Il polpo e la lampara. Fin dalla notte dei tempi tutti gli esseri viventi lottano per la sopravvivenza, è quello che viene definito il cerchio della vita, una catena alimentare dove, per usare un luogo comune, il pesce grosso mangia il pesce piccolo. Questo aspetto dell’esistenza interessa a tutti i livelli sia il mondo animale che quello vegetale che nei millenni ha affinato tecniche di cattura o di difesa in un mix tra istinto ed ingegno. Quello che comunque alla fine si determina è una competizione tra cacciatori e prede, dove lo stesso soggetto può essere protagonista di entrambe le categorie a seconda delle circostanze. Una di queste tante competizioni è la pesca notturna del polpo con la lampara, un esempio di sana strategia tra cacciatore e preda. La pesca con la lampara e’ una tecnica ancora in uso in Sicilia, che con caratteristici accorgimenti induce il polpo ad uscire dalla tana consentendo al pescatore di catturarlo più facilmente.  In Sicilia nel periodo della villeggiatura estiva, capita nelle ore notturne essendo in prossimità del mare di veder comparire all’improvviso da dietro uno scoglio, annunciata da un fragoroso suono di motore singhiozzante, perché acceso e spento continuamente, la lampara, caratteristica barchetta con una grossa lampada elettrica montata a poppa che con la sua sfolgorante luce illumina a giorno un tratto di fondale che attrae polpi che escono dai loro nascondigli e piccoli pesciolini luccicanti. Qualche volta la barca passa silenziosamente, altre volte rompe la quiete della notte improvvisamente per le grida dei pescatori che non appena avvistato il polpo, cominciano ad armeggiare ed a vociare “pigghialu…pigghialu”. Sono quasi sempre in due con ruoli ben distinti , uno che governa la barca con i remi cercando di mantenere la posizione, l’altro con la testa infilata dentro un secchio di alluminio a pelo d’acqua, osserva attentamente attraverso il vetro ingranditore i movimenti del malcapitato polpo uscito fuori dalla sua tana, in posizione di allerta con una fiocina in mano pronto a catturarlo. Questo tipo di pesca è sempre stata ardua, spesso infatti il polpo riesce a scappare rintanandosi nuovamente nel suo nascondiglio, sebbene una volta individuato il punto esatto, il “lamparolo” con il “crocco” riesce alla fine a stanarlo. Nel frattempo la maggior parte dei bambini accorsi sul bordo a guardare incuriositi ed affascinati, fanno il tifo per il polpo, ed inevitabilmente dopo la sua cattura mostrano una grande delusione e qualcuno perfino piange assistendo al rituale della sua morte che avviene come vuole la tradizione con un morso che il pescatore da tra la testa ed i tentacoli. Qualche volta i pescatori ne risparmiano uno per regalarlo a qualche bambino, lasciandogli la scelta di lasciarlo vivere liberandolo o di portarlo a casa per mangiarlo bollito con il limone. L’espressione di disagio traspare immediatamente dagli occhi di quel bimbo che appena riceve nelle sue piccole mani quell’essere viscido e molliccio, i cui tentacoli si avviluppano facendosi strada piano piano nell’avambraccio, aspetta terrorizzato ed immobile  che il padre lo liberi al più presto da quell’appiccicosissima creatura. Quel bambino a distanza di anni comprenderà meglio la strana generosità di quei pescatori che ad un cenno d’intesa di suo padre, “casualmente” si sono fermati a cercare il polpo proprio davanti ai suoi occhi, effettuando una pesca prodigiosa addirittura coronata da un così prezioso regalo. Romanticismo a parte, la pesca con la lampara sebbene sia diventata ormai una pratica marginale, viene ancora effettuata in alcuni borghi marinari siciliani, ed è sempre una grande emozione vederla sbucare  di tanto in tanto da dietro uno scoglio, una sorpresa notturna che mantiene viva una tradizione locale che ci auguriamo non si estingua mai.