Foto di Maria CallariGeraci Siculo è un comune della provincia di Palermo. Fa parte dei “Borghi più belli d’Italia”, ed è noto per aver nato i suoi natali al matematico Giacomo Albanese, e per ospitare un suggestivo torneo cavalleresco in costumi d’epoca.

Come molti territori della provincia di Palermo, anche Geraci Siculo fu abitato già in epoca remota: molti i reperti pervenuti nelle campagne circostanti, che oggi fanno bella mostra di sé al Museo Naturalistico “Francesco Minà Palumbo” di Castelbuono e al Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas” di Palermo.
Il territorio di Geraci non venne però occupato dagli Antichi Greci, se non dopo il 550 a.C.; la denominarono Jerax, ovvero ‘avvoltoio’, perché erano questi i volatili che affollavano la cima della nota Rocca. In epoca Romana, Geraci divenne un importante avamposto culturale; una fama che la seguì anche più tardi, durante la conquista bizantina di Sicilia.
Per la sua posizione collocata nella parte centro-nord dell’Isola, a più di 1.000 metri sul livello del mare, Geraci continuò ad essere abitata anche nel periodo medievale; molte sono le testimonianze della conquista araba, soprattutto, come ad esempio le strutture fortificate del castello, o i reperti ritrovati presso le campagne madonite.

Al tempo della divisione della Sicilia nei tre valli, Geraci, che rientrava sotto le intendenze del Val Demone, fu uno dei pochi centri siculi ad ottenere di mantenere il proprio culto cristiano, in pacifica convivenza con i Musulmani.
Con l’arrivo dei Normanni, il territorio geracese iniziò ad acquistare anche importanza economica e soprattutto politica; fu infatti nel 1063, a seguito della cosiddetta battaglia di Cerami, che venne fondata la ‘Contea di Geraci’, un feudo concesso, secondo la tradizione, da Ruggero I al nipote, Riccardo Serlo II d’Altavilla, per quanto le prime documentazioni non ne parleranno in realtà che nel 1159, all’epoca del conte Ruggero I da Craon.
In epoca sveva, il giustizierato passò nelle mani dei Ventimiglia e fu proprio in questo periodo che rapidamente si spanse, andando a includere anche altri comuni: come Petralia Soprana e Sottana, Collesano, Gratteri e Isnello; Enrico, conte di Geraci, arrivò anche ad ottenere alcuni possedimenti presenti a Cefalù.

Con la fine del Duecento, la contea venne ceduta dagli angioini ai provenzali, e poi riconquistata dai notabili, che ne guidarono la ribellione contro Carlo I, nel periodo dei Vespri.
Con il passare del tempo, alla Contea di Geraci vennero concesse anche agevolazioni e compiti di amministrazione giudiziaria, e fu autorizzata a coniare moneta propria. Nel 1419, la capitale della Contea viene trasferita dalla città a Castelbuono, e nel 1430, il re Alfonso V d’Aragona concesse ai notabili dei territori, anche il pieno controllo della giurisdizione penale. Sei anni più tardi, la contea divenne un Marchesato; e fu così che il signore di Geraci divenne il personaggio più influente del Parlamento Siciliano.

Il centro abitato della città di Geraci, è venuto a costruirsi soprattutto nel Medioevo, ecco perché il territorio è particolarmente popolato di chiese, strutture antiche realizzate con materiali di costruzione molto modesti, impianti e decorazioni molto semplici.
Prima fra tutte, è la chiesa di Sant’Anna al Castello, un edificio in pietra viva con capitelli appoggiati a gruppi di tre sulla facciata. La sua storia è inestricabilmente legata a quella dei Ventimiglia, dal momento che la chiesa altro non era che la cappella palatina del castello che Francesco I da Ventimiglia fece erigere quando ereditò la Contea di Geraci.
Al suo interno, è conservata una tela che rappresenta la Natività di Maria, attribuita a Lo Zoppo di Ganci, ovvero il pittore seicentesco Giuseppe Salerno.
Si desume che fu fatta erigere già nel 1262, anno in cui le reliquie di Sant’Anna vennero ivi custodite. Ancora oggi la chiesa, viene infatti utilizzata per le sacre celebrazioni del 26 luglio.

