La storia che ha condotto alla “quasi riforma” in Italia per la legalizzazione della marijuana parte dalla Sardegna, precisamente da Cagliari, dove nel 2007 un ragazzo è stato sorpreso con due piante di canapa indiana, coltivate nel balcone della propria abitazione.

La prima sentenza emessa dal tribunale, lo obbligava a 6 mesi di reclusione e a 1.400 euro di multa.  L’avvocato del giovane ragazzo, nella sua strategia difensiva, aveva tuttavia chiesto l’assoluzione perché la sua coltivazione era stata concepita solo per uso personale e quindi terapeutico. Il tribunale dopo un controllo generico sulla vita del giovine, ha effettivamente constatato che la sua marijuana non era destinata allo spaccio. Avviando così le procedure per l’assoluzione.

Ma la Procura Generale di Cagliari non ci sta, è presenta nuovamente ricorso, chiedendo un giudizio anche alle Sezioni Unite (organo supremo della Cassazione), che infine ha esplicitato il verdetto secondo il quale, in Italia non vi è distinzione fra la coltivazione di marijuana per uso personale e la coltivazione tecnico – agraria. La marijuana è vietata in tutta le sue forme.

Alla luce di quanto  detto, il ragazzo quindi è stato ritenuto colpevole ed era pronto a subire la sua pena. Ma un colpo di scena inaspettato, che reca la data dell’11 Luglio del 2014, svela la nuova assoluzione del ragazzo cagliaritano.

Ad oggi, la sentenza definitiva è l’assoluzione per mancanza di reato. Ci vorranno ancora due settimane per comprendere la documentazione che ha condotto il ragazzo a farla franca, ma da quanto emerso dal caso scoppiato in Sardegna, coltivare piante di marijuana sul balcone non sarebbe più un reato. Che sia questo l’ennesimo passo in avanti  verso la liberalizzazione delle droghe leggere?