Camisasca, Giuni Russo e Giusto Pio.
La fotografia di Sara Purgatorio accompagna il percorso alternando la Milano grigia e spiazzante agli esterni siciliani: lo Jonio, l’Etna, luoghi reali e simbolici.

Il viaggio di Dario Aita dentro il personaggio di Battiato
Nell’intervista, Dario Aita chiarisce subito il perimetro del suo lavoro. Non parla mai di Battiato come se lo conoscesse davvero. Anzi, prende le distanze da questa tentazione: “Non voglio parlare di Franco come se lo conoscessi davvero. Sarebbe presuntuoso, e soprattutto falso“.
È una dichiarazione che diventa metodo. E che si riflette nel film, lontano dalla struttura del biopic tradizionale e dalla compressione cronologica degli eventi.
Il lungo viaggio non prova a raccontare tutta la vita di Battiato. Non accumula date, dischi, successi. La scelta di Renato De Maria e Monica Rametta è diversa: concentrarsi su un periodo preciso, quello in cui prendono forma i temi che attraverseranno, poi, tutta l’opera del cantautore.

La ricerca di sé, l’irrisolta domanda “Chi sono io?“, l’ascesi come tentativo di risposta, il progressivo avvicinarsi a una dimensione spirituale come centro dell’esistenza. È lì che il film decide di fermarsi.
L’attore riflette anche sul senso di confrontarsi con una figura diventata simbolo: “Raccontare che diventare un’icona è un percorso complesso, fatto di fatica, lavoro, dubbi, momenti difficili“.
Secondo l’attore, l’arte non ha il compito di mostrare quella fatica, ma l’attore sì. Non per esibirla, bensì per evitare che l’artista venga trasformato in un mito irraggiungibile.
Uno degli aspetti più sorprendenti del film è il lavoro sulla voce. Tutte le canzoni sono state cantate da Dario Aita, che nell’intervista racconta come tutto sia partito da una risposta di Battiato: “Gli chiesero cosa avrebbe voluto che restasse dopo la sua morte e lui rispose: “Un suono”“.
Da quel “suono” è iniziata la ricerca, intesa come tentativo di comprendere cosa si nascondesse dietro quella timbrica così riconoscibile e dietro una voce pensata come strumento di conoscenza. Ne sono seguiti mesi di ascolto esclusivo. Canzoni, interviste, video. “Solo lui“, racconta Aita, spiegando di aver sospeso qualsiasi altro riferimento per lasciarsi attraversare da quella ricerca.
Durante la preparazione, Aita ha scritto moltissimo. Diari, quaderni, appunti. Una pratica abituale che, in questo caso, ha scavato più a fondo: “Il materiale era talmente vasto e profondo che è arrivato a toccare corde molto personali“.
Nei quaderni convivono parole di Battiato, citazioni, riferimenti letterari e spirituali. Ma anche passaggi della vita dell’attore, che il lavoro sul film ha riportato in superficie.
Alla domanda su cosa abbia compreso davvero dell’uomo e dell’artista, Aita risponde con una franchezza disarmante: “Non so se ho davvero capito qualcosa di Franco, io ho raccontato il mio Franco. O, meglio ancora, il nostro Franco“.
Un “nostro” che nasce dall’incontro tra interprete e personaggio, ma che si allarga anche allo spettatore, chiamato a condividere domande più che risposte.
Nel film, e nell’intervista, ritorna una domanda centrale: “Chi sono io?”. Una domanda che, come ricorda Aita citando la poetessa Chandra Livia Candiani, vive nello spazio tra due identità, in quel “e” che non somma, ma tiene insieme. Uno spazio fragile, instabile, che non produce certezze ma apre possibilità. “Conoscere il vuoto, la distanza, è più importante che avere una risposta“, osserva Aita, chiarendo come Il lungo viaggio scelga di abitare proprio quell’intervallo, evitando soluzioni nette e lasciando che la domanda continui a muoversi, nello spettatore, oltre i confini del film.
Il rapporto irrisolto con la sua Sicilia
Aita parla apertamente anche del rapporto con la Sicilia e con la madre, uno dei nodi più delicati emersi durante il lavoro sul film. Un legame non pacificato, segnato dalla distanza e da un senso di debito che non si esaurisce con l’andarsene. “Ci sono forze sottili, silenziose, che mi trattengono“, racconta, spiegando di sentirsi ancora in una fase di sradicamento necessario, lontano da un ritorno definitivo. “Non ho ancora fatto quello strappo netto che serve per riconciliarsi davvero con le proprie radici“.
Aita riconosce in questo percorso una forte assonanza con quello di Battiato, che per anni ha evitato la sua terra prima di tornarvi, portandosi dietro lo stesso peso, la stessa attrazione gravitazionale. Un tema che attraversa il film in profondità e che rende Il lungo viaggio e la sua interpretazione ancora più personali, perché nati da una frizione reale, non risolta, tra appartenenza e distanza.
Franco Battiato – Il lungo viaggio non chiude un discorso. Non dà risposte definitive, lascia che siano le domande a restare. E forse è proprio questo il suo pregio più grande.
