CatturaNella letteratura dialettale siciliana del secolo scorso occupa certamente un posto assai significativo il poeta canicattinese Peppi Paci. Fu uno dei fondatori ed esponenti più importanti dell’Accademia del Parnaso ma, pur condividendo l’atteggiamento ironico e a volte irriverente tipico dei componenti del sodalizio, si distinse soprattutto per la genuinità dell’ispirazione poetica e per la capacità di dar voce ai personaggi “minori” della sua città. Un comune fatterello di cronaca o un aneddoto salace diventava nei suoi versi poesia di rara bellezza.
Poche le notizie biografiche: Giuseppe “Peppi” Paci nacque a Canicattì il 19 luglio del 1890 da Salvatore e Carmela Aronica. Il padre era un muratore ma la maggior parte della famiglia dei “Paciuotti” era composta da artigiani. Peppi Paci svolse l’attività di sarto nel primo piano dell’attuale casa Ferreri all’angolo tra piazza IV Novembre e via Sammarco. La presenza del laboratorio artigianale era segnalata da un manichino posto sul balcone principale. Il poeta-sarto partecipava spesso, senza un ruolo fisso, alle rappresentazioni teatrali realizzate da piccole compagnie che portavano avanti una gloriosa tradizione locale. Nel 1925 incoraggiò e collaborò il commissario Carlo Calvi nella realizzazione della Villa Comunale.
Nel 1937 Peppi Paci diede ordine alle numerose poesie dialettali che aveva composto nei vari anni e pubblicò, per i tipi della Tipografia Moderna, la sua raccolta “Mascari di Paci” preceduta significativamente da un famoso verso di Orazio: “Quis vetat ridendo dicere verum?” Il titolo della raccolta traeva origine da una delle tante attività esercitate dai “Paciuotti”: la creazione di raffigurazioni in creta e cera e soprattutto di maschere in cartapesta usate a carnevale per ironizzare su fatti e personaggi. Ma la “maschera”, soprattutto, consentiva al poeta di dominare e tenere per sé il proprio tormento interiore, offrendo agli altri un’immagine di apparente serenità velata di mestizia e talora sottile ironia:

Mentri soffru dulura e peni amari,
e lu me’ cori la so’ paci persi;
in guerra cu me’ stissu e tra li braci,
ridu!… sutta ‘na màscara di… paci!

L’edizione del 1937 rappresenta la tappa fondamentale ed essenziale nella produzione artistica del poeta canicattinese che in anni successivi avrebbe composto altre liriche manifestando più volte il desiderio di pubblicare una nuova raccolta col titolo “Vecchi e nuovi Mascari”. La pubblicazione non fu tuttavia possibile e solo nel settembre del 1974 Pietro Candiano, insigne cultore della storia e delle tradizioni canicattinesi, diede alle stampe “Mascari di Paci (vecchie e nuove”). L’edizione fu curata dall’ATEC (Azienda Tipografica Editoriale Canicattinese).
Ma il poeta era già morto, il 26 dicembre del 1967, a Padova ove, dopo la separazione dalla moglie, si era trasferito con un’artista del circo, la signora Anna Vanfiori da cui ebbe il figlio Mario.
Alla dolorosa vicenda familiare il poeta ha dedicato una delle sue liriche più belle e meno conosciute. Ho avuto il piacere di pubblicarla per primo nel gennaio del 2001 nel volume “L’Accademia del Parnaso e la Poesia di Peppi Paci”:

Era di Maggiu
e un cori sceleratu,
ca un mazziteddu avia
di rosi e juri,
mmiezzu lu fangu,
fora l’avia jttatu
picchì stuffatu s’era di l’oduri.

Ma un cori cchiù gentili lu raccogli,
lu ripulisci cu na gran primura,
di custodillu n’avi boni vogli,
lu teni strittu ‘mpettu… e si l’odura.

Ddu cori sceleratu, quannu seppi
ca n’autru n’avia lu godimentu…
di riavillu avanza li pritisi.

