01Così come dai ‘Lombardi di Sicilia’, la Sicilia è stata interessata da diverse ondate migratorie ad opera degli arbëreshë, detti anche ‘Albanesi d'Italia’, una minoranza etno-linguistica che caratterizza oggi soprattutto diverse comunità dell’Italia meridionale.

Le loro origini risalgono al XV e XVIII secolo, quando le comunità albanesi di Grecia o di Albania migrarono a seguito della conquista dei territori albanesi da parte dei Turchi ottomani.
Cinquanta le comunità di greco-albanesi stanziate nella nostra Penisola, per un totale di circa 100.000 persone suddivise in ben sette regioni. Un numero che la rende una delle più importanti e numerose minoranze etno-linguistiche d'Italia.

Gli arbëreshë parlano l'arbërisht, un'antica variante del tosco, il dialetto di cui si fa uso nell'Albania meridionale. In qualche centro, è mescolato a inflessioni tratte dal ghego (gegë), il dialetto dell’Albania a del Nord, a sprazzi di greco antico con contaminazioni dei dialetti italiani del Sud. La lingua dei greco-albanesi ha dunque poco a che far con il suo ceppo d'origine; è infatti una vera isola linguistica, tramandata per lo più oralmente, e di difficile comprensione anche per i propri simili in Patria.

Così come succede nel Sudtirolo, i paesi arbëreshë hanno duplice nomenclatura. Le comunità sono divise in numerose isole etno-linguistiche, la più importante è stanziata in Calabria dove pare si contino circa 58.425 persone; in Calabria, la comunità più rilevante ed estesa occupa la provincia di Cosenza. Altri avamposti, minori, si trovano in Puglia, Abruzzo, Campania e Sicilia a cui fa riferimento l’eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa cattolica italo-albanese di rito greco-ortodosso, sotto il controllo del Vaticano e appartenente alla regione ecclesiastica di Sicilia.
Vi sono anche isole italo-albanesi nelle aree di Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari, Crotone e Palermo. Nel resto del mondo, gli avamposti arbereschi si trovano in Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile.

La storia degli italo-albanesi non inizia che dal Medioevo.
A partire dall'XI secolo, piccoli gruppi di arbëreshë si spostarono verso la parte meridionale della Grecia (Corinto, Peloponneso e Attica), ma fu solo nel XV secolo, quando i Turchi Ottomani invasero la Grecia, che gli arbereschi si spostarono in Italia. Nel 1448, re Alfonso V d'Aragona chiese aiuto a Giorgio Castriota Skanderberg, condottiero albanese, di reprimere la congiura dei baroni. La ricompensa per quest’azione, furono alcune terre nella provincia di Catanzaro. Altri arbëreshë emigrarono in Sicilia e nell'Italia che ricadeva sotto il controllo della Repubblica di Venezia.
In seguito, l’erede di Alfonso, Ferdinando d'Aragona, richiamò ancora alle armi le forze alleate arbëreshë che accettarono in cambio nuove terre autoctone. Alla morte di Skanderbeg, Ferdinando d'Aragona offrì alle comunità arberesche altri avamposti in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Molise.

Un’altra importante ondata migratoria (per alcuni l’ultima), si ebbe tra il 1500 e il 1534. I primi arbëreshë che ivi approdarono erano soldati, stanziatisi in zone e villaggi isolati; una scelta strategica, che contribuì alla conservazione delle tradizioni, linguistiche e culturali della comunità.
Impossibile non citare anche l’ondata migratoria che si ebbe nel 1990. Con la caduta del regime post-bolscevico, comunità significative di albanesi si trasferirono nei centri abitati dell’Arberia, così come vengono chiamati dagli albanesi i propri avamposti fuori dell’Albania.

