L’Italia riporta a casa l’Ecce Homo di Antonello da Messina, capolavoro assoluto del Quattrocento nato dal genio di uno dei più grandi pittori siciliani. Una trattativa riservata ha restituito al Paese – e idealmente all’Isola – un’opera che ha cambiato la storia dell’arte.
Un colpo da 12 milioni di dollari
L’Italia ha riportato a casa un tassello fondamentale della propria identità culturale, profondamente legato anche alla Sicilia. L’Ecce Homo di Antonello da Messina, maestro siciliano tra i più innovativi del Rinascimento europeo, autore della splendida Annunciata di Palermo, era stato inserito come lotto 18 nell’asta Old Masters di Sotheby’s a New York, prevista per il 5 febbraio scorso. Pochi giorni prima, però, l’opera è stata ritirata dalla vendita.
Dietro la decisione si cela una trattativa riservata, che ha visto protagonista lo Stato italiano, deciso a evitare che uno dei capolavori più rari di un artista siciliano finisse in una collezione privata straniera.
Secondo indiscrezioni raccolte da La Repubblica, l’accordo si sarebbe concluso per una cifra intorno ai 12 milioni di dollari, pari a circa 11 milioni di euro. Un importo in linea con la stima iniziale di Sotheby’s, fissata tra i 10 e i 15 milioni, ma soprattutto frutto di una strategia precisa: evitare i rilanci dell’asta pubblica, che avrebbero potuto far lievitare il prezzo.
L’acquisizione è stata avallata dal Comitato tecnico-scientifico del Ministero della Cultura, di cui fanno parte, tra gli altri, Tomaso Montanari e Maria Cristina Terzaghi. A mediare tra il Ministero, Sotheby’s e il venditore – un collezionista cileno – è stato il gallerista Fabrizio Moretti.
Antonello da Messina, genio siciliano del Rinascimento
Parlare di questa acquisizione significa parlare anche della Sicilia. Antonello da Messina, nato nella città dello Stretto intorno al 1430, è uno dei più grandi artisti siciliani di tutti i tempi. La sua opera rappresenta un ponte culturale tra l’Isola, l’Italia e l’Europa del Nord.
La sua formazione avvenne tra la Messina del Quattrocento, crocevia mediterraneo di culture, e la Napoli aragonese, dove entrò in contatto con la pittura fiamminga nella bottega di Colantonio. Da questa esperienza nacque una sintesi rivoluzionaria, che Antonello portò poi a Venezia e nel resto d’Italia, cambiando per sempre il volto della pittura rinascimentale.
Un’opera rara e profondamente “vissuta”
Il valore dell’Ecce Homo risiede anche nella sua estrema rarità. Le opere certe di Antonello sono circa quaranta in tutto il mondo. Questa tavola rappresentava l’ultima di tale importanza ancora in mani private, un dato che rende l’acquisizione ancora più significativa.
Il dipinto è di piccole dimensioni (19,5 x 14,3 centimetri) ed è realizzato su tavola dipinta su entrambi i lati. Sul recto compare il volto sofferente di Cristo, reso con una intensità emotiva che interroga direttamente lo spettatore. Sul verso è raffigurato un San Girolamo nel deserto, oggi quasi illeggibile a causa dell’usura.
Secondo gli studiosi la tavoletta veniva custodita in una bisaccia di cuoio ed era oggetto di devozione privata. I fedeli la toccavano, la baciavano, la portavano con sé.
Databile ai primi anni Sessanta del Quattrocento, l’Ecce Homo segna una svolta iconografica decisiva. Antonello trasforma l’icona bizantina in un ritratto psicologico moderno, introducendo in Italia la tecnica a olio di matrice fiamminga.
L’opera è considerata il prototipo di una serie di Ecce Homo oggi conservati in importanti musei internazionali, come Palazzo Spinola a Genova, il Collegio Alberoni di Piacenza e il Metropolitan Museum of Art di New York.
Dove sarà esposto l’Ecce Homo
In attesa dell’ufficialità da parte del Ministro Alessandro Giuli e del Direttore generale musei Massimo Osanna, si discute sulla collocazione finale del dipinto. Tra le sedi ipotizzate figurano la Pinacoteca di Brera e le Gallerie dell’Accademia di Venezia.
La destinazione più probabile resta però il Museo di Capodimonte a Napoli. Una scelta che rafforza il legame tra Antonello, il Sud Italia e quel contesto mediterraneo di cui la Sicilia fu uno dei motori culturali principali nel Quattrocento.
Un capolavoro che torna a essere patrimonio pubblico e che restituisce valore, memoria e identità a un genio siciliano senza tempo.