Ma si prima lu jttasti ‘ntra la via,
comu ora dici: chista è roba mia?

“Mascari di Paci” ci offrono, attraverso lo sguardo attento ed ironico dell’autore, una visione disincantata dello svolgersi della vita quotidiana, nel primo Novecento, a Canicattì, una cittadina a prevalente economia agricola, ma con presenze assai significative nel campo artigianale, industriale e finanziario.
Questi i temi ricorrenti nelle liriche di Peppi Paci: le difficoltà della vita quotidiana, la morte, la giustizia, l’alternarsi delle stagioni ed il succedersi di fatti lieti e tristi nella vita di ciascuno.
“Parti di cunzulazioni”, uno dei componimenti più belli, ci fa assistere ad un episodio assai importante in quei tempi: il fidanzamento tra due ragazzi. Allora era un fatto che coinvolgeva tutta la comunità: la scelta era determinata dalle “trattative” e dai furtivi incontri messi in atto in precedenza dalle famiglie e quando tutto era deciso e ne erano stati informati i destinatari, e cioè i futuri sposi, la mamma del fidanzato andava per le case a partecipare l’evento, tessendo le lodi della ragazza e soprattutto del figlio che, grazie al suo mestiere, sarebbe stato in grado di mantenere la sposa “cu salvietta”. In questo muoversi tra cortili e vicoli della mamma del fidanzato, quasi senza entusiasmo ma per adempiere ad un dovere sociale, c’è lo scorrere fatalistico della vita quotidiana nell’entroterra siciliano. Affiora nella mamma il dolore per la separazione dal figlio ma prevale la rassegnazione: il mondo va e deve andare così, è una scelta da fare prima o poi, non si può fare diversamente.
“Predica di Quaresima” ci indica la presenza determinante della Chiesa nella vita dell’uomo; la predicazione, soprattutto quella quaresimale, traccia per tutti e per ciascuno i modelli ed i canoni di comportamento anche nella vita civile. Tutto è ricondotto alla religione; anche le diversità economiche e sociali trovano nella predicazione spiegazione ed inviti all’accettazione supina. Il predicatore nella Matrice di Canicattì narra di un padrone che ha due buoi: uno sempre in ozio e pimpante di buona salute, l’altro costretto a lavorare nei campi e macilento. Ma un giorno, aggiunge il quaresimalista svelando il simbolismo del racconto, il ricco andrà all’inferno, mentre il povero sarà accolto in cielo. Il fedele povero che assiste alla predica si risolleva nel morale e guarda con commiserazione il suo ricco vicino di banco prospettandogli la misera fine che lo aspetta. Ma il ricco risponde con una sfottente risata: andremo in realtà, mio caro, tutti e due al macello; c’è solo una differenza: la mia è carne di sedici lire, la tua di terza qualità. In “Lu gran sbagliu” si ribalta il concetto di lavoro come punizione per Adamo ed Eva a seguito del peccato originale: “Veru castigu… è quannu ‘un c’è travagliu!”.
In “Gnuranza” si ironizza sull’imparzialità della giustizia. Nell’aula del tribunale, a Girgenti, fa bella mostra di sé una bilancia. Si chiede il povero paesano che aspetta giustizia: e se la bilancia dovesse incepparsi come quasi sempre capita quando si maneggiano dei pesi?: “Li putiara di lu me paisi – nun m’annu datu mai… lu pisu giustu!”.
Un piccolo capolavoro è “Autru è parlari di morti, autru muriri”. Una vecchietta invoca con fastidiosa petulanza la morte per porre termine alle sue sofferenze, vere e presunte. Il nipote Giacomo una notte si traveste da angelo ed annuncia alla donna che è giunta l’ora tanto desiderata e che in cielo fervono i preparativi per accoglierla come merita. La vecchietta, sconvolta dalla notizia, si ricompone con difficoltà e dice al nipote: ma che fretta c’è? Fatemi un grande favore: riferite al Signore che non mi avete trovato a casa.