Nei pressi del Castello di Geraci, si trova anche la chiesa a navata unica di San Giacomo. Durante il restauro del 1984, su uno dei pilastri è stato riportato alla luce un affresco bizantineggiante del XIV secolo, che raffigura il Santo durante l’atto della benedizione. Tra le sue mura si conservano inoltre: una statua in legno del Santo, risalente al Settecento e scolpita dal Quattrocchi, due tele del pittore madonita De Galbo, e un raro esemplare siciliano di Crocefisso gotico doloroso.
Antico è anche il piccolo edificio dedicato ai Santi Cosima e Damiano; gli interni sono stati trafugati in tempi recenti, ma il portale gotico ma pensare che non sia stata realizzata prima del Trecento.
Stesso discorso per la chiesa di Santa Maria Maggiore, con il caratteristico arco decorativo a sesto acuto sulla facciata in pietra, che nonostante dagli atti conservati negli archivi, risulti consacrata non prima dell’anno 1495, alcuni elementi venuti alla luce durante i lavori di restauro, farebbero pensare che potesse essere stata edificata già un secolo prima.
Al suo interno:  l’acquasantiera cinquecentesca scolpita nel marmo bianco, la statua della Madonna delle Mercede, realizzata dal Gagini insieme al fonte battesimale in marmo alabastrino; due tele de Lo Zoppo di Ganci e del De Galbo, e il coro ligneo tardo-manierista opera della scuola di Antonino d’Occurre di Mistretta.

Di particolare interesse sono la chiesa di Santa Maria La Porta e la chiesa di San Bartolomeo, Patrono di Geraci Siculo.
La prima, costruita nel 1496, deve il suo nome a una delle porte che chiudevano la Contea di Geraci al tempo dei Ventimiglia. La sua struttura a croce latina, custodisce diverse opere d’arte: primo fra tutto il portale in marmo bianco finemente scolpito, opera di Giovannello Gagini e Andrea Mancino, affreschi ottocenteschi che decorano la volta del soffitto con scene tratte dall’Antico Testamento, un polittico in marmo policromo proveniente dalla bottega del Gagini, e la scultura della Madonna della Porta con Bambino, sempre opera del Gagini, a cui si va ad aggiungere il Crocifisso ligneo attribuito alla scuola di Fra Umile Pintorno, oltre a numerose tele ad affreschi risalenti al XVII-XVIII secolo.
La chiesa dedicata al Santo Patrono, si presume che sia stata fatta costruire già nella seconda metà del XIII secolo, ma le decorazioni e le opere custodite appartengono prevalentemente al Settecento; fatta eccezione per le due colonnine binate provenienti dal vicino monastero agostiniano del XIV secolo. Qui venne seppellito Francesco I Ventimiglia, nel 1338, e dimora la scultura lignea di San Bartolomeo della fine del XVIII secolo.

Il prezioso simulacro di San Bartolomeo, realizzato dalla scuola argentiera palermitana nel XVI secolo, invece, è custodito assieme al Tesoro della Matrice, presso la chiesa di Santa Maria Maggiore. Il noto reliquiario dimora al fianco dell’ostensorio di Pino di San Martino da Pisa, in argento e argento dorato, che venne donato alla Contea da Francesco Ventimiglia in persona; e assieme ai quattro calici cinquecenteschi in oro, ai numerosi paramenti finemente ricamati della chiesa Madre di Geraci, e a un gruppo di suppellettili liturgiche in argento.
Di rilievo sono anche la chiesa di San Rocco, una delle più antiche del borgo, e quella di Santo Stefano, che oggi funge da Auditorium; oltre alla preziosa chiesa del collegio di Maria, realizzata nel Settecento, è stata decorata con stucchi a rocaille in oro.
Tra gli edifici civili, da visitare sono senz’altro gli antichi resti del Castello dei Ventimiglia d’epoca bizantina, dove ancora rimane ben visibile ciò che resta delle porte d’accesso allo storico centro urbano, e i mozziconi delle torri.
Di particolare rilievo è anche l’abbeveratoio della Santissima Trinità, un rettangolo di 20 metri di lunghezza raffigurante le tre antiche contee normanne; la monumentale fontana scolpita venne fatta costruire al tempo in cui Geraci era un Marchesato. Stesso discorso per il convento dei Cappuccini, la cui struttura a ferro di cavallo custodisce ancora una corte e le pregevoli decorazioni in stucchi della chiesa settecentesca; venne fatto edificare dal marchese di Geraci nel 1689.

Autore | Enrica Bartalotta

Foto di Maria Callari