Archestrato di Gela fu un poeta siceliota. Nato a Gela nel IV secolo a.C., le sue opere sul costume culinario antico, furono conosciute e tramandate nell’Antichità e sono arrivate fino a noi oggi.

Di Archestrato non si sa molto. Così com’è per molti poeti antichi, di lui si sa, in particolare, quando fiorì artisticamente. Secondo lo scrittore greco, Ateneo di Naucrati, il suo lavoro fu di così elevato livello filosofico, da far ritenere Archestrato il fautore di un nuovo pensiero, particolarmente in voga durante la Roma Imperiale.

Di lui ci sono pervenuti alcuni frammenti delle sue opere e un poemetto; la sua fatica più famosa si intitola “Gastronomia”, conosciuta anche come il “Poema del buongustaio”, probabilmente prodotta intorno al 330 a.C. L’opera racconta dei suoi lunghi viaggi alla scoperta del costume culinario dell’Isola, in pratica Archestrato fu quello che oggi definiremmo un critico gastronomico, un cultore del gusto; un tale cultore, che in molti credono fosse persino antesignano di Epicuro, o quanto meno, questo si sa, suo contemporaneo.

Nel suo saggio o diario, Archestrato si occupò di fornire una lista di quelle che erano le vivande più pregiate dell’epoca, e dove era possibile trovarle; diede anche parecchie importanti nozioni sui vini, sulla qualità di questi e sulle tecniche di conservazione fino a quel momento conosciute. Si fermò anche sul pane, e in particolar modo poi sui pesci, di cui dichiarò anche i luoghi di provenienza e le stagioni di pesca.

La sua opera fu di tale rilievo, che Ennio ne trasse ispirazione per i suoi “Hedyphagetica”; fu citato da Ateneo, da Dafno di Efeso, e anche Orazio, nel I secolo d.C., ne fu talmente colpito da blando epicureo qual’era, da utilizzare gli argomenti trattati dal poeta siceliota, nelle sue “Satire”.
Ma le osservazioni di Archestrato varcarono persino i confini del testo scritto per diventare ben presto abitudini consolidate presenti nel costume romano.

Di fatto il poeta gelese non si limitò a fare una semplice lista dei suoi prodotti preferiti, e delle leccornie più piacevoli al palato, per lui era importante analizzare tutto: dalle caratteristiche delle carni stesse fino al modo di cucinarle e gustarle. Essendo un epicureo, era dunque un fautore del mangiar bene, che in alcuni casi incoraggiava a fare velocemente, per non sciupare le qualità del piatto. La tavola non era dunque solo una necessità bensì un rito.

Oltre a dare consigli di cucina, Archestrato propose anche sue ricette personali, e fornì anche importanti quanto dilettevoli scenette legate alle usanze o all’etichetta del tempo in fatto di tavola.

Autore | Enrica Bartalotta