‘Na vecchia centennària,
prigava a tutti l’uri: 
“Miu Diu, arricuglitimi
‘ncelu cu Vui, o Signuri!

Chi campu ancora ‘mmatula?
Sulu la morti aspettu,
ch’è chidda ca po’ darimi
la paci e lu rizzettu!”.

E tra lamenti e angustii
malidicia la sorti,
e sempri murmurànnusi,
‘mmucca ci avia: la morti!

Li so parenti, vittimi
n’eranu e, c’ogni versu,
tutti la cunfurtàvanu,
ma era un tempu persu.

Ma lu niputi, Jàpicu,
‘na notti, cu lu velu ci affaccia,
in forma d’angilu, calatu di lu celu.

La vuci stracangiànnusi,
cci dissi: “Lu Signuri,
pi miezzu miu avvisàriti
ca ti finieru l’uri!

‘Ncelu fra canti e giubili,
cu mmia ti ‘n’acchianari,
stu munnu, tuttu scannali,
pripàrati a lassari…”.

La vecchia a sulu sèntiri
ch’era arrivata l’ura,
dici, prigannu all’angilu:
“O Diu… nun c’è primura…

Chiuttostu, siddu fàrimi
vuliti un gran favuri:
ca intra nun mi truvastivu…
diciti… a lu Signuri…

In “Lu varberi di li tempi antichi” e in “Genti a la banna dintra” abbiamo la gustosa descrizione di due episodi davvero particolari: il poeta con singolare levità riesce a farci sorridere e quasi a non percepire la crudezza di quanto narrato. Sullo sfondo la preponderante figura del barbiere nel mondo che fu. Era una vera istituzione: nascita, battesimo, prima comunione, matrimonio e soprattutto la morte prevedevano i suoi servizi; nel tempo passato i barbieri praticavano i salassi e addirittura cavavano i denti. Le loro botteghe erano al centro della vita sociale: lì era possibile conoscere tutti i fatti del paese; lì si parlava e si sparlava di tutti e di ciascuno. Nella seconda poesia si narra di un improbabile “dirottamento” di un occhio di vetro durante il pernottamento promiscuo in una locanda del paese.
Solo in apparenza irriverenti le poesie dedicate a “Patri Lu Bruttu” appartenente alla categoria dei “preti burduna” un tempo assai numerosi. Padre Diego Lo Brutto era pagato dal Comune di Canicattì per tenere aggiornato il registro dei morti al cimitero ove teneva sempre pronto per sé e per gli amici un fiasco di buon vino; era un prete bonario ed era l’unico a non chiedere compensi per accompagnare i morti al cimitero. Morì a 77 anni nel 1922. Peppi Paci lo descrive come un prete “senza malizia e troppu simpliciuni; – ma nni sparava grossi, tanti voti, – e cci ‘mmiscava a Diu, pi paraguni”.
Chiamato ad amministrare i sacramenti ad un contadino moribondo, sente, tutto a un tratto, dalla attigua mangiatoia, il raglio di un asino affamato. Una nota davvero stonata ed irriverente, a giudizio del prete, in un momento così solenne; non così per il moribondo che, vedendo nella sopravvivenza dell’animale l’unico mezzo di sussistenza per la sua famiglia, chiama la moglie e le dice: “Dunacci la paglia”. Il prete richiama il poveretto:

Chi penzi pi lu sceccu, amicu miu,
confessati cu mmia, beddu pulitu;
lu veru sceccu, a stu momentu, è Diu!

Una descrizione assai efficace dei bisogni e delle paure dei contadini di un tempo. Nei casi di maggiore sciagura soleva dirsi con amara ironia: “A lu riccu ci morsi la figlia, a lu viddanu ci morsi lu sceccu”. Quando nella casa del povero moriva il capo famiglia, la moglie, piangente e vestita a lutto, raccomandava al figlio maggiore di badare all’asino per non compromettere ulteriormente la situazione: “’C’ammaffari? Unu e unu du?”.

