Non so se questa antica credenza popolare sia ancora di moda; lo era sicuramente fino ad alcuni anni fa e della sua veridicità, specialmente gli anziani, ne erano fortemente convinti. “Mi frischìanu aricchi, si viri ca c’è quarcunu ca mi sparra”. Era questa la considerazione che si faceva allorchè un semplice se pur fastidioso sibilo all’orecchio, diventava invece causa scatenante di questo antico pregiudizio. Infatti se a fischiare era l’orecchio destro allora si diceva che qualcuno stava parlando di noi a fin di bene; al contrario, se a fischiare era l’orecchio sinistro, ciò voleva invece dire che ci stavano “sparrannu” ovvero si stava parlando male di noi. A questo punto il malcapitato attraverso un “ingegnoso” sistema cercava di risalire all’autore della malefatta; ed infatti a tale scopo si rivolgeva a qualcuno che gli stava vicino chiedendogli di dire un numero da 1 a 21. Ciò consentiva alla vittima delle altrui maldicenze di associare a quel numero una lettera che, secondo tale superstizione, corrispondeva a quella iniziale del nome dell’autore del pettegolezzo. Non si sa perché ma, soprattutto le donne, erano convinte che a parlar male di loro fossero sempre persone dello stesso sesso; e guai, se tra questi probabili nomi, spuntava fuori quello di qualcuna con la quale non correva buon sangue. Infatti a quel punto il sospetto non si limitava alla semplice sparlata ma a vere e proprie “iastimi e sintenzi” con conseguenti stizzite esclamazioni del tipo: “Li iastimi su di canigghia, cu li manna si li pigghia”; oppure, come se in quel momento si avesse davanti la colpevole, con altre colorite battute quali: “Tà manciari l’ossa cu sali” od anche “Supra o to pilu…tappinara”!

 

Di Nando Cimino

Da Sicilia il Meglio