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A Terrasini nell’incantevole scenario di Cala Rossa nella Riserva Naturale di Capo Rama, tra calette, insenature e le alte pareti rocciose dal caratteristico colore rosso con striature bianche, c’è uno degli anfratti più belli della costa occidentale: la Grotta Perciata.

Questo luogo, così suggestivo, a pochi passi dal centro abitato, fu uno dei luoghi di ispirazione dell’abate Giovanni Meli, il grande poeta siciliano, che qui amava sedersi e guardare il mare trovando ispirazione per le sue poesie.

La Grotta Perciata con le sue rocce di marna è frutto dell’erosione naturale, scavata e modellata nel corso dei millenni dalle acque del mare con una pazienza certosina, un vero angolo di paradiso in cui le coppie e i turisti amano ritrovarsi e trascorrere qualche momento di relax, ammirando la grandiosa vista sul mare.

Oggi la grotta è anche una delle mete preferite dagli amanti del trekking, facilmente raggiungibile a piedi dal centro cittadino e grazie alle acque cristalline che lambiscono la costa destinazione ideale anche per lo snorkeling.

Un luogo segnato non solo dalla natura, ma anche dalla storia. Proprio qui sul promontorio roccioso che sovrasta la grotta, su uno scoglio a forma di sedia, la cosiddetta “seggia”, interamente distrutta qualche anno fa da alcuni vandali, il poeta Giovanni Meli meditava e dava vita ai suoi meravigliosi componimenti.

Chi era il grande poeta Giovanni Meli

Il Poeta, scienziato, medico, letterato, linguista, e anche critico attento della politica dell’epoca è stato uno dei protagonisti della storia siciliana. Nato a Palermo nel 1740 ed educato alla scuola dei Gesuiti diventò presto popolare grazie ai suoi poemi e alle sue opere in lingua siciliana, tanto da essere accolto nella cerchia dei letterati palermitani che lo fecero subito socio dell’”Accademia del Buon Gusto”.

Con le sue Odi e le sue Canzonette fu d’ispirazione per grandi poeti come Goethe, Leopardi e Foscolo e per tutti i successivi poeti dialettali siciliani e in vita fu un poeta molto amato, chiamato l’abate per la sua abitudine di vestire di scuro con un collarino bianco.

Celebre la sua poesia “Lu Labbru” (conosciuta anche come “Dimmi, dimmi, apuzza nica”), scritta dal Meli per le nobildonne palermitane e fatta recitare per anni ai bambini dalle maestre, ignare del reale significato celato dietro a quei versi o ancora “L’occhi”, in cui celebra ancora una volta la bellezza femminile.

Degne di nota anche “Li Surci”, tratto dalle “Favule Morali”, in cui puntava il dito contro la vita dissipata e le sue inevitabili conseguenze o “La Paci” in cui decanta il valore e l’importanza sia della pace interiore da raggiungere attraverso la condivisione della felicità e uno stile di vita morigerato, sia della pace in senso lato, in un periodo in cui l’Europa era dilaniata da continue guerre e sconvolgimenti.

Giovanni Meli dalla sua “seggia” nella Grotta Perciata di Terrasini non ammirava solo il panorama mozzafiato, ma dava alla luce anche ai suoi capolavori, capace di evocare emozioni e suggestioni, non risparmiando già allora dure critiche ai politicanti corrotti.

Nel “Don Chisciotti”, con una buona dose di scetticismo e amarezza, raccontava la Sicilia e le sue carestie e denunciava i soprusi e le misfatte del Regno: “Intendo parlare di tutto quell’immenso numero di parassiti, di cui abbondano le città del Regno e specialmente la capitale, che si nutrono del sangue e de’ sudori degli uomini onesti e industriosi”.

Da allora poco sembra essere cambiato ed è impossibile non avvertire la mancanza di intellettuali come Giovanni Meli, un uomo moderno capace con i suoi versi di leggere in modo lucido e disincantato la realtà e i costumi del tempo, di scuotere l’animo della gente, ispirando intere generazioni.

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