Un analogo sottile gioco tra ignoranza ed irriverenza troviamo in “Chi diavulu cc’è” nel momento in cui padre Lo Brutto non riesce ad aprire il tabernacolo e chiede lumi ad un ineffabile sagrestano. In “E’cacca” il sacerdote vuol far comprendere – a suo modo – ad un bambino che non può dargli la comunione:

N’autra vota, mentri cilibrava
la Santa Missa, quannu vinni l’ura
di la Cumunioni, s’accustava
‘na donna e, ‘n brazza, la so criatura.

Chi quannu vitti c’ognedunu stava
cu vucca aperta, e poi ad ammuccari
cci parsi, a lu ‘nnuccenti, ca cci dava
a tutti ‘na cusuzza di mangiari.

E comu propriu fu vicinu ad iddu,
a lu piattinu subitu s’attacca;
patri Lu Brutto grida: “Ah picciriddu!
Chista ‘un si mangia, beddu miu, è cacca!”.

Ma il gioco sottile di ironia che caratterizza la poesia di Peppi Paci raggiunge un momento di particolare efficacia in “L’ochi di Palermu”. E’ una poesia davvero deliziosa ove si descrive lo sguardo meravigliato ed estasiato di un “paesano” condotto dal padre nella città mitica e finora lontana, Palermo, nel giorno in cui essa sfoggia il suo massimo sfarzo: il “festino” della patrona santa Rosalia. La gente passeggia indossando gli abiti migliori, le ragazze sfilano, forse anche in cerca di marito, con i visi “appitturati”; il ragazzo chiede trepidante: “Papà, chi sunnu chissi?”. E, quasi a voler salvaguardare l’innocenza del figlio dai pericoli della città, il padre risponde imbarazzato: “Sunn’ochi… un ci badari…”. Il ragazzo è perplesso ma non osa contrastare la spiegazione paterna.
Tornerà successivamente in città per gli studi universitari. Il padre gli raccomanderà accortezza nel muoversi nei meandri della metropoli, di far sacrifici e soprattutto di studiare e dare notizie di sé. Ma in seguito una lettera avrebbe sconvolto il genitore:

Bedda è Palermu, o patri,
cc’è villi, cc’è tiatri,
e tanti nuvità…

Cc’è cursi di cavaddi.
Cci sunnu festi e giochi,
ma cchiù di tuttu… l’ochi…
mi piacinu… papà!

Non mancano nella raccolta riferimenti precisi alla davvero originale anzi unica Accademia del Parnaso Canicattinese. In “La scecca di patri Decu” si esaltano le straordinarie capacità divinatorie della somara del sacerdote canicattinese Diego Martines che le valsero l’onore di essere dichiarata immortale e vergine per statuto e proclamata, col titolo “La Sapienza”, simbolo del sodalizio. Traendo spunto dall’abitudine di un vecchio professore di Girgenti che non salutava nessuno ma si toglieva con deferenza il cappello solo quando incontrava un somaro, i parnasiani stabilirono l’obbligo di salutare tutti i somari. Nasceva però un grave problema pratico:

Ma duvennu livari lu cappeddu,
a quantu scecchi veni di ‘ncuntrari,
è vita ca po’ fari un puvureddu,
cu lu cappeddu ‘mmanu sempri a stari?!

Dopo tanti decenni le “Maschere” di Peppi Paci conservano la loro freschezza e attualità. Nel settembre del 2008 la Papiro Editrice di Enna ha proceduto ad una ristampa dell’opera auspicata da tempo. La benemerita iniziativa editoriale è venuta a colmare una lacuna ed offre a tutti, canicattinesi e non, la possibilità di immergersi in un mondo solo apparentemente lontano. Con l’augurio che siano contagiati dalla sana ironia del poeta sì da affrontare col dovuto distacco i tanti problemi dell’oggi.