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Da Charles Mingus a Chet Baker, Chick Corea, Dizzy Gillespie e Carla Bley: il giornalista Mario Di Caro racconta i grandi del jazz negli anni in cui a Palermo si spara per strada e si conta più di un morto al giorno. In libreria dall’11 settembre “Jazz Club. Storia di whisky e contrabbassi”, nuovo titolo della collana I Lapilli pubblicata da Kalós.  

PALERMO. Charles Mingus che arriva senza il suo contrabbasso e, a due ore dal concerto, fu necessario farsene prestare uno da uno spettatore: pessimo strumento e Mingus lo disse pubblicamente, il resto è da leggere. Chet Baker che fa scappare i pianisti ma poi regala My Funny Valentine, Miles Davis che pretende la limousine e poi non la usa, Frank Sinatra con il suo cachet pazzesco e l’Evian introvabile, Chick Corea che rischia di mandare in rosso l’organizzazione, Duke Ellington e Aretha Franklin davanti a migliaia di ragazzi, Dizzy Gillespie che accenna a cantare ma torna al suo flicorno, Carla Bley e Steve Swallow. E poi Max Roach, Dee Dee Bridgewater, Art Blakey, Toots Thielemans. Nel frattempo, il Teatro Massimo chiude e comincia un sonno che durerà ventitré anni; il centro storico si svuota, la mafia spara, il cemento cancella ville e pezzi di memoria. Nella Palermo inquieta degli anni Settanta quattro amici scendono in uno scantinato e decidono che lì dentro si farà jazz. È questa città, ferita ma capace di inventarsi continuamente altre strade, che attraversa “Jazz Club. Storia di whisky e contrabbassi”, nuovo romanzo del giornalista Mario Di Caro, in libreria dall’11 settembre, nuovo titolo della collana I Lapilli pubblicata da Kalós (120 pagine, 15 euro).

Il protagonista è Ignazio – dietro il personaggio si riconosce Ignazio Garsia, pianista, compositore e fondatore del Brass Group –, musicista ostinato che in quello spazio ancora vuoto vede un palco, il pianoforte, le sedie, il bar e soprattutto una grande orchestra di ottoni come quella ascoltata al Tivoli. Attorno Palermo che sembra vivere contemporaneamente due storie: gli omicidi, le periferie cresciute male, il centro storico abbandonato; e la città di chi continua testardamente a costruire cultura. Ignazio vuole fare esattamente questo. Mentre fuori si spara, lui sogna un concerto al giorno. Il jazz diventa così la colonna sonora di una forma ostinata di resistenza.

Ma prima dei grandi nomi c’è uno scantinato. Palermo, 1974: un palco, un pianoforte, il whisky nei bicchieri di plastica e una sala che si riempie fino a lasciare il pubblico seduto per terra per il chitarrista brasiliano Irio De Paula: la fila arriva fino alla strada e viene annunciata una replica straordinaria. È l’inizio di un’avventura destinata a cambiare la vita musicale della città.

Mario Di Caro racconta retroscena dei grandi del jazz, ma lo fa attraversando cinquant’anni di storia siciliana, mescolando personaggi e memoria, concerti e vita quotidiana, successi, amicizie e ostinazioni. Sullo sfondo c’è Palermo, città inquieta e contraddittoria, la stagione delle stragi, le periferie che si sfarinano; in primo piano il jazz, inteso soprattutto come libertà e possibilità di costruire qualcosa mentre fuori sembra prevalere il rumore. Il racconto si apre nel 2024, quando Ignazio, ormai anziano, ritorna davanti alla saracinesca chiusa del vecchio club di via Duca della Verdura. Dietro non restano che pareti vuote e polvere. Ma una nota riavvolge il tempo.