Le pagine di storia della Sicilia sono piene di storie di Giufà. Questo personaggio, sciocco e pasticcione, esiste sin dal tempo degli Arabi. Il suo nome originale è Guha e lo troviamo in tanti Paesi dell’area mediterranea, con variazioni come Giochà, Gawha, Guucca, Zha e Jugale. Le sue azioni bizzarre si ritrovano, per opera di altri personaggi, in larga parte della novellistica tradizionale italiana.

Giufà dice cose ovvie, prende alla lettera le parole altrui, porta spesso le situazioni ad esiti imprevedibili. In realtà sa anche essere furbo e riesce a gabbare la presunta superiorità degli altri. Il personaggio ha una natura popolare: Giufà, infatti, ha sempre come antagonisti quelli che rappresentano il potere e le istituzioni, comunque persone di ceti sociali superiori. Non è difficile comprendere il motivo di questo antagonismo, vista la sua condizione sociale.

L’unica arma a disposizione di Giufà per prendersi gioco di tutti quelli che detengono il potere, è la beffa, il finale comico. Ma di quella beffa è egli stesso vittima. La sua comicità è elementare, pesante, spesso tragica. Ha il sapore di una rivalsa da parte di chi subisce prevaricazioni.

Questo è il motivo per cui Giufà viene spesso considerato, nella cultura siciliana, simbolo della lotta tra gli oppressori e gli oppressi, tra prepotenti e deboli. La sua storia è umile e senza fanfare, ma estremamente vera e umana.