Gli italo-albanesi mantengono tutt’ora una religione cristiana di rito greco-ortodosso; insieme alla lingua e ai costumi, questo è uno dei tratti caratterizzanti della minoranza, che li distingue non soltanto dal resto d’Italia, ma anche dagli albanesi rimasti in patria, a maggioranza islamica. Nel 1937, Papa Pio XI istituì l'Eparchia di Piana degli Albanesi per i fedeli di rito bizantino-greco di Sicilia. Riconosciuta civilmente anche dallo Stato italiano, oggi il rito bizantino caratterizza soprattutto le comunità albanesi della provincia di Cosenza, della zona di Piana degli Albanesi e del gruppo etnico legato al Monastero Esarchico di Grottaferrata, in provincia di Roma.

La prima ondata migratoria dall'Italia meridionale verso le Americhe causò quasi un dimezzamento della popolazione dei villaggi arbëreshë, mettendo la popolazione a rischio di scomparsa. Cosenza e Palermo hanno creato appositi Assessorati alle Minoranze Linguistiche per la protezione della lingua e delle tradizioni arbëreshë; la lingua in particolare, è pienamente riconosciuta dallo Stato come "lingua di minoranza etnica e linguistica", dal 1999. I diritti della minoranza sono anche riconosciuti dai testi di organi internazionali come Unesco, Unione Europea e Consiglio d'Europa. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado d’Italia è previsto l'uso della lingua arbëreshë come strumento di insegnamento, e, nelle scuole materne, è reso obbligatorio, accanto a quella italiana, per lo svolgimento delle attività educative.

La storia della minoranza linguistica arbëreshë presenta caratteristiche singolari e, per molti aspetti uniche, ma forma una correlazione parallela con le altre tradizioni culturali albanofone. Gli scrittori e i poeti italo-albanesi hanno contribuito alla nascita e all'evoluzione anche della letteratura della Madrepatria. Una letteratura, quella greco-albanese, che, per quanto ricca, è improntata molto più sulla trasmissione orale di produzioni legate alla cultura popolare. Popolare e anche molto nota, è la "vallja", danza celebrativa e rievocativa delle gesta di Scanderbeg.
A tutela della cultura arbëreshë, sono nate diverse associazioni e circoli culturali, che hanno messo a segno una serie di iniziative e manifestazioni; appuntamento fisso del mese di agosto è rappresentato dal Festival della Canzone Arbëresche, che si tiene ogni anno a San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza.

Come accade per molte delle comunità che si trovano distanti dalla Madrepatria, il senso della nostalgia finisce coll’essere uno dei temi ricorrenti della propria letteratura e cultura tradizionali; altri temi importanti e ricorrenti sono il ricordo delle gesta di Skanderberg, e la tragedia della diaspora per mano dei Turchi.
Nell’opera arbëreshë di Luca Matranga, del 1592, “E Mbësuame e Krështerë”, si trova la prima poesia religiosa in lingua albanese.


Unico per bellezza e splendore, è il costume di gala, indossato dalle donne in ricorrenze come la Pasqua, una festività particolarmente importante e sentita in tutta la comunità greco-albanese. Famosissimo per la bellezza dei ricami di motivo orientale, è il costume tradizionale arbëresh di Piana degli Albanesi.
Anche la cucina arbëresh come la lingua, ha subìto una contaminazione molto forte data dal contesto culturale in cui le comunità si sono immerse emigrando. Piatti poveri ma ricchi di aromi e spezie che hanno conservato però le antiche lavorazioni e le associazioni conformi alla tradizione della Madrepatria. Un cenno particolare va alle conserve e alle focacce, nonché ai dolci della tradizione.

Tra le molte personalità di origini arbëreshë, ricordiamo Benito Jacovitti, fumettista del Novecento. Jacovitti apparteneva a una famiglia greco-albanese di Termoli. E poi Gennaro Placco, patriota e poeta, Giovanni Francesco Albani, Papa del Settecento, e Gennaro Cassiani, politico e Ministro per il Governo Zoli e Scelba, e per i primi Governi Fanfani, Segni, e Andreotti.

Autore | Enrica Bartalotta