In molte culture, all’inizio del mese di novembre, il confine tra chi vive e chi non c’è più sembra farsi più sottile. In Messico si costruiscono altari colorati, nel mondo anglosassone si bussa alle porte travestiti da fantasmi. In Sicilia accade qualcosa di diverso: nella notte tra l’1 e il 2 novembre sono i defunti a entrare in casa, in silenzio, per lasciare un dono ai più piccoli.
È la Festa dei Morti, una ricorrenza che sull’Isola, e a Palermo in modo particolare, porta un nome che altrove suonerebbe strano: festa. Qui la memoria dei propri cari non si ferma ai crisantemi del cimitero. Passa anche per giocattoli nascosti, dolci di zucchero e mandorle e risvegli pieni di attesa.
Dalle campane di Cluny alle case siciliane
La data del 2 novembre ha radici medievali. Nel 998 l’abate Odilone di Cluny inserì nel calendario dei monasteri benedettini una giornata di preghiera per tutti i defunti, subito dopo Ognissanti. L’usanza si diffuse rapidamente in tutta la cristianità occidentale.
La versione siciliana della ricorrenza intreccia però la liturgia con credenze molto più antiche, di origine precristiana. Secondo queste credenze, in quella notte le anime lasciano le loro dimore e tornano per qualche ora tra i vivi. Non vengono per spaventare: vengono per prendersi cura di chi è rimasto.
“Chi ti purtaru i morti?”: regali, caccia al tesoro e una grattugia nascosta
Per generazioni di bambini siciliani il 2 novembre è stato atteso quanto, altrove, il 25 dicembre. Nei giorni che precedono la ricorrenza si tengono le tradizionali fiere dei morti, da Palermo a Catania. Sulle bancarelle si trovano giocattoli e dolci, che genitori e parenti acquistano e poi nascondono in casa.
Al mattino comincia la caccia al tesoro. I regali possono spuntare dietro una tenda, sotto il letto o in fondo a un armadio. A volte sono scarpe nuove riempite di dolcetti. Poi arriva la domanda di rito, che parenti e vicini rivolgono ai bambini per godersi la loro gioia: «Chi ti purtaru i morti?», cioè «cosa ti hanno portato i morti?».
La tradizione ha anche un risvolto più birichino. La sera prima, in molte case, si nascondeva la grattugia. Si raccontava che i defunti l’avrebbero usata per grattare i piedi ai bambini che non si erano comportati bene. Era un ammonimento giocoso, mai una minaccia.
Il cannistru e il linguaggio dolce della memoria
Al centro della festa c’è ‘u cannistru, un cesto colmo di frutta di stagione, frutta secca, cioccolatini e dolci della tradizione. Ci sono biscotti dalle forme evocative come i crozzi ‘i mottu, le “ossa di morto”, che a Messina diventano scardellini profumati ai chiodi di garofano. Ci sono le Rame di Napoli, a metà tra biscotto e tortina, e poi pupatelli alle mandorle tostate, taralli glassati, nucatoli e tetù, bianchi di zucchero o scuri di cacao.
Spicca la frutta martorana, pasta di mandorle modellata e dipinta a mano come frutta vera. Secondo la tradizione nacque nel monastero benedettino della Martorana, a Palermo. In una stagione senza raccolto, le suore avrebbero appeso ai rami del giardino frutti di mandorla e zucchero per stupire un illustre visitatore.
Accanto alla martorana ci sono i pupi di zucchero, statuette colorate che ritraggono paladini, cavalieri e ballerine. A Palermo si chiamano pupaccena e la loro origine è avvolta nella leggenda. La versione più nota racconta di un nobile arabo caduto in miseria: senza cibi prelibati da offrire agli ospiti, avrebbe fatto preparare figure di zucchero. Un’altra versione chiama in causa la visita di Enrico III di Valois a Venezia nel 1574.
In tante zone dell’Isola, la mattina del 2 novembre si prepara la muffoletta: una pagnotta calda condita con olio, sale, pepe, origano, acciughe e primosale.
Sicilia e Messico: due feste, uno stesso sguardo
Il paragone più naturale è con il Día de Muertos messicano: l’UNESCO lo ha proclamato capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità nel 2003 e lo ha poi iscritto nella Lista rappresentativa nel 2008. Anche lì la morte non è un tabù: le famiglie allestiscono le ofrendas, con cibi, fiori e dolci, per accogliere le anime che tornano a casa.
La differenza sta nella direzione del dono. In Messico sono i vivi a offrire qualcosa ai defunti. In Sicilia sono i defunti a portare qualcosa ai vivi, e in particolare ai bambini. Proprio questa inversione rende unica la festa siciliana: i più piccoli vivono la memoria come una sorpresa, non come un’assenza.
Una tradizione che resiste
Negli ultimi decenni Halloween si è ritagliato spazio anche sull’Isola, soprattutto tra i più giovani. La Festa dei Morti resta comunque molto partecipata, e non mancano iniziative per riscoprirla.
Forse il segreto della sua tenuta è proprio questo: insegna ai bambini che chi non c’è più, in qualche modo, continua a esserci. Basta un pupo di zucchero, un cesto pieno e una domanda che si ripete ogni anno.
